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| Il consolidamento della potenza dei Madruzzo con l'ascesa di Carlo Gaudenzio al soglio vescovile di Trento |
Carlo Gaudenzio Madruzzo nacque in Val d'Aosta, nel 1562, nel castello d'Issogne. Trascorso un breve periodo ad Ivrea per la sua prima formazione scolastica, studiò successivamente a Trento e forse anche nella cittadina borgognona di Dôle. Al termine degli studi superiori, frequentò presso l'università di Ingolstadt i corsi di filosofia, completò quelli giuridici a Pavia e trascorse diversi anni a Roma presso lo zio Ludovico, dove perfezionò la propria formazione universitaria. Del 1581 è il primo incarico di responsabilità della sua carriera ecclesiastica, quale abate di San Cristoforo di Nizza della Paglia, in Monferrato, conseguito mentre era ancora studente. Ottenne quindi altre cariche di prestigio mentre stava ancora completando gli studi: l'anno seguente venne nominato abate del monastero di San Pietro, sempre nel Monferrato, e poco dopo anche abate di San Paolo, presso Besançon. Nel 1592 divenne priore della collegiata di Sant'Orso ad Aosta. In breve diventò anche canonico di Trento. |
| I nuovi accordi con Massimiliano del Tirolo per la difesa del territorio |
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| La lotta alla stregoneria nelle valli trentine |
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| L'evoluzione del Seminario diocesano e l'incoraggiamento alle nuove comunità religiose. La costruzione della Chiesa dell'Inviolata a Riva del Garda |
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| Il soggiorno a Roma e l'agevolazione nei confronti del nipote in vista dell'avvicendamento all'episcopato |
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| I contrasti con la “classe media” trentina e l'ultimo scorcio della vita di Carlo Gaudenzio. L'opinione dei posteri nei suoi confronti |
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In quel tempo lo zio Ludovico ormai si tratteneva permanentemente a Roma, occupato a svolgere la sua attività di cardinale, e Trento era rimasta priva della presenza del vescovo, come era successo, d'altra parte, anche ai tempi del predecessore di Ludovico, Cristoforo. E come era accaduto per Ludovico, anche per Carlo Gaudenzio la via consueta per accedere alla massima carica diocesana fu quella di ricoprire prima le funzioni vicarie del vescovo titolare. Finalmente, dopo l'iniziale azione frenante operata da Sisto V, che aveva ritardato la nomina di un coadiutore per Trento, Ludovico conseguì dal nuovo papa Clemente VIII l'autorizzazione di rito e il Capitolo poté nominare, per lo svolgimento di quest'incarico, nel 1595, Carlo Gaudenzio Madruzzo. Egli conservò per cinque anni questo titolo, fino alla morte dello zio, dopodiché il conseguimento dell'investitura vescovile vera e propria rappresentò poco più di una formalità. Il 26 aprile del 1600, Carlo Gaudenzio fu nominato a tutti gli effetti al comando del principato e la popolazione celebrò questo avvenimento con una fastosa cerimonia per le vie della città. Carlo Gaudenzio risultava così il terzo presule di Trento consecutivo appartenente alla fortunata dinastia dei Madruzzo.
Non trascorse molto tempo che il nuovo vescovo, seguendo la tradizione dei suoi illustri predecessori, acquisì nel 1604 anche il titolo di cardinale, grazie anche alle favorevoli intercessioni dell'imperatore Rodolfo II, con il quale la famiglia Madruzzo intratteneva relazioni eccellenti. Una delle prime iniziative che Carlo Gaudenzio mise in atto fu quella di sollevare l'imperatore dalla frequenza delle vertenze che lo chiamavano ad intervenire direttamente quale autorità giudiziaria, e lo fece stabilendo un criterio esclusivamente censitario: con il beneplacito dell'imperatore Mattia, figlio di Massimiliano II d'Austria e ormai divenuto titolare dei possedimenti asburgici per averli ricevuti dal fratello Rodolfo, non fu difficile per il vescovo emettere un provvedimento che vietava, relativamente alle cause che non superavano una determinata somma (precisamente i 500 ragnesi d'oro) il ricorso alla camera imperiale per la soluzione della controversia.
Le circostanze che, nel corso di questo periodo alla vigilia della Guerra dei Trent'anni, fecero dell'Europa un grande focolaio di tensioni e di conflitti, lo costrinsero a regolare anche questioni di interesse puramente bellico, fin dai tempi in cui assolse le funzioni di coadiutore dello zio Ludovico. Un argomento sempre di estrema attualità era quello della mobilitazione delle truppe, specie in occasione dei frequenti e turbolenti transiti degli eserciti stranieri nel Trentino. A questo proposito il Landlibell del 1511, nell'istituire la confederazione con la quale l'autorità imperiale e quella vescovile si impegnavano anche una collaborazione di tipo militare, aveva stabilito alcune disposizioni di massima alle quali attenersi (1). Tuttavia, queste dovevano essere di tanto in tanto integrate da nuovi accordi in base alle necessità contingenti. La guerra contro i turchi, per esempio, aveva reso necessario un aggiornamento del patto iniziale, e in particolare ai principati vescovili di Trento e di Bressanone era richiesta la fornitura di un più consistente contributo militare. L'esercito turco, verso la conclusione del sedicesimo secolo, aveva infatti aperto un nuovo fronte di guerra lungo il Danubio, e il Trentino dovette sopportare continui transiti di truppe che andavano a rinforzare il contingente di opposizione. Il 4 gennaio 1613, a pochi anni dallo scoppio di quello che si può considerare come il più esteso conflitto armato di tutti i tempi fino a quel momento, e che sarebbe stato destinato a mutare radicalmente la geografia politica europea, la Guerra dei Trent'anni, Carlo Gaudenzio e l'arciduca Massimiliano sottoscrissero un accordo che chiariva in maniera più dettagliata quali fossero la sfera d'azione e le caratteristiche del potere militare del vescovo di Trento e del comandante delle sue truppe. In base a tali trattative, veniva riconosciuto all'autorità vescovile il diritto di nominare il comandante della milizia tridentina, d'intesa con l'arciduca imperiale; il vescovo, invece, avrebbe avuto piena autonomia nella nomina del sottocomandante, figura che rimaneva però alle dipendenze del comandante supremo, quello della federazione. I negoziati confermavano il diritto dell'esercito del vescovo a conservare la propria bandiera da campo, anche nel caso in cui questo avesse marciato al fianco delle milizie confederate. Nello stesso anno 1613, il cardinale Madruzzo conseguì un incarico di notevole peso politico, essendo stato nominato legato pontificio dal papa Paolo V alla dieta dei principi imperiali di Ratisbona, in occasione della quale fu accompagnato da una foltissima scorta. Alla Sede Apostolica, del resto, fu sempre legato da ruoli di grande responsabilità, e nel 1621 ricoprì una funzione di primaria importanza a Roma nel favorire l'elezione a pontefice del cardinale Alessandro Ludovisi, che prese il nome di Gregorio XV.
Questo vescovo dedicò una parte considerevole del proprio tempo a combattere quello che la Chiesa dell'epoca riteneva uno dei pericoli più insidiosi, uno dei mali da estirpare con la massima risolutezza: l'eresia. Nel 1542, il pontefice Paolo III, protagonista assoluto nella prima fase della controriforma cattolica, aveva provveduto a rendere nuovamente funzionante una vecchia istituzione, non più in atto dai tempi del tardo medioevo: il tribunale dell'Inquisizione. Sotto l'egida della Santa Sede, iniziò in tutta Italia una fase storica assai prolungata di processi ed esecuzioni sommarie, spesso perpetrate nei confronti degli esponenti dei ceti più umili, specie quelli contadini, alle cui abitudini, imbevute della superstizione che accompagna ogni ambiente nel quale regnano emarginazione e miseria, si tendeva sovente ad attribuire un condizionamento demoniaco. E come era accaduto in piena epoca medievale, diventava indiscutibile la teoria secondo la quale fosse meglio sacrificare il corpo piuttosto che fosse per sempre dannata l'anima. Gli organi dell'Inquisizione erano soliti scagliarsi con spietatezza estrema contro l'ignoranza di questa gente, che assumeva il ruolo di capro espiatorio all'interno di un clima di autentico terrore. Le donne, ritenute più predisposte ad essere sedotte dal diavolo, divenivano le imputate più ricorrenti in questo genere di procedimenti. Molte volte questi si concludevano con esemplari condanne, e non di rado il tradizionale espediente concesso dal tribunale per evitare la punizione capitale nel caso in cui l'imputato di fosse dichiarato colpevole dei crimini contestatigli e fosse disposto al pentimento con un atto di completa ritrattazione non aveva alcun effetto: talora accadeva che si trovasse il modo di applicare la massima condanna anche nel caso di abiura da parte dell'accusato. Peraltro, non era del tutto infrequente che tali forme di persecuzione sfuggissero all'iniziativa della Chiesa, per diventare una manifestazione del sospetto e financo del furore popolare contro le “streghe”, trasformandosi così per la gente in un pretesto per sfogare la propria rabbia a causa di un cattivo raccolto, di una carestia, di un epidemia o di altri eventi ai quali si tendeva ad attribuire un carattere nefasto. Il cardinal Madruzzo si distinse in special modo in questa attività di rigida vigilanza morale e di repressione contro le eresie, e in questo venne attivamente sostenuto dall'arciduca del Tirolo Massimiliano, gran maestro dell'Ordine Teutonico, nonché dal cugino Cristoforo Andrea Spaur, principe - vescovo di Bressanone. Come in epoca medievale la Chiesa si era avvalsa in gran parte dell'attività di un ordine religioso, quello dei domenicani, per combattere i movimenti ereticali, in questo nuovo contesto la diocesi di Trento si fece affiancare dall'ordine dei Cappuccini di Bolzano. Lo zelo con il quale Carlo Gaudenzio Madruzzo interpretava quella che riteneva una responsabilità del tutto particolare verso la Chiesa e i fedeli lo si può desumere da una lettera che egli stesso scrisse nel 1615 alla curia romana, nella quale segnalava la gravità della situazione in riferimento ai numerosi “malefici” ormai ritenuti numerosissimi in Trentino, unitamente alla sua intenzione di opporsi con tutte le proprie forze contro quello che reputava un vero e proprio flagello. Il cardinale era personalmente membro della congregazione della Santa Inquisizione e di essa aveva istituito a Trento un apposito Ufficio. I fenomeni di “stregoneria” vennero avversati soprattutto in Val di Non e in Val di Sole, tramite l'istituzione di processi conclusisi con svariate condanne a morte nel periodo dal 1612 al 1617. Nella fase immediatamente successiva, invece, la caccia alle streghe dilagò anche ai territori della Val di Fiemme, del Primiero, e in alcuni luoghi particolari del Trentino come Nogaredo ed Arco. Purtroppo questa repressione febbrile non si concluse nel nostro territorio che con la piena fioritura e diffusione del pensiero illuminista.
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