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Raccolte cartacee dal XVII al
XX secolo
LA RACCOLTA MICHI (SEC.XVII)
LA RACCOLTA SONNLEITHNER (INIZI 1800)
L'INCHIESTA NAPOLEONICA (1835 - 1856)
LA RACCOLTA WIDTER-WOLF (METÀ 1800)
LA RACCOLTA BOLOGNINI (SECONDA METÀ 1800)
LA RACCOLTA VENTURI (CIRCA 1880)
LA RACCOLTA ZENATTI-PASETTI (1880 - 1900)
LA RACCOLTA GARTNER (1904 - 1915)
LA RACCOLTA PARGOLESI (CIRCA 1890)
LA RACCOLTA BERTAGNOLLI (CIRCA 1910)
L'ARCHIVIO FOLKLORISTICO DI PRO CULTURA (1910 - 1914)
LA RACCOLTA JAHIER-GUI (1919)
LA RACCOLTA LUNELLI (1925)
LA RACCOLTA ZANETTIN (1920 - 1935)
LA RACCOLTA PRATI (ANNI VENTI)
LA RACCOLTA BAYR-WALINER (1937)
LA RACCOLTA WOLFRAM (ANNI QUARANTA)
Raccolte con registrazioni sonore
LA RACCOLTA SEBESTA (1949)
LA RACCOLTA LOMAX-CARPITELLA (1954)
LA RACCOLTA CARPITELLA-LOTTERSBERGER (1969)
LA RACCOLTA PEDROTTI (ANNI SESSANTA)
LA RACCOLTA BRENTONICO (1974 - 1975)
LA RACCOLTA CEMSM (1977 - 1979)
LA RICERCA MUSICA E CANTO POPOLARE IN VAL DI FASSA (1979 - 1995)
LA RICERCA IDENTITÀ MUSICALE DELLA VAL DEI MÒCHENI (1980 - 1987)
LA RACCOLTA MOGNASCHI (ANNI OTTANTA)
LA RACCOLTA STE' AGN SE CANTAVA (1992 - 1995)
LA RACCOLTA DSFS DELL'UNIVERSITÀ DI TRENTO (1996)
LA RACCOLTA ABIES ALBA-ODORIZZI (ANNI NOVANTA)
LE RICERCHE ED IL RUOLO DEI CORI
La documentazione video-cinematografica della tradizione orale
ETNOMUSICOLOGIA VISIVA
FILMOGRAFIA ETNOMUSICOLOGICA TRENTINA
Raccolte cartacee dal XVII al XX secolo
Un primo contributo particolarmente significativo per la conoscenza della musica tradizionale nel Trentino, si deve all'opera di un sacerdote fiemmese, don Giambattista Michi nato a Tesero il 9 maggio 1651. Nel corso della sua breve esistenza riuscì a pubblicare una raccolta di canti spirituali che lui stesso aveva "trovato in vari luoghi", legati in parte ad un uso popolare già affermato, in parte provenienti da quel vasto movimento musicale-spirítuale promosso dal Concilio di Trento che vide nella produzione di "laudi a travestimento spirituale" uno fra gli esiti musicali più significativi della Controriforma. Stampata e ristampata in continuazione dai Remondini di Bassano (spesso approssimativamente e su carta di infima qualità), la raccolta Michi ha avuto una larga diffusione e un destino singolare, con evidenti ricadute sulla cultura musicale popolare alpina; rientrava infatti nell'assortimento degli ambulanti che la vendevano assieme ai calendari, ai lunari e alle stampe. I canti della raccolta Michi, rìcopiati a mano su foglietti e successivamente memorizzati, sono così entrati a far parte dei repertori popolari delle Stelle sul versante italiano dell'arco alpino e prealpino. Ben quindici di questi testi risultano ancora documentati nell'uso di oggi (o di anni recenti) nel patrimonio etnomusicale dell'arco alpino italiano, dal Ticino all'Istria veneta.
La prima ricerca sulla musica popolare trentina, supportata da criteri metodologici mirati e con adeguati referenti istituzionali, risale ai primi decenni dell'Ottocento, quando il Trentino faceva parte dell'impero Austriaco, e quando tutte le regioni dell'Impero vennero appunto interessate da quella che può essere considerata una fra le prime raccolte sistematiche di canti popolari realizzate in Europa. Si tratta della Sonnleíthner-Sammlung, promossa nel 1819 dalla Geselischaft der Musíkfreude des Osterreíchesstaates di Vienna. La raccolta, incoraggiata dal Governo Imperiale, coordinata da Joseph von Sonnleithner, venne realizzata attraverso un semplice questionario - inviato ai responsabili dei distretti giudiziari di Austria, Tirolo, llliria, Stiria, Dalmazia etc. - nel quale si chiedeva di segnalare le melodie e i testi dei canti profani con relativa provenienza, le melodie dei balli nazionali, con particolare riferimento a quelli eseguiti durante le feste, e le canzoni spirituali più antiche. Nel circolo di Trento, al questionario fatto circolare dal capitano barone Luigi de Ceschi, risposero per iscritto solo sei fra le quattordici località interessate: Mezzocorona, Castelfondo, Malé, Borgo, Trento, Vigo di Fassa. La collaborazione molto scarsa degli ufficiali trentini dimostra un'indifferenza profonda verso le manifestazioni della cultura popolare.
I pochi documenti musicali inviati a corredo dei questionario sono oggi conservati in quattro fascicoli presso l'Archivio della Geselischaft der Musíkfreunde di Vienna (nn. XXI, XXII, XXIII e XXIV della Sonnleithner-Sammiung) e rivestono comunque un importante valore documentario.
Rispetto alla Sonnleithner-Sammlung, diverse furono le motivazioni di fondo che ispirarono l'Inchiesta napoleonica, attivata principalmente per individuare ed estirpare pregiudizi e superstizioni ancora esistenti, "emancipando" così i ceti popolari. Il Trentino fu interessato solo tangenzialmente dall'inchiesta napoleonica, forse per l'esiguità del tempo a disposizione, essendo stato il Regno d'Italia di breve durata, ed essendo stato il Dipartimento dell'Alto Adige l'ultimo territorio ad essere aggregato. L'inchiesta venne coordinata da don Luigi Lunelli nel periodo che va da 1835 al 1856, attraverso il collaudato metodo dell'invio di questionari alle autorità locali. In questo caso però le notizie sulla musica risultano scarse e frammentarie, anche perché la musica non rientrava fra gli obiettivi principali del lavoro. Qualche indicazione di un certo interesse si può comunque ricavare: un accenno al ballo in piazza a Borgo Valsugana; un riferimento a " (...) i balli, i quali vengono eseguiti in una maniera assai faticosa e propria del paese" per quanto riguarda il Tesino; una interessante segnalazione delle prefiche, cioè " (...) donne a ciò pagate, piangono ad alta voce intorno al morto ed intonano un lungo lamento, in cui inveiscono contro la morte" ancora in Tesino; sempre in Tesino una sommaria descrizione di un ballo carnevalesco con relativa questua, nonché dei "trato marzo" dei quali è riportato il testo.
Nella seconda metà del XIX secolo, prosegue l'attività di ricerca sistematica promossa da Vienna, sul modello della Sonnleithner-Sammlung. Al posto dei questionari inviati ai responsabili dei distretti giudiziari, ci si appoggia in questo caso direttamente ai funzionari dell'imperial Regio Governo. Nella sessione datata 11 maggio 1864 dell'Accademia delle Scienze di Vienna, viene presentata la ricerca Volkslieder aus Venetien, raccolta da Georg Widter, curata da Adolf Wolf. Il Widter, di professione Postdírector a Vicenza, ha diligentemente effettuato la ricerca sul campo raccogliendo 151 documenti; il prof. Wolf ne ha selezionato 103 per la pubblicazione che ha curato personalmente con un adeguato apparato critico. La maggior parte dei canti sono stati raccolti dal Widter nella provincia di Vicenza, alcuni in Valsugana, e comunque in località direttamente confinanti con il Trentino. In ogni caso il repertorio documentato presenta analogie sostanziali con le aree trentine confinanti, come ad esempio il Tesino e la Valsugana. Pur non riguardando direttamente - o meglio esclusivamente - una località trentina, la raccolta Widter-Wolf rappresenta dunque un passaggio obbligato negli studi sulla musica trentina di tradizione orale. Oltre al già citato pregevole apparato critico del Wolf - che dimostra tra l'altro una precisa conoscenza della letteratura specializzata in lingua italiana - risulta di particolare interesse il criterio tassonomico seguito, dividendo il materiale in due sezioni: la prima dedicata al canto lirico con "mattinate, canzonette, serenate, villotte, furlane, stornelli". La seconda dedicata al canto epico con le ballate. Particolarmente interessante anche l'uso da parte del Wolf dei titoli convenzionali - molti dei quali mutuati direttamente dalla raccolta Nigra - con la successione delle varianti che afferiscono allo stesso titolo. Viene comunque pubblicato anche un indice con gli incipit dei singoli canti.
Nella seconda metà del secolo scorso il Trentino è stato caratterizzato da una conflittualità sempre più accesa fra pangermanesimo e irredentismo, sull'onda dei grandi moti europei dell'illuminismo e delle rivolte ideali del romanticismo. La "questione nazionale" divenne predominante, anche in concomitanza con la crisi dello Stato assoluto e in particolare dell'impero asburgico. Le rivendicazioni nazionalistiche consideravano gli idiomi tedesco e italiano come indicatori decisivi di distinzione, in corrispondenza dei quali dovevano essere tracciati i nuovi confini di nazionalità. La lingua, come il più astratto e duraturo tratto culturale, venne presa come evidenza cruciale delle affinità nazionali delle comunità in discussione, divenendo il perno delle strategie culturali e dell'alfabetizzazione. Dopo l'ordine impartito nel 1866 dallo stesso imperatore Francesco Giuseppe di procedere ad una "germanizzazione" del Trentino attraverso la pubblica amministrazione, la giustizia, la scuola e la stampa, vennero fondate le associazioni irredentiste contrapposte a quelle pangermaniste. Si tratta di una guerra combattuta a suon di conferenze, lezioni popolari, libri, opuscoli e stampa periodica.
Risale a questo periodo l'opera di Nepomuceno Bolognini, patriota garibaldino, irredentista convinto e appassionato, fondatore nel 1872 della SAT (la Società degli Alpinisti del Trentino, in contrapposizione con l'Alpenvereín austriaco), promotore e redattore dei celebri "Annuari" che in breve tempo lo fecero conoscere in tutto il Trentino, non solo come scrittore e geografo, ma anche come antesignano di quella letteratura folkloristica di impronta romantico-irredentista che avrà poi un largo seguito nei lavori di Zenatti, Pasetti, Bertagnolli, Pargolesi etc. e nelle iniziative editoriali delle riviste Pro-Cultura (con l'Archivio Folkloristico), Archivio Storico per Trieste l'Istria e il Trentino, Archivio Trentino, Atti dell'Accademia degli Agiati, Rivista Tridentina, Tridentum, Archivio per l'Alto Adige etc.
Bolognini privilegiava i saggi in forma epistolare indirizzati ad una misteriosa destinataria, raggruppati in seguito in un volume, descriveva in questo modo la vita dei montanari, in particolare di quelli della sua amata Rendena, con numerosi riferimenti ai repertori ed alla pratica musicale di tradizione orale, in particolare al repertorio di tipo "lirico-monostrofico" delle Maítínade.
Analogamente alla letteratura folkloristica dell'epoca, l'interesse del Bolognini è rivolto esclusivamente ai testi verbali dei canti, senza trascrizioni musicali. Descrivendo le modalità esecutive relative alle Maítinade, il Bolognini fornisce comunque numerose informazioni sulla tradizione musicale dell'epoca.
Lo studioso di Pinzolo ricorda di aver cominciato a raccogliere canti tradizionali quando si accorse che vi erano raccolte a stampa di materiali di questo tipo per tutte le regioni italiane tranne che per il Trentino, ed auspica che il suo lavoro possa essere ripreso ed approfondito da altri. La piena appartenenza del repertorio trentino alla tradizione italica viene ribadita ancora una volta al termine della sua trattazione sulle Maítinade: "la massima parte degli Strambotti (Maitínade) li avremmo anche noi (trentini) comuni con tutte le provincie italiane, eguali a quelli che vengono cantati nella Sicilia, e nel Napoletano, e in Toscana, Piemonte, Romagna, Veneto ecc., con poche differenze di forma"
Il lavoro del Bolognini rappresenta una fra le opere più significative della letteratura demologica trentina; il corpus dei canti raccolti comprende Maitinade, canti dei coscritti, canti d'amore e di corteggiamento, canti narrativi, canti di lavoro maschili, canti femminili connessi alla filatura, canti connessi alla gravidanza, al parto ed all'infanzia, ed infine testi di "canzoncine", "storielle", "filastrocche, ecc." ed altri canti senza uno specifico contesto esecutivo.
Sull'Annuarío della SAT, oltre agli scritti di Bolognini, sono stati in seguito pubblicati con una certa regolarità numerosi articoli dedicati alle tradizioni del popolo trentino, ma in genere con scarsi riferimenti ai canti ed alla musica. Una eccezione significativa è rappresentata dallo studio di Gustavo Venturi sui canti dei ladini della Val di Fassa, pubblicato come appendice ad un contributo di tipo linguistico-filologico intitolato Ladinía. Di professione avvocato - come il suo amico Bolognini - il Venturi decise di visitare i pascoli di Fedaia, in alta Vai di Fassa, il 1 agosto 1881; era incuriosito dalla pubblicistica dei tempo interessata a quella popolazione alpina che, sebbene esigua nel numero, nutriva "la persuasione di costituire una nazione propria con un proprio linguaggio". Accompagnato dalla guida alpina Antonio Bernard di Campiteilo, fu sorpreso da un improvviso temporale che costrinse la comitiva a cercar riparo nel rifugio Finazzer, aperto proprio quell'anno, dove presto sopraggiunsero "giovani e vecchi d'ambo i sessi che sfalciavano l'erba sul monte Padon". Un'ottima occasione dunque per poter ascoltare l'idioma fassano anche se il Venturi si rammaricava di "non giungere a comprendere il filo dei discorsi"; dal momento che continuava a piovere in abbondanza "alcune ragazze di Penia cominciarono ad intonare una loro canzone invitando coll'esempio i giovani ad assecondarle. Quel canto che aveva dell'alpestre in abbondanza e che non potrei per certo proporre quale campione di dolci melodie d'amore, teneva allegra la brigata a dispetto del tempo". A questo punto il Venturi decise di raccogliere i canti che stava ascoltando, superando le difficoltà di comprensione linguistica attraverso l'aiuto e la mediazione del suo compagno Antonio Bernard, che accettò di buon grado di trascriverli. Ventuno di questi canti ladini furono in seguito da lui pubblicati sull'Annuarío della SAT, senza trascrizioni musicali, ma con un ampio apparato critico. La raccolta Venturi costituisce dunque un riferimento di primaria importanza per la documentazione raccolta in ordine alla presenza del ladino nel canto di tradizione orale; presenza che – come vedremo più avanti - risulterà ancora più consistente negli esiti di una ricerca successiva, promossa nel 1904 dal ministero della Cultura austro-ungarico e coordinata dal glottologo austriaco Theodor Gartner.
Fra i continuatori ideali dell'opera di Nepomuceno Bolognini, Albino Zenatti occupa un ruolo di primo piano. Definito da Ettore Tolomei "il più geniale e il più fervido assertore del pensiero italiano nei confronti della Venezia idealmente intiera fra le rive d'Adige e le marine istriane", Albino Zenatti operò attivamente negli ultimi due decenni del secolo, raccogliendo molto materiale nella convinzione che "dopo il tenace Piemonte, il Trentino appare a più segni come la regione alpina che meglio ha saputo conservare le vecchie canzoni e le antiche usanze della nazione".
L'attenzione di Zenatti era rivolta soprattutto al Trentino meridionale; aveva intenzione di pubblicare in seguito i canti raccolti e le antiche usanze sotto forma di saggi monografici. Per vari motivi Albino Zenatti non riuscì a pubblicare la parte più consistente del materiale raccolto; operazione che venne portata comunque a buon fine - dopo la sua morte - da Anna Pasetti, sua devota allieva, che raccolse la collezione Zenatti in un volume intitolato Canti popolari trentini. In particolare, quarantadue ballate di questo corpus, con relative varianti, furono pubblicate dalla Pasetti sulla rivista Studi Romanzi, in uno studio monografico supportato da un adeguato apparato critico e da circostanziati riferimenti alle principali raccolte relative al nord Italia. A tutt'oggi si tratta del corpus trentino più completo relativo alla ballata ed al canto epico lirico.
Come anticipato, il lavoro della Pasetti non prevede trascrizioni musicali, privilegiando esclusivamente gli aspetti metrico-filologici. Questo tipo di approccio metodologico, non tanto al canto popolare quanto ad una presunta poesia popolare rientrava del resto in una prassi scientifica all'epoca largamente in uso, mirata a raccogliere e studiare solo la parte letteraria del canto, indipendentemente dalla musica.
Non era avulsa da questa metodologia una locale "passione" ideologica legata alla causa dell'irredentismo, con conseguente dimostrazione della piena "romanità" del Trentino, che traspare a chiare lettere anche dalla puntuale introduzione della stessa Pasetti.
In questo caso però la "lotta combattuta nel campo linguistico" non riguarda solamente il consueto fronte pangermanista, ma comprende anche la nascente "questione ladina", alla quale la Pasetti dedica grande attenzione. Raccogliendo le raccomandazioni di Ernesto Monaci, che stigmatizzava lo sdegno per le posizioni della scuola filologica tedesca, l'allieva di Zenatti ricostruisce i passaggi più significativi della "questione ladina", a partire dalla "forzatura" del pensiero ascoliano sull'individualità del ladino, e conseguente possibile separazione linguistica dall'Italia, fomentata ovviamente "con ogni mezzo da tedeschi e austriaci".
L'appassionato saggio introduttivo della Pasetti risulta particolarmente interessante, non soltanto per evidenziare i criteri metodologici ispiratori dell'intera collezione Zenatti-Pasetti, ma anche per cogliere una parte delle motivazioni alla base di un'altra contemporanea ricerca, legata alla "questione ladina", attivata questa volta dal versante austriaco: la Volksliedsammlung Gartner.
A cavallo del secolo, data anche la virulenza delle tensioni nazionalistiche, la monarchia austro-ungarica tendeva progressivamente a giustificarsi come stato pluri-etnico, suddividendo i territori dell'impero in unità etnico-linguistiche distinte, ripensando complessivamente la struttura stessa dello stato. Anche la ricerca etnomusicologica riflette questa tendenza; continuando nel solco della Sonnleítnersammlung, viene varato nel 1904 il progetto mirato Das Volkstied ín
Österreich diretto da Josef Pommer con il pieno sostegno dei Ministero della cultura austro-ungarico. La ricerca riguardava i repertori dei vari gruppi etnico-linguistici dell'impero, dai ruteni ai moravi, dai serbo-croati ai magiari, dai tirolesi ai ladini. In particolare, nell'ambito del territorio ladino si annoveravano, oltre alle valli del Sella, anche il Friuli orientale e la Val di Non, area considerata "di transizione", ma tuttavia assegnata (per ovvie ragioni politiche) alla "nazione" ladina. A questo proposito venne fondata ad lnnsbruck un'apposita "Commissione di lavoro per la canzone popolare ladina", guidata dal glottologo Theodor Gartner, che può essere considerato in un certo senso l'Ascoli austriaco.Pur basando la ricerca su criteri scientifico-metodologici particolarmente equilibrati ed aggiornati, a tutt'oggi sorprendentemente validi, il Gartner non nascondeva comunque che la collaborazione a tale impresa rappresentava "un'operazione veramente patriottica".
Alla raccolta Gartner è dedicato uno studio di Fabio Chiocchetti, che bene evidenzia gli esiti di questa inchiesta relativamente alla Val di Fassa: "il progetto (...) prevedeva la partecipazione di esperti e di raccoglitori locali: in sostanza si operava innanzitutto - come allora era consuetudine - per mezzo di referenti epistolari, regolarmente retribuiti, scelti in diverse località (...). l limiti delle inchieste per corrispondenza sono ben noti, soprattutto in ordine alle difficoltà di trovare informatori in grado di "ridurre in musica" le melodie dei canti e delle arie da ballo tradizionali. Simili difficoltà erano ben presenti anche ai promotori dell'iniziativa, tant'è vero che era previsto l'intervento di specialisti (linguisti e musicologi) per condurre le necessarie verifiche sul campo, al fine di controllare la natura dei testi raccolti, la loro rispondenza all'esatta pronuncia del popolo e la loro reale diffusione, nonché al fine di effettuare la trascrizione dell'eventuale rivestimento melodico. (...) Per quanto riguarda la Val di Fassa, accanto ad informatori attivissimi come Giovanni Jori di Alba che da solo sarà in grado di inviare tra il 1907 e il 1909 più di ottanta documenti, troviamo anche referenti che fornirono contributi assai più sporadici. Cosicché la distribuzione territoriale del materiale risulta tutt'altro che omogenea: ad esempio, l'area di Canazei sembrerebbe indagata in profondità, mentre mancano assolutamente contributi provenienti dal paese di Soraga, che al contrario oggi ha restituito un repertorio di canto tradizionale di tutto riguardo. A queste lacune, in certa misura inevitabili data l'impostazione dell'indagine, si aggiunge il fatto che l'intera operazione non fu portata a compimento. E ciò nonostante la mole del materiale raccolto risulta davvero imponente. Per la Val di Fassa il corpus comprende circa 200 documenti, senza contare le varianti evidenti: tra questi si annoverano certamente anche testi "non melogenici" (racconti, aneddoti, filastrocche ecc.), ma la parte di gran lunga più consistente sembra effettivamente destinata ad una fruizione musicale. Oltre 40 sono complessivamente i documenti corredati da notazione musicale".
La raccolta Gartner venne bruscamente e prematuramente interrotta dagli eventi bellici del 1915; al termine del conflitto, dopo il tragico suicidio del Pommer, si persero anche le tracce dell'intero corpus raccolto. Recentemente le casse con i documenti della Gartnersammlung sono state ritrovate negli scantinati del Landesarchiv di Graz, e da lì rispedite al Landesarchiv di lnnsbruck, dove sono attualmente conservate, in attesa di un adeguato intervento di schedatura, ordinamento ed analisi. I singoli documenti sonori risultano catalogati su schede cartacee attraverso una serie di voci (luogo, data, ricercatore, informatori, incipit etc.), talvolta anche con la trascrizione musicale del profilo melodico. Spesso, a margine della scheda, vengono riportate ulteriori annotazioni (relative ad esempio al contesto esecutivo, alle strofe mancanti etc.), in codice stenografico.
Come anticipato, le raccolte Bolognini, Pasetti, Zenatti etc. prevedono solamente la trascrizione del testo letterario; la prima antologia trentina con trascrizioni musicali si deve a Stefano Persoglia, che pubblica a Trento nel 1892 la raccolta Canti popolari trentiní con lo pseudonimo di Coronato Pargolesi. Il volume raccoglie sessanta canti, presentati con l'accompagnamento di pianoforte secondo convenzioni comuni a raccolte analoghe pubblicate all'epoca in tutta Italia. Gran parte di questi canti sono di tipo narrativo; di ciascuno è indicata la località di provenienza, in massima parte Trento, Rovereto e dintorni.
L'opera è preceduta da una premessa dell'autore che dichiara subito di aver l'intenzione di offrire "un semplice saggio delle melodie più antiche, e di quelle che per la loro naturale bellezza sono maggiormente diffuse". Quindi rivela di aver effettuato una lunga raccolta in diverse località ascoltando i canti "in parte dalla bocca dei popolani stessi, in parte dal canto di persone che in coscienza dichiaronli parto della musa popolare" e di avere scartato, nella sua pubblicazione, quelli a suo giudizio non trentini.
Per quanto riguarda l'elaborazione proposta, Pargolesi dichiara di aver avuto "cura di dare a ciascuno di essi una cornice più o meno adatta che consiste di poche battute d'introduzione e di una breve chiusa. Ne serbai, per quanto l'arte mel permise, sempre intatta la melodia; soltanto al ritornello osai qualche piccola variante nel basso, o vi apposi qualche contrappunto allo scopo di lenire il tedio della ripetizione".
Particolarmente significativa la breve descrizione del canto tradizionale trentino: "La maggior parte dei (...) canti sono eseguiti da popolo a due parti, o a tre (tenori 1mi, tenori 2di e bassi); ne udii cantati a due parti, o a tre (tenori 1mi, tenori 2di e bassi); ne udii cantati anche all'unisono altri ancora con a soli e coro (...) o semplicemente a solo, in forma di serenata (...) Ne' suoi canti il popolo tentò i versi più usitati, dal senario all'endecasillabo. I più frequenti però sono i settenari e gli ottonari. L'endecasillabo si riscontra per lo più nelle "mattinate", o come dicono in Rendena: "maitinade", ò nella val Lagarina: "macinade". Questo verso è musicato da per tutto, su per giù, alla stessa maniera. Il primo endecasillabo è un vago aggirarsi intorno alla tonica superiore, il secondo segna invece una lenta, talvolta tortuosa discesa alla dominante, sulla quale si ferma; il terzo è eguale al primo, il quarto al secondo, e così via alternando sino alla fine della strofa. In tal guisa formasi una specie di salmodia che ricorda certi canti liturgici della Chiesa".
Fra le varie riviste che a cavallo del secolo sostenevano le tensioni ideali dell’irredentismo, La Paganella si distingue per l'appassionato contributo di Guglielmo Bertagnolli al rilancio della ricerca etnomusicologica in Trentino. Nell'introduzione al primo dei suoi due articoli - pubblicati entrambi a puntate in pratica su tutti i numeri che formano i due anni della breve vita della rivista La Paganella - il Bertagnolli illustra i criteri metodologici che si dovrebbero seguire per arrivare a configurare l'auspicata serie dei canzonieri di valle: "Chi voglia dare un quadro esatto della vegetazione che riveste le falde di un monte deve raccogliere tutte le piante, non quelle che egli crede le più belle o le più originali, poi potrà fare la scelta, e pronunciare un giudizio sintetico sulla flora, che egli volle studiare. Così tutto si dovrebbe raccogliere nello studio del folclore. Né si dica che un tale lavoro è impossibile. E' superiore alle forze di un uomo, forse; ove molti diano l'opera loro di conserva, là è la cosa più facile di quello che si può credere: il numero dei canti vivi in un villaggio è limitato; quando s'abbiano trascritte tutte le canzoni di un villaggio, è data la base per la raccolta di quelle di tutta la valle: basta aggiungere le varianti o le poche canzoni al tutto nuove degli altri borghi, degli altri villaggi, e il quadro è completo. Così si potrebbe sistemare un canzoniere per valle (Val di Non, Val dell'Avisio, Valsugana, Giudicarie) e due canzonieri per le regioni alta e bassa dell'Adige. Direte che si corre il rischio di trascrivere molta roba inutile, canti non autoctoni o di poco valore artistico, e sia: sarà buon materiale, il primo per tracciare le influenze delle province italiche vicine sul popolo nostro; è uno studio interessante anche questo; per ciò che riguarda le cosuccie di poco valore! Esse sono importanti per un altro verso; sono cioè, doppioni di altre migliori; danno tracce spesso preziose per ricostruire altri canti, danno un cenno preziosissimo per fissare le leggi di degenerazione e d'alterazione dei canti popolari importati; illuminano finalmente la psicologia delle più basse sfere dei popolo". I canti raccolti dal Bertagnolli sono riportati nella sola trascrizione verbale, alla maniera dei folcloristi ottocenteschi. E' indicata la località di provenienza ed il nome del raccoglitore (nel caso sia diverso dall'autore dell'articolo).
La pubblicazione si interrompe per la chiusura della rivista nel 1911, dopo 9 numeri.
L'ARCHIVIO FOLKLORISTICO DI PRO CULTURA
La documentazione auspicata dal Monaci - necessaria "per chi vuoi documentare la persistenza della tradizione romana" - e raccomandata calorosamente anche dalla Pasetti, trova particolare impulso in un altro periodico trentino di impronta irredentista: Pro Cultura. Rivista bimestrale di studi trentini, pubblicato a partire dal 1910. Ogni numero ha una rubrica specifica denominata Archivio folcloristico che raccoglie brevi interventi con notizie relative a usi e costumi, leggende, proverbi e, ovviamente, testi di canti provenienti da diversi paesi.
Alcuni contributi riguardano direttamente il canto di tradizione orale. Fra i più significativi vanno segnalati il saggio di Emilío Conci dedicato a vari aspetti della tradizione di Brentonico con una interessante sezione di apertura sul repertorio delle Maítinade; lo studio di G. Roberti sul Trato marzo di cui vengono riportati i testi; il contributo di R. De Luca sui balli della val di Fassa in cui, tra l'altro, si fa riferimento alla pratica di accompagnamento del ballo con "flauto e tamburino", pratica di cui non si hanno testimonianze sonore recenti; una descrizione a cura di R. Rasmo, della festa dei Banderai di Fiemme, con appendice di trascrizione musicale di due varianti relative ad uno dei canti connessi, provenienti da Cavalese e Carano; una trascrizione di testi verbali di canti del Natale di Avio e Camposilvano ad opera di G. Gerola.
Al termine del conflitto, viene pubblicata in "Trento Redenta" nel 1919 un'antologia di Canti di soldati, con testi raccolti da Piero Jahier (tenente degli alpini) armonizzati da Vittorio Gui (tenente del Genio). Si tratta in sostanza di un doveroso omaggio alla coralità veneta e trentina, "che ha fatto con noi i cambi, i riposi, la ritirata, la grande avanzata".
Nella sua breve introduzione, il tenente Jahier evidenzia che si tratta di canti "che avevo raccolto per conforto del fante in trincea. Mi crucciava che mancassero le arie. Ma ho trovato Gui. E Gui le ha trascritte, con fraterno cuore di soldato, alla pianola scalcinata di un Presidio. Mentre gliele cantavo, l'Altipiano fiammeggiava dei nostri cannoni vendicatori".
L'intendimento dei due autori è quello di consegnare ai posteri un repertorio che ha segnato profondamente la dura quotidianità del conflitto "Avevamo la convinzione di far cosa buona fermando colla scrittura questi canti del nostro sangue per offrirli in memoria ai compagni combattenti. Non volevamo staccarci senza averli resi a chi ce li ha dati".
Coronato il sogno irredentista con la definitiva annessione del Trentino al Regno d'Italia, nel periodo fra le due guerre si pone ancora una volta il problema del rilancio della ricerca sistematica sul canto popolare trentino. Di rilievo in questo contesto sono gli studi dell'organologo Renato Lunelli, particolarmente attento anche alla musica popolare. Nel suo studio del 1925 Intorno alla natura musicale del popolo trentino Lunelli propone una serie di riflessioni sulla musica di tradizione orale, ancor oggi particolarmente significative. Punto di partenza è l'affermazione che "anche il popolo trentino, per forza di cose, per il semplice motivo che forma un'unione di individui viventi in una determinata regione, possiede una propria natura musicale". Ne consegue l'opportunità e l'urgenza di effettuare un rilevamento "sul campo" del patrimonio etnofonico trentino, organizzando sistematiche ricerche in tutte le vallate con il contributo "di tutti i volenterosi, poiché l'attività di uno solo non potrebbe giungere a capo di tali ricerche che in lunghissimi anni di indefesso studio".
Uno fra i primi obiettivi del Lunelli - ancor oggi di grande attualità - è quello di ricostruire i profili melodici dei testi pubblicati nelle principali raccolte ottocentesche di canti popolari trentini, documentati solamente nella parte metrico-letteraria: "Bisogna organizzare un sistema di ricerche metodiche da farsi in tutte le vallate del Trentino, e io vi posso assicurare che la messe sarà abbondante, abbondantissima. Bisogna studiare e compulsare le collezioni di poesie popolari trentine curate da Zenatti, Broli, Bolognini, Bertagnolli, ecc., e tentare di ridare alle stesse, le vecchie melodie da cui erano accompagnate e che forse si possono ancora risentire nelle nostre vallate". Questo tipo di ricerca costituirebbe la premessa necessaria per ulteriori indagini analitiche sui caratteri generali del canto popolare trentino: "poi verrebbe lo studio analitico e comparato (...) (e) solo dopo compiuta quest'opera risulterebbero i caratteri etnici della canzone del popolo trentino, le singole diversità che passano fra vallata e vallata. Solo dopo compiuti tali confronti sarebbe possibile giungere a quegli elementi fonici primordiali la cui origine risale oltre la storia ma che si conservano ancora nell'anima del nostro popolo e che possono ancora sprigionarsi incoscientemente mentre adempie alle fatiche dei campi o in un grido inconsulto o in una cadenza involontaria".
Di seguito l'autore torna a parlare del canto tradizionale, criticando le analisi di Giulio Fara secondo cui i caratteri della musica trentina sono comuni a quelli della laguna veneta. Per Lunelli, invece, "dalla Laguna alle Dolomiti corre una non lieve differenza e non è possibile identificare le manifestazioni musicali dettate dai pastori delle alte vallate trentine con i canti dei gondolieri. Senza dubbio lo spirito veneto rivissuto dalla nostra gente (...) attenuò le impetuosità degli jodler tirolesi, creando una linea musicale con non infrequenti angolosità melodiche, tendente di preferenza attraverso una non sovrabbondante varietà ritmica, a certi determinati intervalli melodici". Per dimostrare ciò propone una melodia che ritiene caratteristica di "una vallata trentina, etnicamente forse più individuata di altre"; basta confrontare questo esempio con canti di altre regioni pubblicati da Fara per capire che anche se il popolo trentino non ha creato le sue canzoni ha saputo dare ad esse "una forma che è veramente nostra". Per altri confronti Lunelli propone di partire dall'antologia di Coronato Pargolesi, sebbene tale antologia "abbisogni di una razionale revisione poichè i criteri con cui fu compilata divergono troppo dai principi rigidamente scientifici necessari in tali ricerche".
Allo stesso modo propone di allargare la ricerca anche a "gridi, cadenze, movenze vocali usate dal popolo", riportando a tal proposito un esempio musicale con il "cadenzare ritmato accompagnato dall'agitare di pesanti chiavi che immancabilmente tutte le sere ripeteva il vecchio sentese del duomo prima di chiudere le porte percorrendo le buie navate".
Anche attraverso tali "rudimentali forme musicali" secondo Lunelli si può arrivare alla scoperta dei "caratteri etnici" della musicalità trentina. L'articolo si conclude ribaltando la tesi di Sartori che auspicava l'ampliamento dell'insegnamento musicale presso il popolo in quanto secondo Lunelli "la canzone del popolo è la base della sua musicalità e non la meta a cui tende".
Nel 1936 vengono pubblicati gli atti del lll congresso di "Arti e tradizioni popolari" tenutosi a Trento. Fra i pochi interventi che riguardano la musica tradizionale trentina, di particolare interesse risulta il saggio di Renato Lunelli dedicato alla fisarmonica e alla musica strumentale. Lo scritto si apre con alcune indicazioni circa fonti del XVI secolo che testimoniano di una pratica di tradizione orale nella città di Trento e che intendono sottolineare "il bisogno di musicalità del popolo trentino". Quindi attingendo da varie fonti - in primo luogo gli scritti di Bolognini - l'autore propone una sorta di excursus storico sulla musica strumentale trentina, rammaricandosi per la scomparsa di gran parte del patrimonio etno-organologico (in particolare lo zimbel e la ríbeba).
L'articolo si occupa così della fisarmonica, che in Trentino "è chiamata comunemente "voce armonica" e in Valsugana è pure conosciuta col nome di "orgheneto"". Il suo arrivo in regione risale secondo Lunelli all'inizio dell'Ottocento: essa si diffuse "subito tra il popolo, (poiché) trovò nel Trentino terreno propizio, soprattutto in conseguenza dell'emigrazione temporanea dei valligiani nelle limitrofe provincie austriache". A conferma di ciò viene riportata la trascrizione di un canto dei lavoratori delle ferrovie, i cosiddetti Aizimponieri, "barbarismo di Eísenbahnbauer", che nel secolo scorso costruirono la rete ferroviaria della regione.
Particolarmente interessante è anche la parte relativa ai costruttori e alle diverse fabbriche diffuse nella regione, in cui si parla in particolare dell'Armonium trentino. Si tratta di un unícum dal punto di vista organologico, una peculiarità esclusivamente trentina: consiste in una fisarmonica a doppio mantice con suono soltanto in chiusura di mantice, senza bassi fissi e con le voci disposte a semicerchio in progressione cromatica.
Le raccomandazioni di Lunelli sull'opportunità e l'urgenza di realizzare ricerche sistematiche nelle singole vallate hanno trovato un seguito significativo nell'opera di Giovanni Zanettin, che nel 1935 pubblica in forma di dattiloscritto uno fra più interessanti contributi etnomusicologici ante litteram del Trentino.
Nato nel 1897, di professione impiegato comunale, Giovanni Zanettin era musicista dilettante ed autodidatta, direttore della banda municipale del suo paese per ventisette anni. Fu inoltre in corrispondenza con diversi compositori della sua epoca fra cui Riccardo Zandonai. Si interessò più in generale del folklore della sua vallata lasciando altresì interessanti descrizioni su usi e costumi della sua zona. In particolare nel Canzoniere trascrive la sua collezione di canti raccolti fra il 1920 ed 1935; un lavoro che - come lo stesso autore rivela nella premessa - ha uno scopo eminentemente documentario, che consiste nell'aver raccolto "Canti popolari, già in uso a Cembra, dalla nuova generazione in parte sconosciuti e in parte già caduti in disuso, al solo scopo che non vadano perduti", canti che l'autore afferma di aver trascritto "a memoria come ebbi modo di udirli in gioventù". Come annota Macchiarella: "La notazione è su due pentagrammi, in chiave di violino e di basso, ed articolata quasi sempre in tre parti vocali. Di ciascun canto è riportata la prima strofa seguita dalla redazione del testo verbale delle successive (...) la raccolta di Zanettin presenta un indubbio valore documentario confermato tra l'altro dalle analogie dei profili melodici (soprattutto per quanto riguarda i canti narrativi) con le esecuzioni oggi eseguite".
Accanto alle ricerche ed ai saggi realizzati dagli studiosi locali, la musica di tradizione orale del Trentino riceve attenzione anche nell'ambito dei primi studi di "etnofonia" italiana che negli anni Venti cominciano ad essere pubblicati. In genere si tratta di annotazioni superficiali basate su materiali non conosciuti direttamente, che - come già polemicamente aveva fatto notare Renato Lunelli - considerano la musica trentina come una variante di quella veneta.
Fra i saggi citati in questi studi ricorre spesso il nome di un altro importante studioso trentino di inizio secolo: Angelico Prati, autore tra l'altro di un volume relativamente ampio, intitolato Folclore Trentino. Il volume si articola in due parti: la prima di carattere introduttivo sulle varie componenti della cultura popolare trentina e la seconda costituita da antologie di testi. La prima parte si apre con tre capitoli dedicati nell'ordine alle "Canzoni", alle "Ninne Nanne" e alle "Cantilene", riportate nella sola trascrizione verbale. Il capitolo sulle "Canzoni" si apre con l'affermazione che "il Trentino non offre una messe gran che ricca di canti popolari, se confrontata con quelle di altri luoghi d'Italia, donde anzi passò nelle valli trentine la maggior parte delle canzoni. Queste andarono però trasformandosi di luogo in luogo e adattandosi alle nuove condizioni dialettali che trovarono, pur essendo nota la tendenza di avvicinarle più che sia possibile alla lingua". Unico contributo originale del Trentino viene considerato il genere delle Maitinade "canzoni composte dall'innamorato sotto la finestra della bella, che rammentano sino a un certo punto i rispetti cantati nella campagna toscana (...) le mattinate erano anche cantate nei filò ossia nelle veglie serali, e andavano soggette a una quantità di variazioni, sotto l'aspetto musicale".
A proposito delle "Ninne nanne" osserva il Prati: "E le ninne nanne, le cantilene della mamma variano secondo le circostanze e i momenti della vita del bambino. Le valli del Trentino offrono una messe bella e svariata di tali componimenti nati tra i sorrisi, e i momenti di gioia oppure tra i vagiti del bambino e i singhiozzi della mamma. Ve n'ànno affatto locali".
Nella seconda parte del libro di Prati si ritrovano testi verbali di alcune Maitinade delle Valli Lagarina e Rendena e di varie ninna nanne e cantilene infantili, ripresi da studi precedenti (in particolare quelli di Bolognini e di Pasetti).
Nel periodo a cavallo fra le due guerre, la tensione e l'interesse politico-nazionale sulla questione delle oasi o isole linguistiche tedesche nel Trentino fa registrare un'ulteriore fase, caratterizzata inizialmente dalla componente nostalgica per la dissoluzione del vecchio impero asburgico e per la frattura del Tirolo.
Nello stesso tempo il baricentro culturale si sposta progressivamente dal Tirolo alla Germania, mentre si profila all'orizzonte - questa volta europeo - un più ampio movimento pangermanico legato alle vicende del nazionalsocialismo. E' in questo periodo che due studiosi tedeschi Jórg Bayr e Norbert Waliner effettuano una ricerca "sul campo" in Vai dei Mòcheni, documentando il locale patrimonio di danze popolari. La ricerca pubblicata nel 1937 verrà ristampata nel 1960 in collaborazione con l'Auftrag des Arbeitskreises fúr Tanz im Bundesgebiet. Si tratta del quaderno n. 36 delle Deutsche Volkstánze, che porta il titolo Súdtiroler Volkstánze aus dem Fersental.
Jórg Bayr e Norbert Waliner arrivarono in Vai dei Mòcheni ritenendola "un'isola culturale in cui si erano conservate le vere danze germaniche"; il proposito era appunto quello di documentare il repertorio coreutico come testimonianza della piena appartenenza alla cultura tirolese e dunque alla "vera tradizione tedesca". Di ogni ballo viene riportata - con trascrizione musicale del profilo melodico e breve descrizione coreutica - la forma antica (indicata come "vecchio modo") e le altre varianti raccolte nelle diverse località della valle, talvolta indicate come "nuovo modo". Un sintetico, ma efficace apparato critico collega le singole danze al più ampio contesto della letteratura specifica germanofona. La documentazione così prodotta comprende 8 danze per complessive 15 varianti, eseguite con la fisarmonica/organetto diatonico, chiamato rèta.
Nonostante i limiti e i condizionamenti dell'epoca, lo studio di Bayr e Waliner rappresenta comunque il primo rilevamento scientifico e sistematico in ambito etnocoreutico effettuato in Trentino, segnatamente in Val dei Mòcheni. La sua importanza è determinata anche dalla pressoché totale mancanza di contemporanei analoghi studi nell'arco alpino italiano. Per quanto riguarda in particolare il Trentino, la ricerca di Bayr e Waliner costituisce dunque un unicum, sia in considerazione delle coordinate storico-cronologiche all'interno delle quali è stata pianificata, sia per gli aspetti scientifico-metodologici che l'hanno ispirata.
La tensione e in qualche modo l'incompatibilità tra Tirolo e "Deutschtum" diventarono particolarmente evidenti nel 1939 quando Hitler e Mussolini stipularono l'accordo sulle Opzioni, che ratificò l'esodo dei sudtirolesi di lingua tedesca nei territori del Reich.
Inizialmente, nella sfera di validità dell'accordo non figuravano le due isole linguistiche germanofone trentine di Luserna e Val dei Mòcheni, che vennero inserite solo più tardi e su precisa richiesta dei rappresentanti delle due comunità. Fu proprio l'alta percentuale di optanti di Palù che convinse Richard Wolfram ad un vero e proprio intervento di "urgent anthropology" che lo portò a documentare sul campo e "a futura memoria" il ciclo dell'anno e della vita a Palù e a Fierozzo. La ricerca del Wolfram rientra nei più ampi programmi della Kulturkommission fondata nel 1940 quando il comandante delle SS Heinrich Himmler delegò la SS-Ahnenerbe a prendersi carico del patrimonio culturale "germanico", sia materiale che spirituale, della popolazione sud tirolese rimpatriata. Per questo tipo di documentazione fu previsto per la prima volta l'uso della registrazione audiovisiva sul campo presupposto fondamentale della nascente disciplina etnomusicologica con l'ausilio di novità all'epoca pionieristiche, quali ad esempio cineprese e monumentali magnetofoni da studio trasportati "sul campo" a dorso di mulo.
Il rapporto etnografico redatto dal Wolfram non è purtroppo supportato da queste novità tecnologiche, previste invece per il sud Tirolo; costituisce comunque una fonte preziosa di informazioni sulla tradizione orale mòchena, nonostante i limiti dovuti alla forzata decontestualizzazione degli eventi rituali presi in esame, come ad esempio i canti della Stéla e il carnevale dei Bèce.
Raccolte con registrazioni sonore
Le ricerche e gli studi fin qui considerati, per quanto approfonditi, mancano di un presupposto fondamentale della disciplina etnomusicologica: l'uso di registrazioni fonomagnetiche effettuate sul campo.
Un primo gruppo di documenti sonori sulla musica di tradizione orale trentina si deve a Giuseppe Sebesta. Pioniere della moderna ricerca etnomusicologica, nell'estate dei 1949, nel corso della sua ormai celebre ricerca in Vai dei Mòcheni, Giuseppe Sebesta ha registrato dalla voce dell'informatrice Rosa Corri (classe 1894) sei canti in italiano e la variante in mòcheno del Corteggíatore determinato; Sebesta utilizzava all'epoca un registratore a filo, riuscendo comunque ad ottenere registrazioni di qualità eccellente.
Nel 1954 Alan Lomax e Diego Carpitella iniziarono una campagna di ricerca sistematica, condotta in tutta Italia partendo dalla Sicilia e che conclusero l'anno successivo in Campania, raccogliendo più di millecinquecento brani musicali. La ricerca venne patrocinata dal CNSMP (Centro Nazionale Studi di Musica Popolare) con lo scopo di costituire una prima ricognizione ed un punto di partenza per le ricerche etnomusicolgiche propriamente dette.
Per quanto riguarda il Trentino, Lomax e Carpitella visitarono un solo paese, Moena, il 22.9.1954 (lo stesso giorno in cui i due studiosi si recarono anche a Resta, in Vai Venosta). In questa occasione registrarono sei documenti musicali uno strumentale (per fisarmonica e chitarra), due polivocali e tre a più voci con accompagnamento strumentale (fisarmonica) - oggi depositati presso gli Archivi di Etnomusicologia dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia (raccolta n. 24). Due di questi brani vennero riprodotti nel disco Northem and Central Italy and the Albaníans of Calabria, a cura di Alan Lomax e Diego Carpitelia, pubblicato nel 1957 come prima antologia etnomusicologica italiana.
Altre iniziative di ricerca, promosse successivamente dallo stesso CNSMP, dalla Rai e più avanti dalla Discoteca di Stato, non presero in considerazione il Trentino. Bisognerà attendere dodici anni per ritrovare una seconda serie di documenti sonori, raccolti in questo caso da Diego Carpitella e da Federico Lottersberger
.LA RACCOLTA CARPITELLA-LOTTERSBERGER
Nel 1969 l'Università di Trento (all'epoca Scuola Superiore di Scienze Sociali dell'Università di Trento) affidò a Diego Carpitella l'incarico di un seminario introduttivo all'etnomusicologia, all'interno del quale venne attivata una ricerca sul campo nei quattro paesi alloglotti della Val dei Mocheni, coordinata dallo stesso Carpitella con la collaborazione di Federico Lottersberger, Carla Facchini e Maurizio Cagnoli. Il risultato costituisce un fondo particolarmente interessante, di centotrentasette documenti sonori, conservati in originale da Federico Lottesberger e depositati in copia presso l'Archivio della Discoteca di Stato.
Il materiale raccolto, pur con i limiti dovuti in gran parte ad una permanenza sul campo circoscritta a circa quindici giorni, appare comunque di primaria importanza soprattutto in relazione ad uno dei problemi di fondo della ricerca in Trentino: la tipologia di un repertorio etnomusicale plurilingue in un'area caratterizzata da insediamenti alloglotti. Le registrazioni nel registro linguistico tedesco-mòcheno effettuate da Lottersberger e Carpitella risultano numerose, ma va fatta una precisazione. Non prevedono infatti esclusivamente documenti melogenici, formalizzati sia nella struttura metrico-letteraria che in quella musicale (canti narrativi, ninne-nanne, filastrocche etc.), bensì anche documenti formalizzati non cantati, come ad esempio richiami per bestie e persone, motti tradizionali, lamentazioni funebri, leggende, racconti e interviste Complessivamente le registrazioni in tedesco-mòcheno raccolte da Lottersberger e Carpitella nel 1969 comprendono 20 canti e 55 documenti formalizzati non cantati. Quattro anni più tardi Carpitella pubblicò i primi esiti della ricerca in Val dei Mocheni, premettendo che si trattava del "risultato di un seminario di ricerca tenuto per la durata di un semestre presso la Scuola Superiore di Scienze Sociali dell'Università di Trento ". In particolare il saggio non è corredato di trascrizioni musicali e riporta quindici "trascrizioni - traduzioni dei testi verbali - letterari di alcuni documenti etnico - musicali tedesco - mocheni"; lo stesso Carpitella precisa in una nota che "le trascrizioni di F. Lottersberger debbono considerarsi in una prima stesura, che ulteriormente dovrà essere revisionata e corretta". Questa revisione nel frattempo non sembrerebbe aver avuto luogo seguito, come peraltro sembrerebbe rimasto inevaso anche il lavoro di trascrizione musicale.
Recentemente, questa lacuna è stata in parte colmata grazie al prezioso lavoro di Gerlinde Haid - nell'ambito della ricerca Identità musicale nella Val dei Mocheni - che ha preso in esame l'intera documentazione raccolta da Lottersberger e Carpitella selezionando, in particolare, 46 documenti e integrandoli con analisi e trascrizione musicale.
Nel 1976 viene pubblicata a Trento la celebre antologia di Silvio Pedrotti Canti popolari trentini, uno fra i più importanti contributi sulla tradizione canora della provincia. Il volume riporta complessivamente centosessantasette canti, ordinati - secondo il criterio del contenuto letterario in: "Filastrocche e canti dell'infanzia"; "Canti dei militari"; "Canti di carcerati, di profughi e di emigranti"; "Canti dei lavoro"; "Canti d'amore"; "Canti della vita familiare"; "Canti di malattia"; "Canti spirituali e augurali"; "Ballate, scherzi e argomenti varii".
Di ogni canto viene riportato il testo verbale seguito dalla trascrizione su pentagramma della prima strofa e quindi dall'indicazione della località e della data in cui è stato rilevato e del nome dell'esecutore (o, in alcuni casi, degli esecutori).
Alcuni canti sono stati trascritti dal Pedrotti "a memoria" in quanto l'autore li ricordava personalmente, per averli ascoltati da giovane o per averli appresi da suoi amici fra cui Luigi Pigarelli e Clemente Lunelli. Altri canti sono stati registrati dal Pedrotti con il magnetofono, direttamente sul campo.
Nel 1977, una serie di circostanze favorevoli riuscirono a dar vita ad un progetto singolare, che nelle intenzioni dei promotori (Luigi Del Grosso Destreri e Renato Morelli) avrebbe dovuto attivare inedite sinergie culturali fra l’Università (rettore Paolo Prodi) ed il Conservatorio (direttore Andrea Mascagni), creando una sorta di ponte ideale fra due istituzioni all'epoca distanti e reciprocamente "impermeabili". Venne istituito così il Centro per l'Educazione Musicale e la Socíología della Musica presso la Libera Università di Trento, (d'ora in poi CEMSM); un'istituzione pubblica trentina che tra l'altro attivò un progetto di ricerca etnomusicologica, impostato su basi scientifiche. Il progetto - affidato ad una équipe di ricercatori (Renato Morelli, Pietro Sassu e Marcello Sorce-Keller) coordinata da Luigi Del Grosso Destreri - prevedeva un organico piano di ricerche sistematiche sul campo, concentrato di volta in volta su specifiche aree (le vallate o i singoli paesi), con registrazioni fonomagnetiche in grado di costituire una soddisfacente documentazione sonora, seguita dalla redazione di trascrizioni musicali, di analisi formali e di studi antropologico-musicali sulle singole realtà locali indagate.
Nonostante le premesse, l'attività etnomusicologica del CEMSM si svolse soltanto per un periodo limitato (1977-1979) e si concentrò principalmente su una sola area, il Tesino, pur con sopralluoghi e campionamenti sporadici in altre zone (Valli Giudicarie, Fassa, Fíemme, Valfloriana).
In questo pur breve periodo l'équipe realizzò comunque una documentazione di circa quattrocento documenti sonori su bobina 1/4' ed un volume collettivo con un contributo etnomusicologico monografico sul Tesino.
LA RICERCA MUSICA E CANTO POPOLARE IN VAL DI FASSA
A partire dai primi anni Ottanta, nel solco della breve esperienza del CEMSM, sono state varate due iniziative sistematiche di ricerca etnomusicologica, sulle due isole etnico-linguistiche del Trentino orientale rispettivamente ladina e germanofona, promosse da istituzioni pubbliche trentine.
Una prima sistematica campagna di rilevamento incentrata sulla Val di Fassa venne avviata dall'istituto Culturale Ladino Majon di fascen nel 1979 (inizialmente in collaborazione con il CEMSM) e si sviluppò attraverso varie fasi fino al 1995. Alla sua realizzazione parteciparono vari ricercatori, fra cui Fabio Chiocchetti, Renato Morelli, Cesare Poppi e Pietro Sassu. Il risultato consiste in un corpus di 392 documenti sonori, registrati quasi in tutti i paesi della Valle. Gran parte di questi documenti è stata trascritta nel corso degli anni dagli stessi ricercatori o da altri studiosi come Armando Franceschini, Roberto Gianotti, lgnazio Macchiarella e Silvana Zanolli.
Gli esiti di questa ricerca sono stati recentemente pubblicati in due volumi a cura di Fabio Chiocchetti, intitolati Musica e canto popolare in Val di Fassa. Il lavoro comprende tra l'altro: un saggio analitico di Pietro Sassu sull'insieme dei documenti rilevati; un altro di Silvana Zanolli su specifiche questioni analitiche relative alla struttura melodica dei repertori profani; un saggio di Gerlinde Haid su un ristretto insieme di documenti in lingua tedesca rilevati nel corso della ricerca; un ampio studio di Fabio Chiocchetti che propone una accurata disamina dei repertori vocali con testo in ladino, dalle testimonianze scritte relative al passato alla documentazione su nastro magnetico raccolta nel corso della ricerca; un saggio di Fabio Chiocchetti e Renato Morelli sul canto dei Trei Rees ed il rito della Stella, che oltre alla descrizione dei contesti esecutivi, presenta un attento studio delle variabili melodiche riscontrate nei diversi esempi sonori documentati nella valle e più in generale nel resto dei Trentino nonché una verifica delle testimonianze scritte relative al passato; un contributo di Fabio Chiocchetti e Cesare Poppi sulla Canzone della "Buona sera" agli sposi, che, come il precedente, propone un accurato studio etnologico relativo al contesto esecutivo insieme con un'indagine sulle varianti musicali ed una verifica circa le testimonianze del passato; un saggio di Frumenzio Ghetta ed Antonio Carlini sulle fonti scritte del passato relative alla pratica musicale nella Val di Fassa e all'attività dei musicisti fassani fuori dalla valle, con una corposa appendice documentaria a partire dal XVI secolo; un contributo di Quinto Antonelli su alcuni "canzonieri popolari", raccolte manoscritte di testi di canti realizzati dagli stessi esecutori, ritrovati nel corso della ricerca. I due volumi sono corredati da una vasta antologia di trascrizioni musicali, curata da lgnazio Macchiarella, e da un CD - curato da chi scrive - con una selezione di 39 documenti musicali (3 brani strumentali, 3 "sacri canti" della raccolta Michi, 10 varianti dei canto dei Trei Rees, 3 canti devozionali, 5 varianti del canto della "buona sera" agli sposi, 7 filastrocche e ninne nanne, 8 canti profani in ladino, tedesco e italiano).
Nell'inverno 1974-1975, alcuni giovani di Brentonico coordinati da Quinto Antonelli iniziarono una ricerca sul campo documentando una sessantina di ballate, alcuni canti religiosi e rituali, canti politici e sociali, canzoni d'osteria, filastrocche conte e indovinelli.
Un primo contributo analitico sugli esiti di questa ricerca è stato pubblicato nel 1982 da Quinto Antonelli.
Recentemente l'Associazione Musicale di Brentonico in collaborazione con il Comune ha deciso di pubblicare in versione organica e sistematica questo materiale in un volume con allegato CD delle registrazioni originali, per lo meno le più complete e significative. Il volume è stato affidato per la parte storico-linguistica al dr. Quinto Antonelli, e per la parte musicale al prof. Carlo Schelfi.
LA RICERCA IDENTITÀ MUSICALE DELLA VAL DEI MÒCHENI
Proseguendo il lavoro di ricerca sul campo, iniziato nell'ambito del CEMSM, chi scrive - dopo una serie di campionamenti in Val dei Mòcheni - ha presentato nel 1986 uno progetto mirato di ricerca etnomusicologica al Museo degli usi e costumi della gente trentina di S. Michele all'Adige, che lo ha approvato e finanziato, e del quale si dà conto in un volume pubblicato nel 1996 dal titolo Identità musicale della Val dei Mòcheni. Al volume è allegato un CD contenente trentadue documenti musicali scelti fra i più significativi dei diversi repertori.
Il progetto iniziale prevedeva una serie di campagne di rilevamento, effettuate sul campo esclusivamente dal sottoscritto. Questa prima fase si è conclusa alla fine dei 1987, con esiti talmente positivi da proporre al M.U.C.G.T. di S. Michele all'Adige un ulteriore progetto di completamente e allargamento della ricerca, con il coinvolgimento di professionalità specifiche per ambiti d'indagine mirati: in particolare la Dr. Mag. U. prof. Gerlinde Haid (direttore
dell'Institut fur Volksmusikforschung presso la Hochschule fur Musík und Darsteliende Kunst di Vienna) per il repertorio nel registro linguistico mòcheno-tedesco; la prof. Placida Staro (Civica scuola di arte drammatica Piccolo teatro di Milano) per il repertorio coreutico; la prof. Marina Giovannini (Conservatorio di Bolzano) per le trascrizioni musicali su supporto informatico. Anche questa seconda fase, conclusasi nel 1992, è stata condotta nell'ambito dei progetti di ricerca sostenuti dal M.U.C.G.T. La ricerca è stata pertanto condotta sotto l'egida del M.U.C.G.T. Nelle fasi iniziali della stessa infatti non esisteva ancora l’Istituto Culturale Mòcheno Cimbro (fondato con legge provinciale n.18 del 31 agosto 1987), che in seguito ha comunque aderito al progetto, in piena sintonia di vedute con il M.U.C.G.T., garantendo costante disponibilità e qualificata collaborazione sia alla ricerca sul campo, che alla revisione delle trascrizioni nel registro linguistico mòcheno, mettendo a disposizione la propria biblioteca-fototeca. Tra l'altro l'Istituto Culturale Mòcheno Cimbro ha reso possibile la pubblicazione del volume di cui sopra.Il materiale complessivamente raccolto nel corso della ricerca in Val dei Mòcheni comprende 521 documenti per un totale di circa 32 ore di registrazione. A queste vanno aggiunte le interviste e gli ulteriori documenti registrati sul campo da Placida Staro e Gerlinde Haid. Le campagne di rilevamento sono state effettuate nei cinque paesi mòcheni alloglotti germanofoni del versante vallivo sinistro e nei due romanzi del versante destro.
La raccolta non si è volutamente limitata ai materiali più arcaici e suggestivi, bensì ha inteso mostrare la reale consistenza di un repertorio plurilingue, evidenziando i tratti "tipici" della rispettiva cultura musicale accanto alle affinità sia con l'area cisalpina italiana che con quella germanofona a nord delle Alpi. Nell'impossibilità di pubblicare tutti i canti registrati sul campo, sono stati selezionati per la trascrizione musicale e la pubblicazione 131 titoli per complessive 269 varianti. A queste vanno aggiunte le 78 lezioni (21 delle quali con trascrizione musicale) nel registro linguistico mòcheno-tedesco, riportate nel saggio di Gerlinde Haid. In totale dunque 290 trascrizioni musicali per 209 titoli e 347 varianti.
Purtroppo, nell'economia di questo volume non è stato possibile trovare un'adeguata collocazione per lo studio di Placida Staro sul patrimonio coreutico della Val dei Mòcheni. Uno studio particolarmente significativo, supportato da trascrizioni coreutiche con il sistema Laban, che tra l'altro ha anche preso in esame la verifica di eventuali persistenze o trasformazioni intervenute a distanza di mezzo secolo dalla già citata ricerca di Bayr e Waliner sulle danze popolari mòchene. Sarebbe dunque auspicabile prevedere quanto prima la pubblicazione di questo studio.
Accanto all'attività dei cori e delle varie istituzioni pubbliche citate nei paragrafi precedenti (CEMSM, MUCGT, ICL, ICMC), vanno segnalate le ricerche sulla musica tradizionale condotte in alcune località del Trentino da singoli ricercatori e da varie associazioni e circoli culturali locali.
Così ad esempio il Gruppo culturale di Bondo e Breguzzo ha raccolto a partire dagli anni Ottanta una serie di documenti sonori relativi al proprio territorio. Animatore instancabile di questa iniziativa è stato il compianto Alberto Mognaschi, studioso da poco scomparso, che pubblicò - in forma dattiloscritta - due raccolte dedicate ai canti popolari nel 1984 ed ai giochi del passato nel 1989.
Una seconda fase ha visto parte di questo materiale, assieme ad altro ancora inedito, raccolto in un volume postumo; sono presenti in questo caso anche numerose trascrizioni musicali, realizzate da vari maestri di musica attraverso l'ascolto delle relative registrazioni, oppure di altra provenienza e relative a differenti esecuzioni di testi analoghi a quelli presentati. Si tratta di brani ripresi da volumi di armonizzazioni o varie raccolte di melodie. Un ultimo gruppo di musiche è costituito da armonizzazioni (a più voci) o "arrangiamenti" di maestri locali (ad esempio Tancredi Manfredini) di canti raccolti durante la ricerca oppure da canzoni composte ex-novo.
Di alcuni testi verbali sono riportate diverse "varianti". Le brevi note di commento che seguono alcuni testi verbali talvolta presentano indicazioni sui contesti esecutivi del passato, soprattutto per quanto riguarda i canti del lavoro e quelli religiosi. Per alcuni brani sono dati dei riscontri bibliografici.
I materiali raccolti sono suddivisi in quattordici raggruppamenti, in considerazione del contenuto dei testi verbali, seguendo in sostanza la classificazione proposta dal Pedrotti: "Canti dell'infanzia e dell'adolescenza"; "Canti rituali"; "Canti da osteria"; "Canti della montagna"; "Canti d'amore"; "Canti scherzosi e satirici"; "Canti famigliari"; "Canti dell'emigrazione"; "Canti di lavoro"; "Canti per ricorrenze"; "Canti religiosi"; "Canti patriottici"; "Canti dei coscritti e dei militari"; "Canti diversi". Il volume contiene anche le schede biografiche, corredate di fotografia, degli esecutori dei canti.
LA RACCOLTA STE' AGN SE CANTAVA
Sempre rimanendo nell'ambito delle Valli Giudicarie, una particolare segnalazione merita l'attività del laboratorio musicale della scuola media "G. Leopardi" di Storo, svolta fra il 1992 e il 1995, all'interno delle disponibilità del tempo prolungato, a cura del preside Gianni Poletti, dei due professori di musica Anselmo Girardini e Gianfranco De Madonna, e dell'insegnante di lettere Franco Bianchini.
Si tratta di una ampia campagna di ricerca sul canto popolare, condotta insieme da professori e studenti, che hanno intervistato diversi gruppi di anziani di Storo e di Condino, raccogliendo complessivamente 250 canti registrati su cassette di fortuna; molti canti non sono stati purtroppo registrati per mancanza di tempo. Gli esiti della ricerca sono stati raccolti in una serie di cinque fascicoli dattiloscritti, distribuiti in un numero limitato di copie, quattro dei quali relativi all'area di Storo, uno a quella di Condino. I fascicoli contengono una scheda per ciascun canto raccolto con la trascrizione su pentagramma del profilo melodico della prima strofa.
Ogni scheda è completata dal testo verbale del canto riportato per esteso, talvolta con più versioni attribuite alla stessa melodia. Segue quindi l'indicazione dei nomi di chi ha effettuato le registrazioni, il luogo e la data in cui essa è stata effettuata ed i nomi degli esecutori. Di solito si tratta di gruppi formati da due a sei-sette persone (solo donne o uomini, oppure gruppi misti), mentre in qualche caso i canti sono eseguiti a voce sola (quasi sempre femminile). Infine la scheda è completata da una nota di "commento", ciascuna firmata da un singolo studente, che illustra il contenuto del testo verbale. In pochi casi tale nota offre informazioni sui contesti esecutivi.
La ricerca Ste' agn se cantava - nonostante alcuni limiti di cui sopra - costituisce un lavoro decisamente meritevole soprattutto in considerazione della scarsità di ricerche etnomusicologiche in quest'area del Trentino. Sarebbe dunque auspicabile che essa - con opportuni accorgimenti metodologici - fosse estesa anche ad altre scuole della regione.
LA RACCOLTA DSFS DELL'UNIVERSITÀ DI TRENTO
A partire dal gennaio del 1996, è stato varato il progetto etnomusicologico del Dipartimento di Scienze Filologiche e Storiche dell'Università di Trento, affidato nella fase preliminare, al dr. lgnazio Macchiarella. Nel corso del primo anno, oltre alla ricognizione della documentazione disponibile e all'avvio di uno specifico programma di analisi musicale, sono state condotte alcune ricerche sul campo. Varie ricognizioni sono state effettuate nelle zone dove più carente era la documentazione disponibile, partendo dalle Valli Giudicarie. Alcuni rilevamenti sono stati effettuati anche nell'ambito urbano di Trento, grazie anche alla collaborazione degli anziani che frequentano i corsi dell'Università della Terza età.
Allo stesso tempo, sono state acquisite numerose informazioni dirette circa il fenomeno della coralità organizzata, con specifico riguardo alle modalità di trasmissione ed esecuzione dei repertori. L'elenco completo dei materiali raccolti è consultabile nell'Appendice del catalogo curato da Macchiarella.
LA RACCOLTA ABIES ALBA-ODORIZZI
Il gruppo musicale trentino Abies Alba propone da alcuni anni un repertorio di Folk - revival ispirato in massima parte alla tradizione musicale popolare trentina. Oltre ad una consolidata attività concertistica e di animazione presso scuole, feste popolari etc., il gruppo ha partecipato a numerose performance in stretta collaborazione con cori (ad esempio il coro Brenta di Tione) o gruppi folkloristici (ad esempio il gruppo folk di Castel Tesino). Il repertorio degli Abies Alba rielabora in generale materiali della tradizione orale trentina, raccolti direttamente sul campo dai singoli componenti il gruppo, nel corso di ricerche mirate. In particolare il suo fondatore, il dr. Mauro Odorizzi, ha raccolto numerosi documenti sonori relativi alla tradizione strumentale soprattutto mandolinistica e violinistica, ma anche più in generale di organetto, chitarra, cetra da tavolo, etc.
LE RICERCHE ED IL RUOLO DEI CORI.
Oltre alla già citata ricerca di Silvio Pedrotti e del coro della SAT, il movimento corale popolare trentino è stato protagonista - soprattutto nel corso degli anni Ottanta - di alcune significative ricerche sul canto popolare trentino, con il pieno appoggio della Federazione Cori del Trentino. Si è trattato spesso di iniziative spontanee, condotte anche senza precisi riferimenti metodologici oppure con finalità diverse rispetto alla sistematicità scientifica dell'indagine etnomusicologica, con ad esempio l'obiettivo immediato di raccogliere canti "tipici" del proprio paese o della propria vallata, da armonizzare ed includere nel proprio "esclusivo" repertorio; ma non solo. Di seguito riportiamo qualche esempio fra i più significativi.
Il coro Valsella di Borgo Valsugana ha effettuato numerose ricerche sul campo, in Valsugana ed in altre zone del Trentino: il corpus di documenti raccolti è stato recentemente ceduto al Museo degli usi e costumi della Gente trentina di S. Michele all'Adige. I materiali raccolti sono stati in parte trascritti ed armonizzati da vari musicisti, entrando così a far parte del repertorio del coro. Il coro Roen di Don, segnatamente nella figura del maestro Lorenzi, ha raccolto numerosi documenti sonori relativi alla zona di Castelfondo in alta Val di Non. I materiali raccolti sono stati in seguito trascritti ed armonìzzati da vari musicisti, entrando così a far parte dei repertorio del coro. Le armonizzazioni sono state pubblicate in un volume edito dal coro nel 1995.
Il coro Brenta di Tione ha promosso negli ultimi anni una ricerca sul canto popolare nel proprio bacino di utenza, organizzando una serie di sedute di registrazione presso il circolo pensionati del paese, con la collaborazione di Roberto Gianotti. I materiali raccolti sono stati in seguito trascritti dallo stesso Gianotti e armonizzati da vari musicisti: i canti così elaborati sono entrati a far parte del repertorio del coro. Sia le trascrizioni che le armonizzazioni sono state pubblicate recentemente in un volume antologico celebrativo del cinquantesimo anno di fondazione del coro.
Il coro trentino SOSAT, segnatamente nella figura del vicepresidente Bruno Filippi, ha organizzato una campagna di ricerca a Faedo; nel corso di alcune sedute di registrazione con voci femminili, condotte da chi scrive assieme a Roberto Gianotti e a Bruno Filippi, sono stati registrati un centinaio circa di documenti sonori. Alcune varianti di canti epico-lirici particolarmente interessanti, sono state successivamente trascritte ed armonizzate dal maestro Gianotti e sono entrate a far parte stabilmente del repertorio della SOSAT.
Il coro S. Osvaldo di Roncegno, in occasione del ventennale di fondazione (1988), ha raccolto sul campo alcuni canti, tramandati da anziani informatori della zona di Roncegno. Questo repertorio è stato in seguito armonizzato dalla direttrice del coro Carla Mosca Orempuller, ed è stato recentemente pubblicato in un CD, edito in occasione del trentennale di fondazione.
Soprattutto in questi ultimi anni, emerge inoltre anche un altro ruolo svolto dai cori all'interno delle tradizioni popolari trentine, che va decisamente oltre alla consueta attività di armonizzazione e di esecuzione in concerto di brani tradizionali. Contestualmente all'indebolimento delle usanze tradizionali ed alla perdita di "identità", sta emergendo in varie località del Trentino, una certa figura di "operatore culturale", una sorta di "autore della tradizione" che si preoccupa di tegnìr su le usanze come scelta deliberata e cosciente. Non si tratta di espressioni ideologiche "forti", ma certo emerge una sensazione diffusa, una volontà "di non passare tutto il tempo davanti alla televisione", per recuperare una "voglia di stare insieme" che - forse più a torto che a ragione - si ritiene i rituali della tradizione possano soddisfare. In questo senso forme di associazionismo di base quali appunto i cori, spesso figurano fra gli organizzatori, partecipanti e sponsor di questi rituali.
Riportiamo a titolo di esempio alcuni recenti episodi significativi a proposito dell'usanza della Stella e dei Tre Re.
A Revò, in Val di Non, l'usanza della Stella era andata progressivamente in disuso - analogamente ad altre usanze del ciclo dell'anno - a partire dal secondo dopoguerra, quando il paese si è spopolato in seguito all'ondata di emigrazione che ha visto partire per l'America più di 500 persone.
Recentemente la tradizione è stata ripresa su iniziativa del maestro del locale Coro Maddalene. L'esecuzione dei canti - rigorosamente quelli della tradizione - è oggi piuttosto curata, dal momento che alcuni cantori della Stella sono anche componenti del coro. A questi però si aggiungono spontaneamente anche i padroni di casa, oppure altri giovani del paese.
A Cogolo in Val di Sole la tradizione della Stella era da tempo caduta in disuso. Verso la metà degli anni Ottanta il locale coro parrocchiale si è ricordato della vecchia usanza ed ha pensato che "sarebbe una bella cosa riprenderla". Nel giro di qualche anno la partecipazione della popolazione è diventata sempre più calorosa e l'entusiasmo ha progressivamente coinvolto anche i turisti. Così la tradizione della Stella è stata inserita stabilmente nel calendario turistico come manifestazione ufficiale, direttamente promossa della locale Azienda di promozione turistica.
In Val di Concei, convalle della Val di Ledro, l'usanza della Stella era caduta in disuso verso la metà degli Sessanta. Dopo anni di completo abbandono, un gruppo di amici di Lenzumo, appassionati di canto popolare, hanno pensato di riprendere gli antichi canti della Stella che ancora ricordavano: Voi della casa, Oggi è nato a Betlemme, Noi siamo i tre re. Nelle serate natalizie i vecchi canti sono stati riproposti - in modo del tutto informale - davanti alle case del paese. L'iniziativa è piaciuta alla popolazione che ha risposto generosamente; con il denaro raccolto, il gruppo di amici si è pagato la cena di S. Silvestro. Gli anni successivi l'iniziativa è stata ripetuta con successo, finché l'intero gruppo di amici è confluito nel nascente coro Cima d'oro, a questo punto l'idea è stata proposta al coro, che l'ha subito fatta propria, diventando di fatto il protagonista principale della rinata Stella.
La documentazione video-cinematografica della tradizione orale
Abbiamo già ricordato come un presupposto fondamentale della disciplina etnomusicologica sia rappresentato dall'uso di registrazioni audio, effettuate sul campo. Dai monumentali magnetofoni da studio, trasportati "sul campo" nelle vallate sudtirolesi alla fine degli anni Trenta a dorso di mulo, siamo passati oggi a minuscoli e sofisticati registratori digitali, trasportabili nel palmo di una mano.
Anche la ripresa visiva ha fatto registrare progressi tecnologici significativi, tali comunque da rendere non più giustificabile una malcelata ritrosia da parte di alcuni studiosi nel loro uso come strumenti indispensabili per la ricerca sul campo.
Del resto l'esigenza e l'urgenza di integrare le registrazioni audio con le riprese video-cinematografiche del contesto-occasione-funzione all'interno del quale si sviluppa il documento sonoro, è un dato metodologico che trova concordi - al di là dei dettagli - una schiera di autori troppo lunga da citare nella sua completezza e varietà qualitativa. Fra tutti Diego Carpitella che già nel 1973 osservava: "I documenti etnico-musicali non possono non essere contestualizzati in una prospettiva socio-antropologica". A questo proposito, è forse opportuno ricordare come non ci si riferisca esclusivamente ai canti chiamati "rituali" in quanto direttamente legati a specifiche occasioni-funzioni quali ad esempio lavoro, festa, ritualità varie, corteggiamento etc., ma anche al concetto di fondo relativo alla pratica del canto tradizionale ed ai suoi connotati di tipo rituale, concetto bene evidenziato da Pietro Sassu: "Riteniamo che all'interno di una comunità la vita musicale di tradizione orale faccia parte del dispositivo di compensazione individuale e di gruppo e conservi questa dimensione anche quando è indispensabile componente della ritualità laica o religiosa. Osiamo sostenere che il canto collettivo, se formalizzato secondo criteri riconosciuti da tutti a da tutti condivisi, è sempre rituale. Un rituale senza altro rito che non sia la collettiva realizzazione di un flusso sonoro secondo criteri di "gerarchia" interna tra gli esecutori; una gerarchia regolata dai diversi livelli, piani e modalità di formalizzazione musicale e verbale".
FILMOGRAFIA ETNOMUSICOLOGICA TRENTINA
In attesa di un sistematico lavoro di ricognizione-inventario-catalogazione sui fondi cinematografici o videomagnetici, è sembrato opportuno riportare una filmografia immediatamente disponibile, relativa a materiali etnomusicologici di interesse trentino. Si tratta di una serie di film, realizzati per la regia di chi scrive, e prodotti dalla RAI, sede di Trento; in particolare la serie cinematografica sui ladini di Fassa è stata prodotta dalla RAI, sede di Trento, in collaborazione con l'istituto Culturale Ladino Majon dí Fasegn, Vigo di Fassa. La maggior parte di questo materiale video-cinematografico è stato acquisito dall'istituto Culturale Ladino e dal Museo degli Usi e Costumi della Gente trentina, ed è attualmente conservato anche nelle rispettive videoteche. Alcuni film sono monograficamente dedicati ad aspetti strettamente etnomusicologici; per gli altri verrà indicato il riferimento ad alcune singole sequenze di interesse etnomusicologico.
titolo UNA VITA TANTA STRADA UNO STRUMENTO
sottotitolo Bepi Marchi e l' armonium trentino
anno 1982
durata 30'
formato originale Video 1'
riferimenti Il film ricostruisce la vita di Bepi Marchi, suonatore non vedente di ottantasei anni, virtuoso di armonium trentino, presentando alcuni brani dei suo repertorio ed esemplificandone la particolare tecnica esecutiva.
titolo LA MASCHERA E LO SPECCHIO
sottotitolo Il Carnevale ladino di Fassa
anno 1983
durata parte prima 36', parte seconda 23', totale 58'
formato originale 1 6 mm.neg. colore, Sonoro magnetico separato
Premio MASCHERA D'ARGENTO, Filmfestival Nizza, 1984.
riferimenti Penìa, Val di Fassa, 1982: Carnevale ladino di Fassa. Ballo dei Marascons, (le grandi maschere) con le cinture cariche di campanacci di bronzo, che vengono fatti risuonare con un passo di danza specifico. Bal del barbier, una rappresentazione trasgressiva, messa in scena da un gruppo di maschere, a passo di danza.
titolo MATRIMONI CONTRASTATI
sottotitolo Usanze nuziali fra i Ladini di Fassa
anno 1984
durata 24'30"
formato originale 16 mm.neg. colore, Sonoro magnetico separato
riferimenti Campitello, Val di Fassa, 1982: canto della Bona sera agli sposi con rituale della Baschia .
titolo COSCRITTI
sottotitolo Riti di passaggio in alta Val dei Mòcheni
anno 1986
durata 59'
formato originale 16 mm.neg. colore, Sonoro magnetico separato
Premio ARGE ALP, 34' Filmfestival Trento, 1986
riferimenti Palù, Val dei Mòcheni, 1984: ciclo dei canti della Stéla , e balli per il carnevale dei Bèce
titolo LA STELLA DI FIEROZZO
sottotitolo Canti di questua natalizi in alta Val dei Mòcheni
anno 1986
durata 20'
formato originale 16 mm.neg. colore, Sonoro magnetico separato
riferimenti Fierozzo S. Felice, Val dei Mòcheni, 1985: ciclo dei canti della Stéla
titolo LA DANZA DEGLI ORI
sottotitolo Il carnevale tradizionale di Ponte Caffaro
anno 1987-1 988
durata 55'
formato originale 16 mm.neg. colore, Sonoro magnetico separato
Premio MIGLIOR FILM IN PELLICOLA, VI Rassegna Internazionale di Documentari Etnografici e Antropologici, Nuoro, 1992
riferimenti Ponte Caffaro, bassa Val del Chiese, 1986: Repertorio coreutico del carnevale dei Balarì, Sunadùr e Màscher.
titolo TRATO MARZO
anno 1987-1 988
durata 70'
formato originale 16 mm.neg. colore, Sonoro magnetico separato
riferimenti Trentino, 1987: Trato marzo in funzione a Grumes, Castel Tesino, Cinte Tesino, Daone, Pinzolo.
titolo LA QUESTUA Di S. ANTONIO A PINZOLO
anno 1989
durata 7'
formato originale 16 mm.neg. colore, Sonoro magnetico separato
riferimenti Pinzolo-Carisolo, Val Rendena, 1988: questua cantata per S. Antonio abate, con il Teatrin de S.Antóni.
titolo UNA VITA TANTA STRADA UNO STRUMENTO
sottotitolo Sandro Sartori e le fisarmoniche Bortolo Giuliani di Mori
anno 1989
durata 55'
formato originale 16 mm. neg. colore, Sonoro magnetico separato
riferimenti Il film ricostruisce la vita di Sandro Sartori, suonatore e costruttore di fisarmoniche Bortolo Giuliani - Mori, presentando alcuni brani dei suo repertorio ed esemplificandone la particolare tecnica esecutiva e costruttiva.
titolo LA BOTA
sottotitolo Canto e lavoro dei boscaioli in Valfloriana
anno 1990
durata 30'
formato originale 16 mm. neg. colore, Sonoro magnetico separato
riferimenti Basso il boscaiolo più anziano, dirige una squadra di boscaioli 'cantando la bota', un canto di lavoro che consente di coordinare e organizzare lo sforzo, evitando eventuali incidenti.
titolo CAMPANÒ A CADERZONE
anno 1993
formato originale video betacam SP
durata 13' 30"
riferimenti Caderzone, Val Rendena, 1993: campanò con sistema bergamasco a tastiera.
titolo TRATOMARZO NEWS
anno 1993
formato originale video betacam SP
durata 30'
riferimenti Caderzone, Val Rendena, 1993: ripresa e riscoperta del Tratomarzo.
titolo ARLECCHINI DI VALFLORIANA
anno 1994
formato originale video betacam SP
durata 5'
riferimenti Valfloriana, 1993: Ballo degli Arlechìni nel carnevale di Valfloriana, con interviste a singoli Arlechìni su ruolo e figura.
titolo CANTAMARZO A CROSANO
anno 1994
formato originale video betacam SP
durata 13'
riferimenti Crosano di Brentonico, 1994: ripresa e riscoperta del Tratomarzo
titolo CANTARELLE DI VILLA RENDENA
anno 1994
formato originale video betacam SP
durata 10'
riferimenti Vigo Rendena, 1994: questua cantata pasquale delle cantarèle.
titolo LA GRANDE ROGAZIONE
sottotitolo Con Mario Rigoni Stern
anno 1994
formato originale video betacam SP
durata 36'
riferimenti Asiago, 1994: ciclo dei canti per la grande rogazione.
titolo CAMPANE DI PRASO
anno 1994
formato originale Video betacam SP
durata 30'
riferimenti Praso, Val del Chiese, 1994: campanò con sistema bergamasco a tastiera e sunade con sistema a bicchiere..
titolo GIOCHI CANTATI
anno 1994
formato originale video betacam SP
durata 8'
riferimenti Praso, Val del Chiese, 1994: Sequenza di giochi infantili cantati, eseguiti dai bambini di Sevror, unica frazione del comune di Praso.
titolo TRENTINO CINQUE STELLE
anno 1995
formato originale video betacam SP
durata 22'
riferimenti Ciclo dei canti della Stella a Mezzocorona, Luserna, Carisolo, Javré, Pinzolo.
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