I “cacciatori di teste”

La misurazione del corpo umano è il pallino degli scienziati ottocenteschi. Dotati finalmente di un’adeguata strumentazione tecnica, sono infatti convinti di poter cogliere nelle proporzioni fisiche di uomini e donne più di quanto ragionevolmente ci si possa aspettare.
nel manicomio di Pergine aperto nel 1882, si misurano i tratti facciali dei "folli"
In pratica, vi cercavano tracce dell’evoluzione biologica, dati psicologici, eventuali tendenze alla devianza sociale e persino qualche segno di identità etnica. Meticolosamente intenti alla misurazione della dimensione del cranio, gli antropologi diventano così antropometri. Più o meno consapevolmente eredi della mentalità settecentesca, essi tornano a propugnare l’equazione tra bruttezza fisica e degenerazione spirituale, cui aggiungono “tratti distintivi” quali la miseria e la delinquenza cronica. Sono tristemente note, per esempio, le considerazioni di Cesare Lombroso sulle anomalie dell’orecchio nei delinquenti, che autorizzano altri ricercatori di quella scuola, detta positivista, a compilare stravaganti statistiche sulla forma delle orecchie dei ladri e degli stupratori.
L'antropometria (33 KBytes)

Nel corso dell’Ottocento gli antropologi cominciarono a misurare le proporzioni dei crani, ritenendo, erroneamente, di poterne ricavare qualche indicazione di appartenenza etnica.

In psichiatria trionfa il cosiddetto indirizzo organico: a determinati tipi corporei corrispondono neuropatologie ricorrenti. In Francia lo psichiatra Esquirol compie una serie di misurazioni sul cranio di una paziente ossessionata dal demonio. In Trentino, nel manicomio di Pergine aperto nel 1882, si misurano i tratti facciali dei “folli” che vengono ricoverati. Purtroppo, si trattava spesso di persone disadattate, con problemi di emarginazione sociale e psicologici, più che psichiatrici. Nella Milano di fine secolo esce per le edizioni Hoepli il manuale di Antropometria dell’antropologo Ridolfo Livi, autore, tra l’altro, di una curiosa mappa della distribuzione dei nasi aquilini e dei capelli rossi in Italia (dalla quale manca purtroppo l’austriaco Trentino!). In questo quadro è da situare il lavoro di Giovanni Canestrini, pubblicato in collaborazione con l’allievo Lamberto Moschen, intitolato Sulla Antropologia fisica del Trentino (1890), uno studio effettuato sia su crani esumati, sia su teste di vivi. Dall’analisi degli indici cefalici rilevati in Valsugana, in Val di Non e nella valle dell’Adige, Canestrini e Moschen dimostrano che in Trentino vi sono “parecchi tipi craniali diversi”, riducibili tuttavia a
in Trentino vi sono “parecchi tipi craniali diversi”, riducibili a quattro teste fondamentali
quattro teste fondamentali. Le quattro teste più ricorrenti risultano dalla combinazione di crani corti e crani medi, con facce lunghe e strette e facce basse e larghe. Praticamente irrilevante in Trentino sarebbe la dolicocefalia, cioè quell’allungamento del diametro longitudinale del cranio, rispetto alla misura trasversale, caratteristica delle popolazioni mediterranee. Al contrario, il tipo brachicefalo leptoprosopo (in altri termini, la faccia lunga) “si dovrebbe considerare come uno degli elementi primitivi della popolazione trentina”.
Giovanni Canestrini esortò gli allievi Lamberto Moschen e Enrico Sicher a intraprendere studi di antropologia fisica in Trentino anche per contrastare la convinzione espressa da alcuni antropologi tirolesi, e in particolare da Franz von Tappeiner, secondo cui il Trentino sarebbe sempre stato abitato da tedeschi che parlavano italiano. Un Tirolo “razzialmente” unico, insomma, benché linguisticamente diviso. “Evidentemente”, annota l’antropologo della Val di Non, “qui il dott. Tappeiner ha scambiato una malaugurata unità politica per una unità etnica!”. Siamo dunque in piena polemica nazionalista tra “cacciatori di teste”, che celano argomenti politici sotto contrapposizioni scientifiche, esattamente come accadde tra gli storici che si occuparono delle origini etniche dei trentini.
Altri studiosi si cimentarono in una sorta di anatomia politica che oggi può apparire buffa,
La polemica tra “cacciatori di teste”, celava argomenti politici sotto contrapposizioni scientifiche
ma che nel contesto di allora era drammatica. Lo si capisce anche dalle intenzioni dell’archeologo roveretano Paolo Orsi, pioniere degli scavi italiani in Magna Grecia e scopritore nel 1881 della grotta del Colombo e della “Busa dell’Adamo”, un pozzo glaciale tra Marco e Lizzana. Ebbene, mentre scavava nel suo amato Trentino, Orsi non nascose di cercare le più antiche “testimonianze di italianità”. Più tardi, nel 1963, il linguista Carlo Battisti volle riconoscere in alcuni reperti cranici apparentemente dolicocefali la conferma di una matrice mediterrana delle popolazioni del Trentino, escludendo con ciò qualsiasi collegamento con genti tedesche. Fu la coda di un filone di studi politicamente fecondo, ma scientificamente sterile.



Bibliografia:


AA. VV., Misura d’uomo. Strumenti, teorie e pratiche dell’antropometria e della psicologia sperimentale tra ‘800 e ‘900, Istituto e Museo di Storia della Scienza, Firenze 1986.
Renato Mazzolini," La ricerca di una controversa identità: crani tirolesi, crani trentini (1880-1900)", in Giovanni Canestrini zoologo e darwinista, Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti, Venezia (in corso di stampa).