I "Battaglioni neri" in Siberia di Renzo Francescotti

torna all'indice


Agli inizi del 1918, all'interno dell'URSS creata dalla Rivoluzione d'ottobre, cominciò lo sbarco di truppe inglesi, giapponesi e americane nel nord del Paese (Murmansk e Arcangelo) e nell'estremo Oriente (Vladivostock). Secondo la versione ufficiale l'intervento alleato era giustificato per impedire l'espansione vittoriosa dei tedeschi; in realtà ciò che preoccupava gli alleati era il pericolo dell'espansione della rivoluzione sovietica. Non bisogna dimenticare che la rivoluzione d'ottobre aveva colpito a fondo - espropriandone fabbriche, concessioni e investimenti - gli interessi economici dei paesi capitalistici occidentali in Russia. Nella Russia asiatica, con marce veloci le truppe antibolsceviche giunsero agli Urali, sino al Volga.

Fu a questo punto che Lenin, visto il pericolo mortale inviò su quel fronte cinque armate e migliaia di comunisti come commissari, soldati, propagandisti e comandanti. All'inizio di settembre del 1918 l'esercito sovietico entrò a Karzan, il mese seguente liberò Samàra. Contemporaneamente veniva arrestata l'avanzata delle guardie bianche a sud, in Ucraina, e delle truppe dell'intesa a nord. Sotto la frustata di questi insuccessi militari delle forze controrivoluzionarie, l'ammiraglio Kolciak - famoso per aver partecipato a due spedizioni artiche e per essere stato il viceammiraglio della flotta del Mar Nero allo scoppio della rivoluzione - sostenuto dagli alleati, con un colpo di mano si fece nominare Governatore Supremo in Siberia. Nel frattempo, dopo che tra la fine del 1916 e il gennaio del 1917 erano partiti dal campo di concentramento di Kirsànov 4000 prigionieri italiani, già in divisa austroungarica (in gran parte trentini), imbarcati ad Arcangelo e rientrati in Italia, era proseguita l'operazione di concentramento di questi cosiddetti "irredenti". Bloccati dai ghiacci i porti del nord dell'URSS si decise di far attraversare loro tutta la Russia Asiatica per portarli in Manciuria e poi a Tien Tsin, in Cina. Viaggiando a piccoli scaglioni sulla Transiberiana, in un tragitto che durava in media tre settimane, nel tremendo inverno siberiano, in 2500 vennero concentrati a Tien Tsin. Un primo scaglione di un centinaio di uomini, tra i più deboli e malati, fu imbarcato a Vladivostock, sbarcarono a San Francisco, attraversarono tutti gli Stati Uniti per reimbarcarsi a New York e sbarcare il 27 giugno del 1918 a Genova, dopo aver compiuto l'intero giro del mondo.

Il viaggio attraverso l'America, nelle comunità italiane plaudenti, veniva caldeggiato dalle autorità italiane, "allo scopo di propaganda per far meglio apprezzare al di là dell'Oceano la causa dell'irredentismo e la partecipazione dell'Italia alla guerra". Altri contingenti salparono per l'Italia nei mesi seguenti: furono rimpatriati 1200 "irredendenti". Ma ne rimanevano a Tien Tsin almeno altrettanti. Fu così che al Governo Italiano, alle autorità militari venne l'idea di utilizzare questi ex combattenti austroungarici nel "Regio Corpo di Spedizione Italiano", fondendoli con il contingente italiano che aveva lasciato Torino il 16 agosto, per combattere assieme a inglesi, americani e francesi a fianco dell'esercito controrivoluzionario di Kolciak. Dall'Italia erano arrivati poco più di settecento uomini; gli "irredenti" che accettarono di arruolarsi (violando tutte le convenzioni internazionali che vietano agli ex prigionieri di essere impiegati in operazioni di guerra) furono 843. Si venne così a formare un corpo di oltre 1500 uomini, diviso in due battaglioni.

Erano nati i "Battaglioni Neri" (così detti dalle mostrine nere che esibivano) al comando del colonnello Frassini Camossi: i trentini in questo corpo erano circa 600. Su richiesta di Kolciàk i "Battaglioni Neri" entrarono in azione nel maggio del 1918 con il compito di liberare dalle forze bolsceviche una zona a sud della Transiberiana, presidiata da 6000 soldati sovietici. Il corpo delle truppe controrivoluzianarie comprendeva 3400 russi, 1800 cecoslovacchi e 1350 italiani. Si calcolava che l'operazione non dovesse durate più di dieci, quindici giorni. Ma le cose, come vedremo, andarono ben diversamente. Le truppe alleate comandate dal sanguinario colonnello russo Romerof si resero responsabili di una campagna terroristica contro la popolazione civile.

Il trentino Giacomo Bazzani, membro del C.S.I. (Comando Supremo Interalleato) in Siberia, storico della vicenda degli irredenti scrive di "malaugurata avventura che li fece assistere alle più inumane vendette perpetrate dal crudele colonnello Romerof, ma nella quale essi tennero altro il decoro italiano, astenendosi da ogni eccesso e portando nei momenti più critici, specialmente per bocca del loro generoso capo, la voce dell'umanità...". Si riferiva alla Missione Ferraris, un gruppo di tredici soldati italiani che seguirono le truppe comandate da Romerof in operazioni a nord della Transiberiana.

Quanto alle operazioni a cui parteciparono i soldati italiani esse si rivelarono alla fine un sostanziale fallimento, la campagna avrebbe dovuto durare una decina di giorni. In effetti durò un mese e mezzo, dal 15 maggio al 30 giugno. L'obbiettivo di liberare quel territorio dalla presenza dei bolscevichi non fu raggiunto, i partigiani russi riuscirono a sganciarsi, infliggendo perdite al nemico che si sfogò contro la popolazione inerme, incolpata di aver appoggiato i partigiani russi.

Il Corpo di spedizione italiano in Estremo Oriente (così come quello penetrato nei porti artici, inviato e ritirato contemporaneamente a quello siberiano) aveva un duplice obiettivo politico-diplomatico: dimostrare che l'Italia era nel novero delle grandi potenze come Inghilterra, USA, Francia e Giappone; fornire al nostro paese nuove carte da giocare al banco delle trattative di pace. In particolare la partecipazione degli "irredenti" nei "Battaglioni Neri" (i cui 600 componenti trentini andarono a raddoppiare gli inclusi nella Legione Trentina, con un provvedimento quanto meno discutibile) voleva dare un ulteriore rivendicazione sul Trentino, Trieste e la Venezia Giulia, l'Istria e anche la Dalmazia. Sul piano politico sappiamo come le rivendicazioni italiane siano state solo in parte accontentate, che i "Battaglioni Neri" fossero formati da gente che accettò di arruolarsi sul finire dalla grande guerra per combattere in nome dell'Italia, tranne una minoranza, si può tranquillamente escludere.

Lo stanno a dimostrare una serie di dati e testimonianze. Il primo dato si riferisce alle perdite del Corpo di spedizione italiano in Siberia: su oltre 1500 combattenti si ebbero solo 22 perdite, e nessuno dei militari cadde in combattimento; tre di loro morirono in un incidente, gli altri di malattia. Anche il reclutamento degli "irredenti" avvenne in circostanze e con metodi per lo meno discutibili: dai documenti che abbiamo potuto analizzare e soprattutto dalle testimonianze dirette rilasciateci dagli ultimi sopravvissuti sul finire degli anni settanta gli "irredenti" firmarono come volontari non per fare la guerra ai bolscevichi ma perché pensavano che quello fosse l'unico modo per tornare rapidamente in Italia. In effetti l'ultimo scaglione degli "irredenti" che avevano combattuto nei "Battaglioni Neri" sbarcò a Napoli il 2 aprile 1920 ovvero, per ironia del destino, ad un anno e mezzo dalla conclusione della guerra.

L'irrisorio peso bellico che ebbero i "Battaglioni Neri" negli eventi bellici fu ingigantito in un clima di sempre più acceso nazionalismo. Poi arrivò il regime fascista e la retorica dilagò.

Basterebbe citare (tra i tanti di diversi estensori), un passo del trentino Giuseppe De Manincor, tratto dal suo memoriale "Dalla Galizia al Piave:... Ma quando la rossa bandiera di Lenin cominciò a sventolare vittoriosa su tutte le spoglie del colosso zarista sfracellato, e alla sua ombra e in suo nome si cominciò a massacrare, a tormentare un popolo, a sovvertire ogni ordine umano di cose... allora l'anima dal fondo latino di tutti i figli sventurati d'Italia, dispersi nella Russia e nella Siberia, si scosse, e al grido di allarme pur gli ultimi tremila accorsero sotto l'ombra del tricolore, e d'italica fede sorsero le compagnie, sorsero i battaglioni dalle mostrine nere; i Battaglioni Neri che a Semenowka e a Suchau, che a Vladivostok e Karimosova combatterono e suggellarono di sangue il loro nome alla patrie e sancirono i loro diritti alla redenzione".

Così per vent'anni sarà raccontata la storia in Italia.

Renzo Francescotti, scrittore, storico

torna all'indice