L'autonomia nel primo dopoguerra di Armando Vadagnini

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Nel primo dopoguerra in Trentino il discorso dell'autonomia si impose con grande evidenza. Infatti la provincia era stata annessa al Regno d'Italia e questo fatto se da una parte poteva riempire di profonda soddisfazione coloro che si erano battuti prima e durante la guerra per la "redenzione" del Trentino, dall'altra creava perplessità non di poco conto riguardo al centralismo dello Stato italiano, che si temeva cancellasse le autonomie provinciali e comunali godute dal Trentino sotto il governo austriaco.

A queste esigenze di decentramento amministrativo e di autogoverno si aggiungevano inoltre le richieste dei sudtirolesi che, inseriti quale minoranza in un nuovo Stato, rivendicavano un'autonomia assai ampia, che arrivava in concreto a prefigurare il distacco della provincia dall'Italia e l'annessione all'Austria.

In questo quadro così complesso, reso ancora più difficile dall'immane sforzo della ricostruzione materiale dei danni di guerra, i trentini si mossero con grande fermezza per chiedere allo Stato italiano il mantenimento di alcune autonomie istituzionali (quelle dei Comuni e della Regione) e di quelle di altri organismi locali, come ad esempio nel campo economico la possibilità di sfruttamento in loco dell'energia idroelettrica oppure nel settore scolastico il mantenimento di organismi decentrati, secondo una legge asburgica del 1869 che aveva istituito i consigli scolastici locali, distrettuali e provinciali o, ancora, la difesa di associazioni nate in ogni paese, come le bande, i cori, i vigili del fuoco ecc. che rappresentavano una forma di autonomia diffusa, cresciuta nel terreno del volontariato e della libera iniziativa privata.

Sulla dimensione territoriale dell'autonomia amministrativa, i trentini in un primo tempo puntarono su un'autonomia separata di tipo provinciale fra Trentino e Alto Adige. Quando però elementi del Deutscher Verband (un movimento politico che riuniva cattolici e liberal-nazionali altoatesini) presentarono nel 1919 al Capo del governo Francesco Saverio Nitti un progetto che prevedeva l'autonomia solo per la provincia di Bolzano, i trentini reagirono prontamente e attraverso una fitta rete di incontri con le autorità romane riuscirono a imporre la visione "regionale" dell'autonomia, con l'unione di Trento e di Bolzano.

Ma questa richiesta, che forse poteva apparire impregnata di spirito localistico, era accompagnata dalla volontà che l'autonomia della Venezia Tridentina fosse seguita anche da quella di tutte le altre regioni italiane; in altre parole se i trentini chiedevano l'autonomia, non lo facevano solo per sé o per la difesa nazionale di una minoranza - quella sudtirolese - inserita nel nuovo Stato italiano, ma anche per avviare una riforma dello Stato centralista, con l'inserimento di un forte decentramento, esteso a tutte le regioni. Come osserva Maria Garbari, l'autonomia non poteva essere considerata come "un provvedimento straordinario finalizzato solo a smorzare la conflittualità etnica", ma anche come "una maniera di intendere la realtà statale", ossia come un organismo in cui i poteri decentrati rispecchiavano la realtà dei Länder austriaci.

Le motivazioni più frequenti, cui i trentini ricorsero per giustificare la loro richiesta di autonomia, furono di ordine amministrativo e storico. Venuto meno il motivo nazionale e linguistico, che per tutto l'Ottocento aveva caratterizzato la lotta dei trentini per ottenere la separazione da Innsbruck, ora, in una situazione politica del tutto mutata, l'autonomia amministrativa veniva presentata come strumento idoneo a favorire il passaggio graduale della regione dagli ordinamenti austriaci a quelli italiani. Sarebbe stato insomma indice di insensatezza buttare a mare, per un inutile orgoglio nazionalistico, tutto ciò che di buono il Trentino aveva goduto sotto il vecchio sistema asburgico.

In secondo luogo si ricordava che il Trentino per lunghi secoli aveva fatto parte del Principato vescovile, vale a dire di un sistema politico e amministrativo, che tutto sommato aveva garantito varie forme di autonomia alle comunità di paese e a quelle di valle, creando tra la popolazione un forte senso di appartenenza alla piccola "patria" locale, con la sua cultura peculiare e tradizioni del tutto particolari.

Come rispose il governo italiano alle richieste dell'autonomia da parte dei trentini?

Innanzitutto bisogna premettere che buona parte della classe politica italiana, per storia e formazione, si dimostrava poco sensibile di fronte a questo problema. I temi del decentramento e dell'autogoverno erano stati assai scarsamente dibattuti dopo l'Unità d'Italia, se si eccettuano personaggi come Gaetano Salvemini, Luigi Sturzo e Guido Dorso. Nei politici italiani prevaleva, invece, una mentalità fortemente accentratrice, per cui le richieste di autonomia erano state quasi sempre interpretate come forme di separatismo o di secessione.

Nonostante questo, tuttavia, nell'immediato primo dopoguerra i vari governi italiani e le autorità si dichiararono disponibili ad accettare le richieste dei trentini. Infatti già nel suo primo proclama alle popolazioni trentine e altoatesine, il generale Guglielmo Pecori-Giraldi, nominato governatore della regione il 3 novembre 1918, fece capire di avere ben presente la situazione particolare di questo territorio, lasciando intuire tutta la propria disponibilità nel venire incontro ai desideri della popolazione. Così il 17 dicembre 1918 a Trento venne istituita la "Consulta", un organismo formato da undici membri, esponenti delle più significative forze politiche della provincia (6 cattolici, 2 socialisti, 3 liberali), con il compito di rendersi interprete presso le autorità governative delle esigenze della popolazione locale, venendo in questo modo a prefigurare una forma, seppur embrionale, di autonomia (almeno così fu considerata da alcuni settori dell'opinione pubblica locale).

Dalla firma dell'armistizio fino all'approvazione del trattato di pace e alla legge dell'annessione, il governo italiano conservò gli ordinamenti asburgici. Si trattò di un periodo assai ricco di attività sul piano politico e di confronti serrati con il governo centrale, che a Roma aveva creato l'Ufficio Centrale per le terre redente, guidato dal senatore istriano Francesco Salata. Il 6 agosto 1919 nel suo discorso alla Camera Saverio Nitti dichiarò che il suo governo avrebbe rispettato le tradizioni particolari della regione annessa allo Stato italiano, mentre qualche mese dopo, nel discorso della Corona del 10 dicembre, il sovrano accennò con chiarezza al "maggior rispetto delle autonomie e delle tradizioni locali" che il nuovo Stato avrebbe dimostrato nei confronti della "Regione Tridentina".

Quando poi nel settembre 1920 la Camera discusse ed approvò il disegno di legge per l'annessione, l'articolo IV riportava queste espressioni assai significative: "Il Governo del Re è autorizzato a pubblicare nei territori annessi lo Statuto e le altre leggi del Regno e ad emanare le disposizioni necessarie per coordinarle colla legislazione vigente in quei territori, e in particolare con le loro autonomie provinciali e comunali".

L'anno successivo il nuovo Presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, andò ben oltre con le promesse, dichiarandosi favorevole a concedere l'autonomia non solo alle province annesse, ma anche a tutte le regioni italiane, in un quadro complessivo di decentramento e di modernizzazione dello Stato.

L'unico fatto concreto, tuttavia, conseguente a tali promesse fu la creazione, nel novembre 1921, di una Giunta provinciale straordinaria, formata da elementi locali e presieduta dal popolare Enrico Conci, che aveva poteri consultivi e di collegamento tra la Provincia e il governo centrale. Ma l'elezione a suffragio universale, anche femminile, di un Consiglio provinciale autonomo non venne nemmeno presa in considerazione da Roma. Questa proposta era stata avanzata dalla Consulta ancora il 17 giugno 1919 e forse avrebbe potuto aiutare a definire le modalità del passaggio dalla legislazione austriaca a quella italiana, mantenendo le autonomie, seppure adattate alla nuova situazione politico-istituzionale.

La riluttanza del governo centrale ad accogliere concretamente i progetti locali, malgrado le promesse verbali, creò non poche diffidenze fra i trentini, che poi diventarono sempre più forti con il progressivo deteriorarsi della situazione politica nazionale e con la crisi definitiva del sistema liberaldemocratico provocata dal fascismo. Il malcontento rimase a lungo represso negli animi dei trentini, finché esplose nei mesi successivi alla seconda guerra mondiale, dando luogo ad episodi anche clamorosi di protesta e perfino di separatismo.

Armando Vadagnini, storico

Bibliografia essenziale

S. Benvenuti, Il fascismo nella Venezia Tridentina (1919-1924), Trento, Società di Studi Trentini di Scienze Storiche, 1976.

V. Calì, Lo Stato liberale e l'avvento del fascismo (1918-1926) in Storia del Trentino contemporaneo. Dall'annessione all'autonomia a cura di O. Barié, Trento, Verifiche, 1976, vol. I.

E. Capuzzo, Dal nesso asburgico alla sovranità italiana. Legislazione e amministrazione a Trento e a Trieste (1918-1928), Milano, Giuffré, 1992.

U. Corsini, Alcide Degasperi e i "tedeschi" dell'Alto-Adige, "Studi Trentini di Scienze Storiche", a.LXXII (1993), pp. 85- 134.

M. Garbari, Degasperi nel Trentino del primo dopoguerra. Istituti autonomi, Parlamento, Stato, in Alcide Degasperi un trentino nella storia d'Italia a cura di F. Simonetto e A. Vadagnini, Centro Studi su Alcide Degasperi, Borgo Valsugana (Trento), 1994.

S. Benvenuti, Storia del Trentino, Trento, Panorama, 1994-95. Vol I: Periodizzazione e cronologia politico istituzionale; Vol. II: Fatti, personaggi, istituzioni di un paese di confine; Vol. III: Antologia di documenti e letture.

A. Vadagnini, Il Trentino dal primo dopoguerra al fascismo in Storia del Trentino a cura di L. de Finis, Trento, Associazione culturale "A. Rosmini", 1996.

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