CARLO GAUDENZIO MADRUZZO
1562 - 14 agosto 1629

torna Il consolidamento della potenza dei Madruzzo con l'ascesa di Carlo Gaudenzio al soglio vescovile di Trento

Carlo Gaudenzio Madruzzo nacque in Val d'Aosta, nel 1562, nel castello d'Issogne. Trascorso un breve periodo ad Ivrea per la sua prima formazione scolastica, studiò successivamente a Trento e forse anche nella cittadina borgognona di Dôle. Al termine degli studi superiori, frequentò presso l'università di Ingolstadt i corsi di filosofia, completò quelli giuridici a Pavia e trascorse diversi anni a Roma presso lo zio Ludovico, dove perfezionò la propria formazione universitaria. Del 1581 è il primo incarico di responsabilità della sua carriera ecclesiastica, quale abate di San Cristoforo di Nizza della Paglia, in Monferrato, conseguito mentre era ancora studente. Ottenne quindi altre cariche di prestigio mentre stava ancora completando gli studi: l'anno seguente venne nominato abate del monastero di San Pietro, sempre nel Monferrato, e poco dopo anche abate di San Paolo, presso Besançon. Nel 1592 divenne priore della collegiata di Sant'Orso ad Aosta. In breve diventò anche canonico di Trento.

In quel tempo lo zio Ludovico ormai si tratteneva permanentemente a Roma, occupato a svolgere la sua attività di cardinale, e Trento era rimasta priva della presenza del vescovo, come era successo, d'altra parte, anche ai tempi del predecessore di Ludovico, Cristoforo. E come era accaduto per Ludovico, anche per Carlo Gaudenzio la via consueta per accedere alla massima carica diocesana fu quella di ricoprire prima le funzioni vicarie del vescovo titolare. Finalmente, dopo l'iniziale azione frenante operata da Sisto V, che aveva ritardato la nomina di un coadiutore per Trento, Ludovico conseguì dal nuovo papa Clemente VIII l'autorizzazione di rito e il Capitolo poté nominare, per lo svolgimento di quest'incarico, nel 1595, Carlo Gaudenzio Madruzzo. Egli conservò per cinque anni questo titolo, fino alla morte dello zio, dopodiché il conseguimento dell'investitura vescovile vera e propria rappresentò poco più di una formalità. Il 26 aprile del 1600, Carlo Gaudenzio fu nominato a tutti gli effetti al comando del principato e la popolazione celebrò questo avvenimento con una fastosa cerimonia per le vie della città. Carlo Gaudenzio risultava così il terzo presule di Trento consecutivo appartenente alla fortunata dinastia dei Madruzzo. Non trascorse molto tempo che il nuovo vescovo, seguendo la tradizione dei suoi illustri predecessori, acquisì nel 1604 anche il titolo di cardinale, grazie anche alle favorevoli intercessioni dell'imperatore Rodolfo II, con il quale la famiglia Madruzzo intratteneva relazioni eccellenti. Una delle prime iniziative che Carlo Gaudenzio mise in atto fu quella di sollevare l'imperatore dalla frequenza delle vertenze che lo chiamavano ad intervenire direttamente quale autorità giudiziaria, e lo fece stabilendo un criterio esclusivamente censitario: con il beneplacito dell'imperatore Mattia, figlio di Massimiliano II d'Austria e ormai divenuto titolare dei possedimenti asburgici per averli ricevuti dal fratello Rodolfo, non fu difficile per il vescovo emettere un provvedimento che vietava, relativamente alle cause che non superavano una determinata somma (precisamente i 500 ragnesi d'oro) il ricorso alla camera imperiale per la soluzione della controversia.


torna I nuovi accordi con Massimiliano del Tirolo per la difesa del territorio

Le circostanze che, nel corso di questo periodo alla vigilia della Guerra dei Trent'anni, fecero dell'Europa un grande focolaio di tensioni e di conflitti, lo costrinsero a regolare anche questioni di interesse puramente bellico, fin dai tempi in cui assolse le funzioni di coadiutore dello zio Ludovico. Un argomento sempre di estrema attualità era quello della mobilitazione delle truppe, specie in occasione dei frequenti e turbolenti transiti degli eserciti stranieri nel Trentino. A questo proposito il Landlibell del 1511, nell'istituire la confederazione con la quale l'autorità imperiale e quella vescovile si impegnavano anche una collaborazione di tipo militare, aveva stabilito alcune disposizioni di massima alle quali attenersi (1). Tuttavia, queste dovevano essere di tanto in tanto integrate da nuovi accordi in base alle necessità contingenti. La guerra contro i turchi, per esempio, aveva reso necessario un aggiornamento del patto iniziale, e in particolare ai principati vescovili di Trento e di Bressanone era richiesta la fornitura di un più consistente contributo militare. L'esercito turco, verso la conclusione del sedicesimo secolo, aveva infatti aperto un nuovo fronte di guerra lungo il Danubio, e il Trentino dovette sopportare continui transiti di truppe che andavano a rinforzare il contingente di opposizione. Il 4 gennaio 1613, a pochi anni dallo scoppio di quello che si può considerare come il più esteso conflitto armato di tutti i tempi fino a quel momento, e che sarebbe stato destinato a mutare radicalmente la geografia politica europea, la Guerra dei Trent'anni, Carlo Gaudenzio e l'arciduca Massimiliano sottoscrissero un accordo che chiariva in maniera più dettagliata quali fossero la sfera d'azione e le caratteristiche del potere militare del vescovo di Trento e del comandante delle sue truppe. In base a tali trattative, veniva riconosciuto all'autorità vescovile il diritto di nominare il comandante della milizia tridentina, d'intesa con l'arciduca imperiale; il vescovo, invece, avrebbe avuto piena autonomia nella nomina del sottocomandante, figura che rimaneva però alle dipendenze del comandante supremo, quello della federazione. I negoziati confermavano il diritto dell'esercito del vescovo a conservare la propria bandiera da campo, anche nel caso in cui questo avesse marciato al fianco delle milizie confederate. Nello stesso anno 1613, il cardinale Madruzzo conseguì un incarico di notevole peso politico, essendo stato nominato legato pontificio dal papa Paolo V alla dieta dei principi imperiali di Ratisbona, in occasione della quale fu accompagnato da una foltissima scorta. Alla Sede Apostolica, del resto, fu sempre legato da ruoli di grande responsabilità, e nel 1621 ricoprì una funzione di primaria importanza a Roma nel favorire l'elezione a pontefice del cardinale Alessandro Ludovisi, che prese il nome di Gregorio XV.

torna La lotta alla stregoneria nelle valli trentine (2)

Questo vescovo dedicò una parte considerevole del proprio tempo a combattere quello che la Chiesa dell'epoca riteneva uno dei pericoli più insidiosi, uno dei mali da estirpare con la massima risolutezza: l'eresia. Nel 1542, il pontefice Paolo III, protagonista assoluto nella prima fase della controriforma cattolica, aveva provveduto a rendere nuovamente funzionante una vecchia istituzione, non più in atto dai tempi del tardo medioevo: il tribunale dell'Inquisizione. Sotto l'egida della Santa Sede, iniziò in tutta Italia una fase storica assai prolungata di processi ed esecuzioni sommarie, spesso perpetrate nei confronti degli esponenti dei ceti più umili, specie quelli contadini, alle cui abitudini, imbevute della superstizione che accompagna ogni ambiente nel quale regnano emarginazione e miseria, si tendeva sovente ad attribuire un condizionamento demoniaco. E come era accaduto in piena epoca medievale, diventava indiscutibile la teoria secondo la quale fosse meglio sacrificare il corpo piuttosto che fosse per sempre dannata l'anima. Gli organi dell'Inquisizione erano soliti scagliarsi con spietatezza estrema contro l'ignoranza di questa gente, che assumeva il ruolo di capro espiatorio all'interno di un clima di autentico terrore. Le donne, ritenute più predisposte ad essere sedotte dal diavolo, divenivano le imputate più ricorrenti in questo genere di procedimenti. Molte volte questi si concludevano con esemplari condanne, e non di rado il tradizionale espediente concesso dal tribunale per evitare la punizione capitale nel caso in cui l'imputato di fosse dichiarato colpevole dei crimini contestatigli e fosse disposto al pentimento con un atto di completa ritrattazione non aveva alcun effetto: talora accadeva che si trovasse il modo di applicare la massima condanna anche nel caso di abiura da parte dell'accusato. Peraltro, non era del tutto infrequente che tali forme di persecuzione sfuggissero all'iniziativa della Chiesa, per diventare una manifestazione del sospetto e financo del furore popolare contro le “streghe”, trasformandosi così per la gente in un pretesto per sfogare la propria rabbia a causa di un cattivo raccolto, di una carestia, di un epidemia o di altri eventi ai quali si tendeva ad attribuire un carattere nefasto. Il cardinal Madruzzo si distinse in special modo in questa attività di rigida vigilanza morale e di repressione contro le eresie, e in questo venne attivamente sostenuto dall'arciduca del Tirolo Massimiliano, gran maestro dell'Ordine Teutonico, nonché dal cugino Cristoforo Andrea Spaur, principe - vescovo di Bressanone. Come in epoca medievale la Chiesa si era avvalsa in gran parte dell'attività di un ordine religioso, quello dei domenicani, per combattere i movimenti ereticali, in questo nuovo contesto la diocesi di Trento si fece affiancare dall'ordine dei Cappuccini di Bolzano. Lo zelo con il quale Carlo Gaudenzio Madruzzo interpretava quella che riteneva una responsabilità del tutto particolare verso la Chiesa e i fedeli lo si può desumere da una lettera che egli stesso scrisse nel 1615 alla curia romana, nella quale segnalava la gravità della situazione in riferimento ai numerosi “malefici” ormai ritenuti numerosissimi in Trentino, unitamente alla sua intenzione di opporsi con tutte le proprie forze contro quello che reputava un vero e proprio flagello. Il cardinale era personalmente membro della congregazione della Santa Inquisizione e di essa aveva istituito a Trento un apposito Ufficio. I fenomeni di “stregoneria” vennero avversati soprattutto in Val di Non e in Val di Sole, tramite l'istituzione di processi conclusisi con svariate condanne a morte nel periodo dal 1612 al 1617. Nella fase immediatamente successiva, invece, la caccia alle streghe dilagò anche ai territori della Val di Fiemme, del Primiero, e in alcuni luoghi particolari del Trentino come Nogaredo ed Arco. Purtroppo questa repressione febbrile non si concluse nel nostro territorio che con la piena fioritura e diffusione del pensiero illuminista.

torna L'evoluzione del Seminario diocesano e l'incoraggiamento alle nuove comunità religiose. La costruzione della Chiesa dell'Inviolata a Riva del Garda

In sintonia con la politica ecclesiastica dei tempi, impegnata a trovare le soluzioni per tradurre sul piano pratico le disposizioni del Concilio di Trento, Carlo Gaudenzio Madruzzo dedicò buona parte del suo episcopato a rinnovare l'apparato istituzionale scolastico. Nel 1618 affidò il ginnasio di Trento, sorto da poco, ai padri Somaschi, che lo gestirono con profitto e che vennero incaricati anche di occuparsi del Seminario (3). Ma fu pochi anni più tardi, nel 1625, con la decisione di porlo sotto la guida dei Gesuiti tedeschi, che gli studenti presero a frequentare il ginnasio con maggiore assiduità e che l'istituto poté compiere un balzo di qualità più considerevole. Non ebbe esito altrettanto felice l'intendimento di istituire a Trento una sede universitaria. Quello dell'ateneo era un vecchio sogno del primo dei Madruzzo, il cardinale Cristoforo, ma nemmeno Carlo Gaudenzio, nonostante i suoi ripetuti tentativi, riuscì a realizzarlo. Il vescovo promosse anche la costituzione a Trento di nuovi ordini religiosi, come quello dei Carmelitani alle Laste, dei Cappuccini a Bolzano, ad Egna e ad Appiano, e dei Gesuiti a Trento. A questi ultimi il vescovo serbò sempre una particolare attenzione: in tal modo furono poste le basi per la crescita della loro autorevolezza in città, che con il successore Carlo Emanuele si realizzò pienamente. Carlo Gaudenzio dispose anche dei significativi interventi all'interno della Cattedrale, rendendone l'insieme più armonico e togliendo gli altari accanto alle colonne che ne appesantivano l'arredamento interno. All'inizio del suo episcopato, nel 1603, inaugurò la costruzione della chiesa dell'Inviolata a Riva, rimasto uno dei capolavori dell'architettura trentina del secolo. L'iniziativa di costruire a Riva un santuario dedicato alla Vergine risaliva a degli episodi accaduti pochi anni prima. Gli abitanti della cittadina benacense avevano preso a venerare con particolare devozione la Madonna di fronte ad un'immagine sacra eseguita da un pittore di Salò, Bartolomeo Mangiavino. Il dipinto, che rappresentava Maria fra i Santi Rocco e Sebastiano, divenne presto meta non soltanto dell'attenzione dei nativi, ma anche di veri e propri pellegrinaggi dall'esterno, dopo che all'intercessione della Madonna fu attribuito il verificarsi di guarigioni e di grazie. Sollecitato dalle insistenze dei rivani, il conte Giannangelo Gaudenzio Madruzzo, governatore di Riva e di Arco e comandante delle milizie tirolesi presso la Rocca di Riva, coinvolse il cugino Carlo Gaudenzio nel progetto per la costruzione di una cappelletta attorno al luogo ove si trovava l'effige della Vergine. La prima struttura era molto semplice, in legno, ed era in grado di accogliere poche persone; ben presto si ravvisò la necessità di ampliare l'originario edificio, dato l'afflusso sempre più massiccio di fedeli e le continue richieste per le messe (è stato calcolato che siano state oltre 11.000 in due anni). Così, nel 1603, il vescovo diede l'assenso all'inizio dei lavori, e per sovrintendervi fu convocato da Roma un architetto portoghese, del quale non è stato purtroppo conservato il nome. L'edificio ottagonale poté sorgere non solo per merito dei finanziamenti forniti direttamente dall'autorità vescovile, ma anche grazie ai generosi contributi di Alfonsina Gonzaga, che in seconde nozze aveva sposato Giannangelo Gaudenzio. I Madruzzo, fra le loro numerose parentele di grande blasone, potevano infatti vantare anche quella con la celebre famiglia mantovana. La chiesa, che verrà più avanti arricchita dagli affreschi di Palma il Giovane, Pietro Ricchi, Teofilo Polacco, con gli stucchi di Davide Reti, verrà consacrata più avanti, nel 1636, ad opera del vescovo Carlo Emanuele Madruzzo, fino a diventare un gioiello dell'arte barocca. Nel 1611 il vescovo affidò ai Padri Gerolimini il compito di accudire all'edificio e per essi fece costruire un convento adiacente alla chiesa. Due secoli dopo i Padri Gerolimini vennero soppressi dal governo bavarese e la chiesa dell'Inviolata, lungo il corso del XIX secolo, fu affidata prima ai Conventuali e poi alle Figlie del Sacro Cuore.

torna Il soggiorno a Roma e l'agevolazione nei confronti del nipote in vista dell'avvicendamento all'episcopato

A partire dal novembre del 1620 il Madruzzo decise di risiedere stabilmente a Roma, dove poteva svolgere più compiutamente le sue incombenze da cardinale. Per provvedere al governo del principato vescovile, aveva fatto ricorso al tradizionale espediente che consisteva nel favorirne la nomina del familiare designato, il nipote Carlo Emanuele, prima a canonico del Capitolo e non molto tempo dopo a coadiutore, ottenendo agevolmente il placet dalla Santa Sede (4). Per la verità, l'arciduca del Tirolo Massimiliano e il suo successore Leopoldo avevano cercato con tutti i mezzi a loro disposizione di impedire che un ulteriore membro della famiglia Madruzzo si accaparrasse ancora una volta un bene così prezioso come il principato di Trento e a questo fine erano riusciti, nel 1616, ad inserire Carlo d'Austria nel Capitolo; ma neppure questo escamotage fu sufficiente di fronte allo strapotere di cui godevano i Madruzzo. Fu così che, dal 1622, Carlo Emanuele, sebbene controvoglia e più che altro spinto dallo zio alla carriera ecclesiastica e all'espletamento di quest'incarico, venne ad amministrare in prima persona gli affari della diocesi (5). Delegata anche questa sua personale incombenza, Carlo Gaudenzio poteva dunque riservare parte del suo tempo ad uno degli svaghi preferiti dalla sua famiglia, quello del collezionismo. La passione con la quale il cardinale si dedicò a raccogliere materiale pregiato è testimoniata anche da un minuzioso inventario redatto nel 1614 da Carlo Mazante, maestro di casa di Carlo Gaudenzio, che con dovizia di particolari illustra l'abbondanza del materiale, specialmente di argenteria, di quadri e suppellettili antiche, in proprietà del cardinale. Questo elenco fu integrato da un successivo inventario, ancor più ricco, compilato pochi mesi dopo la morte di Carlo Gaudenzio e comprendente anche gli oggetti radunati dal nipote (6).

torna I contrasti con la “classe media” trentina e l'ultimo scorcio della vita di Carlo Gaudenzio. L'opinione dei posteri nei suoi confronti

Verso la conclusione del suo episcopato, sfociarono in aperto conflitto i dissapori tra il vescovo e la magistratura consolare trentina, che in verità avevano radici di antica data ed avevano tenuto occupata la curia trentina già ai tempi di Cristoforo Madruzzo (7). In questa circostanza e precisamente nell'anno 1625, il cardinale Carlo Gaudenzio si rifiutò di dare la sua approvazione all'elezione dei consoli. Questi, che dall'inizio del secolo erano alle prese con delle conflittualità interne molto forti, a causa delle rimostranze provenienti da quella minoranza di lingua tedesca che anelava ad ottenere una propria rappresentanza anche nella magistratura cittadina, tentarono di opporsi all'azione del vescovo con un appello rivolto direttamente all'autorità imperiale, ma alla fine dovettero rassegnarsi a soggiacere alla volontà di Carlo Gaudenzio. Anche questa volta, il pieno sostegno dell'imperatore alla persona del vescovo rappresentava forse la conferma più evidente del livello di potere che avevano ormai raggiunto i Madruzzo, ormai installati con stabilità sul soglio vescovile anche senza risiedere permanentemente a Trento e forti delle influenze determinanti che potevano vantare nelle corti di mezza Europa. La morte di Carlo Gaudenzio avvenne a Roma il 14 agosto del 1629, al termine di un periodo di malattia, e la sua salma fu trasferita in cappella Madruzzo, nella chiesa di Sant'Onofrio. Dopo di lui diventò vescovo il nipote Carlo Emanuele, il quarto di una dinastia che rimase in carica per la durata di 119 anni. Molte cose sono state dette in merito al nepotismo dei Madruzzo; la critica storica delle epoche successive si è sbizzarrita nel bersagliare con valutazioni non sempre lusinghiere questo dominio incontrastato e tale da giungere a monopolizzare la politica del Trentino per un periodo così lungo. Lo storico roveretano Girolamo Tartarotti, ad esempio, non è certo stato tra i più teneri nello stimare l'operato di questa nobile famiglia. Non v'è dubbio che i Madruzzo, dall'epoca del Concilio di Trento fino alla metà del XVII secolo, mirarono espressamente ad escludere dall'amministrazione del vescovado di Trento qualunque soggetto o gruppo che non avesse legami con il proprio casato e che non ne favorisse l'espansione. Nondimeno, sembra utile una fondamentale osservazione di carattere metodologico: quando ci si imbatte in considerazioni strettamente personali effettuati in epoche differenti da quella in cui è vissuta la persona in questione, è opportuno che questi riscontri vadano a loro volta interpretati con occhio critico. Non c'è forse nulla come il giudizio sulla persona che tende ad essere influenzato dal contesto storico che lo ha prodotto e, per effetto di tale condizionamento, incombe sempre sull'opinione medesima il rischio di una mancanza di obiettività da parte del giudicante. Così, ad una personalità come il Tartarotti, emersa in un periodo storico in cui forte era il condizionamento delle idee illuministe, è naturale che non dovesse risultare particolarmente gradita una figura come quella di Carlo Gaudenzio Madruzzo, il quale aveva, ai suoi tempi, una concezione della politica ancora lontana dai valori meritocratici che saranno tra i capisaldi delle correnti illuministe e un'idea della religione non certo rassomigliante a quella che si svilupperà dopo la metamorfosi culturale prodotta dal ‘700. Non meraviglia che a quei tempi le personalità emergenti in Trentino, tra le quali non poche erano sensibilmente influenzate dal propagarsi del pensiero illuminista, avessero mal tollerato molti dei protagonisti della politica e della cultura trentina del secolo precedente, fin a puntare il dito contro di loro e ad accusarli di avere fatto sprofondare nell'immobilismo la nostra storia. Oggi noi, più liberi da considerazioni di carattere ideologico ovvero da desideri di rivalsa nei confronti dell'immobilismo dell'epoca, possiamo ammirare con un atteggiamento più disincantato soprattutto ciò che i Madruzzo ci hanno lasciato in eredità, come ad esempio i palazzi e i castelli nei quali dimoravano, oppure la loro splendida collezione di oggetti antichi, che rappresentano ai nostri occhi e alla nostra mente un richiamo di grande fascino.

Note:
1. Per approfondimenti sul “libello dell'11”, si veda all'interno della biografia del vescovo Giorgio Neideck (§ 3).
2. Per altri riferimenti in merito alla stregoneria nel Trentino e in particolare alle posizioni dei vescovi di Trento nei riguardi del fenomeno, si veda anche nelle biografie dei vescovi Domenico Antonio Thun (§ 3), Ernesto Adalberto d'Harrach (§ 3) e Sigismondo Alfondo Thun (§ 2).
3. Per rendersi conto dell'affidamento che la famiglia Madruzzo riponeva nell'Ordine dei Chierici regolari di Somasca, si veda anche al § 7 del lavoro biografico su Ludovico Madruzzo.
4. Cfr. anche con le biografie di Ludovico (§ 1) e di Carlo Emanuele Madruzzo (§ 2), per quanto riguarda il conseguimento della titolarità del principato vescovile di Trento.
5. Le tormentate vicende personali di Carlo Emanuele Madruzzo, riluttante ad accogliere la nomina a vescovo di Trento e, a quanto pare, anche alla vocazione ecclesiastica, sono narrate ai § 2 ed 8 della relativa biografia.
6. Per ulteriori spunti sul collezionismo della famiglia Madruzzo, v. anche nelle biografie di Cristoforo (§ 7) e di Carlo Emanuele Madruzzo (§ 9).
7. Su questo argomento, si veda più in particolare quanto riportato al § 5 della biografia di Cristoforo Madruzzo.