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1. Possiamo iniziare con una definizione sintetica: l'Archivio della scrittura popolare è una istituzione che recupera, conserva e studia testi autobiografici e autografi, riconosciuti come popolari, ovvero di scriventi appartenenti ad una classe sociale medio - bassa (barbieri, contadini, falegnami, fornai, frustai, muratori, negozianti, operai, ruotai, segantini, tipografi…), che condividono, in altri termini, una prossimità sociale e una medesima esperienza scolastica.
Ma è una scelta di campo praticata con una certa larghezza, volendo accentuare soprattutto il ruolo di scriventi contrapposto a quello di scrittori (professionisti della scrittura), o, in altri termini, enfatizzare la pratica di uomini e di donne, per i quali la scrittura costituisce un'attività e non una funzione.
2. E' evidente che la costituzione di un archivio di questo genere ha comportato una serie di riflessioni sul bisogno di scrittura: perché persone non sempre interamente alfabetizzate scrivono, con fatica, ma scrivono intendendo lasciare traccia di sé? Esiste una pratica tradizionale e popolare della scrittura? Che senso ha "scrivere" di sé per degli autori- non scrittori? E come si devono leggere testi che sono privi dello statuto rassicurante della letterarietà?
Nell'intervento conclusivo del primo seminario dell'Archivio della scrittura popolare, Mario Isnenghi aveva riformulato le domande e lucidamente prospettato un percorso di riflessione e di studio in grado di sorreggere teoricamente la costruzione dell'Archivio: "Un altro momento interessante, sempre in rapporto alla domanda su quando scrive il personaggio popolare, è quando egli si costituisce in quanto io, in quanto identità, in quanto personaggio, proprio perché sente il bisogno di scrivere di sé e lo fa, cosa che precedentemente non aveva avuto voglia, occasione, bisogno di fare. Dunque un'identità minacciata che si reintegra e si ricostituisce (ma anche che si forma e si diversifica) nel momento in cui scrive. Minacciata l'identità, ma nello stesso tempo costituenda e costituita: non è, credo, un'acrobazia verbale, ma una situazione dialettica effettiva. Questo è un grande tema che lasciamo tracciato, affrontato ma ancora tutto da discutere nei prossimi incontri: il costituirsi dell'io (degli io) popolare, le forme, i luoghi di questa costituzione, la nascita per scontro sul mutamento". 1
3. La citazione di Mario Isnenghi e il richiamo al seminario del 1987 introduce la seconda caratteristica (e finalità) dell'Archivio della scrittura popolare che lo qualifica come sede di ricerche, di studi e, con i suoi otto seminari, centro di un complesso confronto teorico e metodologico. Ma su questo non ci dilungheremo e rimandiamo alla bibliografia in nota. 2
4. Ora se dalle definizioni passiamo alla descrizione del corpus, dobbiamo senz'altro ammettere che l'Archivio è radicato nel territorio ed è caratterizzato dal "caso trentino", da questa che è stata definita una "regione-memoria", ovvero da una storia e da una cultura profondamente segnate dalla situazione di confine. Partiamo da questa peculiarità.
Se la data di nascita dell'Archivio può essere fatta risalire al 1987, l'attività di ricerca, da parte del gruppo di storici che dava vita alla rivista "Materiali di lavoro", inizia con la fine degli anni Settanta e si concretizza intorno ad un primo nucleo di scritture relative alla Grande Guerra.
Sono diari, di misura e impegno diversi, di soldati di lingua italiana, appartenenti all'Impero austro-ungarico, inviati per la maggior parte sul fronte orientale (in Galizia, sui Carpazi, ai confini con la Serbia, in Romania. Pochi dei 60.000 trentini arruolati combatterono contro le truppe italiane sull'Isonzo o sui fronti di montagna; loro diretti avversari furono i reparti russi ad opera dei quali subirono terribili perdite, specialmente nel 1914); e memorie dell'evento bellico, molte delle quali redatte durante il conflitto. La fine della propria guerra dovuta alla prigionia, all'ospedalizzazione, al ritiro dal fronte, consente infatti lo spazio e il tempo per un bilancio autobiografico.
Tra questi si devono annoverare anche i testi che ricordano una guerra dimentica, combattuta tra le steppe della Siberia. Centinaia di trentini prigionieri dell'esercito russo si trovarono nel 1918 a Tien Tsin inquadrati nel Corpo di Spedizione Italiano in Estremo Oriente, impiegati in azioni militari antibolsceviche a fianco dell'esercito di Kolciak e degli altri corpi di spedizione alleati.
Ancora, relativi alla prima guerra, sono le lettere, i diari e le memorie dei profughi, che nei giorni immediatamente precedenti la dichiarazione di guerra dell'Italia, dovettero in massa abbandonare i paesi e le città situati a ridosso della futura linea del fronte: circa 70.000 trentini vennero avviati verso le province centrali dell'Impero (dall'Austria inferiore alla Boemia, alla Moravia), mentre un anno più tardi altri 30.000 furono convogliati, dall'esercito italiano, verso sud (dalla Lombardia alla Sicilia). Di quell'evento che costituì una lacerazione memorabile nella storia della comunità, le memorie delle donne danno conto in maniera particolarmente drammatica.
Ed è una testimonianza, in grado di acquistare un valore più generale almeno su due versanti: quello, appunto, dello sradicamento e dello spostamento di intere popolazioni da un territorio all'altro, un fenomeno che con la prima guerra diverrà una costante del Novecento e quello della condizione della donna in guerra.
Su questo secondo aspetto, le scritture femminili offrono qualche interessante ed utile contributo per rispondere alle domande che pone Francoise Thébaud in un suo saggio sulla vita delle donne durante la Grande Guerra: "Cosa fanno, cosa diventano le donne dei paesi belligeranti? La guerra coinvolge in maniera diversa i due sessi? Questo trauma di lunga durata per gli uomini ha significato per le donne soltanto lutto, sofferenza e ansia materna? O non ha significato anche, a causa della frattura dell'ordine familiare e sociale, nell'aprirsi di nuove esperienze lavorative, l'era del possibile?". 3
5. Questo primo fondo riportava alla luce la memoria di una guerra, rapidamente rimossa nell'Italia di Vittorio Veneto che aveva conquistato la regione trentino-tirolese fino al Brennero. Con essa era stato rimosso anche il fatto "che i soldati trentini avevano combattuto dalla parte sbagliata". Si trattava, quindi, di scritture di vinti redenti, esclusi dalla storia celebrata e celebrativa, che, come per un sommovimento geologico, venivano ora ad adagiarsi accanto ad altre storie e verità parziali - (penso alla memoria monumentale eretta dai vincitori, tesa a celebrare e a legittimare l'annessione del Trentino-Sud Tirolo all'Italia) - in quelli che Shlomo Breznitz denomina come "i campi della memoria". 4
Certo, nel Trentino la memoria di quella guerra (la Grande Guerra) non si era persa del tutto, ma era rimasta confinata quasi esclusivamente nello spazio della narrazione orale. Spesso in modo frammentario ed estenuato.
Queste scritture, viceversa, (che, dopo aver costituito l'Archivio, continuano a fluire numerose) sia per la quantità che per la qualità, non si possono definire marginali, anzi rivendicano una loro pesantezza e un'attenzione del tutto particolare.
Quadernetti, taccuini a righe, a quadretti, a pagine bianche, Kriegsnotizen, agende consunte scritte quasi sempre a matita, esibiscono testi che a vari livelli si sottraggono alle norme dell'italiano standard e presentano evidenti tracce del parlato a livello grafico, lessicale e morfosintattico. Eppure sono testi che ambiscono anche ad essere libro, che hanno nel libro un modello compositivo e nella pagina letteraria un modello di scrittura. 5
E come tali prevedono pure un lettore-modello (raramente citato nel testo) che però per evidenti ragioni storiche (l'incompatibilità di quelle memorie con la nuova realtà nazionale) è venuto a mancare.
"Due generazioni sono state così saltate. - Scrive Camillo Zadra in uno dei primi studi del 1985. - Il risultato che la nostra archeologia della scrittura rimossa forse conseguirà sarà la rimessa in circolo di questa comunicazione scritta, ristabilendo il contatto, attraverso questi testi, tra i loro autori e la nostra generazione di imprevisti destinatari e di interlocutori curiosi". 6
L'Archivio della scrittura popolare è quindi frutto di una doppia operazione, compiuta concordemente dal gruppo di "Materiali di lavoro" e dalla direzione del Museo storico in Trento, entro cui è sorto l'Archivio.
Si tratta innanzitutto di una precisa operazione storiografica: convincendo le famiglie a depositare (nell'originale o in copia) le scritture dei propri cari, queste vengono sottratte alla loro funzione, sacrosanta, ma privata di oggetti di guerra, memoria familiare, affettiva, gelosamente custodita, per trasformarsi (anche) in nuove fonti narrative in grado di testimoniare l'esperienza soggettiva della guerra.
Ma l'istituzione dell'Archivio ha un valore anche etico, nel senso espresso da Remo Bodei, là dove scrive "che la difesa dell'esattezza dei ricordi ha anche una dimensione etica, di tutela di una identità più consapevole - e quindi più libera - delle persone e delle comunità". E l'Archivio, in questa sua opera di risarcimento, di riabilitazione di una memoria soppressa, si oppone al formarsi di quello che sempre Bodei definisce il monopolio di memoria e di oblio; e si propone invece come un antidoto "alle interpretazioni autorizzate degli eventi da parte dei detentori ufficiali del potere politico o salvifico". 7
6. Con la costruzione dell'Archivio il gruppo di "Materiali di lavoro" si era posto sia l'obiettivo di un'ampia edizione di testi nella prospettiva di una "filologia della scrittura" sia quello di un lavoro più propriamente storiografico, nella direzione di "una ricognizione dell'esperienza di guerra in una prospettiva dal basso: di provare a scrivere, per dirla con un paragone, un Fussel o un Leed dei poveri (il riferimento è agli autori di due libri particolarmente suggestivi, nei quali la memorialistica colta e la letteratura sono utilizzate come ricchissimo documento della soggettività dei combattenti)". 8
Dieci anni dopo si è venuto formalizzando un progetto editoriale, sostenuto dal Museo storico in Trento e dal Museo della guerra di Rovereto, che prevede la pubblicazione di una serie di testi (epistolari, diari e memorie) relativi alla Grande Guerra. La collana, intitolata Scritture di guerra, giunta a sette volumi con la pubblicazione di 34 testi e 3 epistolari, intende quindi rendere disponibili agli studiosi, agli studenti, ma anche ai comuni lettori una edizione rigorosa dei testi autobiografici: una trascrizione fedele all'originale (segnalando gli eventuali interventi di normalizzazione ortografica, di restauro o di integrazione), ma largamente leggibile; una breve biografia dell'autore; un sobrio apparato di note di tipo storico-geografico e linguistico in grado di orientare il lettore nella individuazione dei tempi e dei luoghi e nella comprensione più generale del testo.
7. Non è possibile intraprendere qui un inventario tematico delle scritture di guerra. Basterà segnalare l'intensità con cui vengono frequentati alcuni luoghi reali e simbolici. Il tema della partenza "amara" costituisce uno dei momenti strutturali più tipici del racconto dei soldati e insieme uno dei più strazianti. La consapevolezza di una frattura forse irrimediabile si prolunga fin sui campi galiziani, quando si fa strada la nostalgia per un mondo che sta per scomparire e il senso della perdita di ogni certezza (qualche volta anche religiosa). E ancora troviamo la guerra come lavoro coatto, oltre che come scontro fisico e cruento con il nemico. La prigionia, infine, permette spesso di sviluppare il confronto con una realtà culturale diversa, così che il tema degli "usi e costumi siberiani" appare frequentemente nelle Scritture.
I due volumi che raccolgono testi femminili 9 si impongono come un'assoluta novità. Mentre ci raccontano come si diventa profughe, ci parlano del passato - come ha scritto l'antropologia Annamaria Rivera - "evocandoci il presente. La lacerazione che esse raccontano, infatti, il momento drammatico dell'abbandono, le dure condizioni del viaggio verso terre sconosciute, la vita dell'esilio, l'internamento in campi in cui è messa in forse la sopravvivenza, la morte di figli e parenti: tutto questo ci dice di altri abbandoni, viaggi, esili, internamenti. Sono quelli che vediamo scorrere sotto i nostri occhi, quelli che la cronaca odierna ci riporta, parlandoci di bosniaci, albanesi, curdi o semplicemente migranti, che sfidano o incontrano la morte in viaggi di fortuna".10
Sono scritture molto intense, in grado di dar conto dell'enorme sforzo, che le donne dovettero fare per difendere e sostenere un'identità minacciata dal non-luogo dell'esilio.
8. Quanto al secondo pezzo del progetto complessivo, relativo all'approfondimento storiografico e, più in generale, alla riflessione teorica sulle scritture popolari, si deve constatare che ancora manca. Ma dal 1985 in poi sia dalla riflessione del gruppo di "Materiali di Lavoro", sia dalla ricerca più legata all'Università (le tesi di laurea sia sul versante linguistico che su quello storico cominciano ad essere numerose), è comunque uscito qualche utile materiale: sulle caratteristiche tipologiche dei diari e delle memorie, sullo stile e la lingua dei testi autobiografici popolari (in particolare gli studi ci sembrano avanzati, sia sul versante dell'analisi del contatto linguistico, ovvero sull'interferenza tra italiano e tedesco, rilevante in una lingua di confine; sia su quello della descrizione e della definizione di questa specifica scrittura popolare; sia, infine, sul piano dell'analisi testuale). 11
Si è lavorato molto sull'identità e la coscienza nazionale dei soldati trentini, altro tema di frontiera. Si veda in particolare il volume di Gianluigi Fait dedicato alla figura e agli scritti di un barbiere rivano 12 che fornisce la ricostruzione di un irredentismo dal basso, abbastanza sconosciuto o, meglio, come scrive Mario Isnenghi nella prefazione: "Grazie al giovane barbiere rivano, l'irredentismo esce dalle formule e dai ricordi un po' sgualciti di scuola; esce anche dal piano delle aristocrazie politiche e dell'oleografia monumentale, scende di tono e si democratizza". 13 Un lavoro, da leggersi insieme all'indagine di Fabrizio Rasera e Camillo Zadra, tesa a rintracciare i segni di una coscienza nazionale negli scritti dei soldati trentini. 14
Un secondo volume che si intende segnalare è Selma e Guerrino di Rosalba Dondeynaz, che prende in considerazione lo sterminato epistolario di due sposi, nel tempo della Grande Guerra, nella prospettiva di una storia dei sentimenti. Il libro fa parte della collana "Fiori secchi", diretta da Antonio Gibelli e promossa dalla Federazione degli Archivi della scrittura popolare.
9. Così vorremmo concludere proprie con le parole di Antonio Gibelli che ha studiato e analizzato i diari e le autobiografie popolari della Grande Guerra (anche i nostri) e li ha utilizzati in un libro che costituisce un punto di riferimento irrinunciabile: "In queste scritture il rapporto con l'evento si presenta in termini ancora diversi e assai vari. Ora è celebrazione a posteriori dello scampato pericolo e della fine di un incubo, ovvero la solennizzazione del proprio ingresso nella grande storia, ora la lucida registrazione di quanto di mirabilmente nuovo, spettacolare e insieme inspiegabile la guerra ha mostrato. In ogni caso contiene non di rado [...] anche ciò che nelle altre forme di scrittura abbiamo visto in parte negato o nascosto: i particolari dell'orrore, la nuova esperienza della contaminazione e della morte". 15
Quinto Antonelli, curatore della sezione scritture popolari del Museo storico in Trento
Note
| 1 | M. Isnenghi, Intervento di discussione, in Per un archivio della scrittura popolare, "Materiali di Lavoro", n. 1-2, 1987, p. 199.
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| 2 | Cfr. Per un archivio della scrittura popolare, cit.; L'Archivio della scrittura popolare: natura, compiti, strumenti di lavoro, in "Movimento operaio e socialista", n. 1-2, 1989; I luoghi dell'autobiografia popolare, in "Materiali di lavoro", n. 1-2, 1990; Deferenza, rivendicazione, supplica: lettere ai potenti, a cura di G. Fait e C. Zadra, Pagus, Paese (TV) 1991; La scrittura bambina: interventi e ricerche sulle pratiche di scrittura dell'infanzia e dell'adolescenza, in "Materiali di lavoro", n. 2-3, 1992; Scritture bambine: testi infantili tra passato e presente, a cura di Q. Antonelli e E. Becchi, Laterza, Roma-Bari 1995. L'ottavo seminario dal titolo Archivi autobiografici in Europa: tradizioni e prospettive a confronto, si è svolto a Rovereto il 30-31 gennaio scorso.
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| 3 | F. Thébaud, La Grande Guerra: età della donna o trionfo della differenza sessuale, in G. Duby e Michelle Perrot (a cura di), Storia delle donne. Il Novecento, vol. 5, Laterza, Roma-Bari 1996, p. 26.
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| 4 | S. Breznitz, I campi della memoria, Garzanti, Milano 1994.
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| 5 | Per una riflessione più estesa su questi aspetti si veda Q. Antonelli, "Io ò comperato questo libro...": lingua e stile nei testi autobiografici popolari, in E. Banfi e P. Cordin (a cura di), Pagine di scuola, di famiglia, di memorie: per un'indagine sul multilinguismo nel Trentino austriaco, Museo storico in Trento, 1996, pp. 209-263.
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| 6 | C. Zadra, Quaderni di guerra: diari e memorie autobiografiche di soldati trentini nella Grande Guerra, in "Materiali di lavoro", n. 1-3, 1985, p. 232.
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| 7 | R. Bodei, Libro della memoria e della speranza, Il Mulino, Bologna 1995, p. 37.
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| 8 | F. Rasera, Storia e storie. Un inventario ragionato di studi e testi in area trentina (1980-1993), in Q. Antonelli (a cura di), Tra storia e memoria. Fonti orali e scritti popolari autobiografici: un repertorio bibliografico trentino (1971-1993), Didascalibri-Publiprint, Trento 1993, p. 17.
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| 9 | Cfr. "Scritture di guerra / 4", Valeria Bais, Amabile Maria Broz, Giuseppina Cattoi, Giuseppina Filippi Manfredi, Adelia Parisi Bruseghini, Luigia Senter Dalbosco, a cura di Q. Antonelli, D. Leoni, M. B. Marzani, G. Pontalti, Museo storico in Trento-Museo della guerra di Rovereto, 1996; "Scritture di guerra / 5", Antonietta Angela Bonatti Procura, Giorgina Brocchi, Elena Caracristi, Corina Corradi, Melania Moiola, Cecilia Rizzi Pizzini, Virginia Tranquillini, Amelia Vivaldelli, Ines Zanghielli, a cura di Q. Antonelli, D. Leoni, A. Miorelli, G. Pontalti, Museo storico in Trento-Museo della guerra di Rovereto, 1996.
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| 10 | A. Rivera, Vite d'esilio scritte sul fondo di un baule, in "La Gazzetta del Mezzogiorno", 16 maggio 1997.
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| 11 | Cfr. M. Bonfanti, L'austriacano: una "varietà" del repertorio Trentino austriaco, rel. Emanuele Banfi, Università degli studi di Trento, Facoltà di lettere e filosofia, anno acc. 1994/95; Mariagrazia Gregori, Analisi linguistica di due autobiografie femminili nell'archivio della scrittura popolare di Trento, rel. Patrizia Cordin, Università degli studi di Trento, Facoltà di lettere e filosofia, anno acc. 1995/96. Per un repertorio più generale si veda Q. Antonelli, La mappa dell'Archivio: una rassegna dell'attività dell'Archivio della scrittura popolare, in "Archivio trentino di storia contemporanea", n. 1, 1996, pp. 133-160.
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| 12 | G. Fait (a cura di), Giuseppe Bresciani. Una generazione di confine. Cultura nazionale e Grande Guerra negli scritti di un barbiere rivano, Museo del Risorgimento e della Lotta per la Libertà, Trento 1991
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| 13 | Ivi, p. XI.
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| 14 | F. Rasera e C. Zadra, Patrie lontane: la coscienza nazionale negli scritti dei soldati trentini 1914-1918, in "Passato e Presente", n. 14/15, 1987, pp. 37-73. Riedito ora con qualche modifica in G. Fait (a cura di), Sui campi di Galizia (1914-1917): gli italiani d'Austria e il fronte orientale. Uomini, popoli, culture nella guerra europea, Museo storico italiano della guerra - Materiali di lavoro, Rovereto 1997, pp. 317-358.
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| 15 | A. Gibelli, L'officina della guerra: la Grande Guerra e le trasformazioni del mondo mentale, Bollati Boringhieri, Torino 1991, p. 64.
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