Le città baracche di Aldo Gorfer

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L'ordine di evacuazione delle famiglie "fortezza" di Trento non sufficientemente approvvigionate, gettò lo sgomento in città esaltando la cupa atmosfera di guerra che da qualche giorno vi regnava. Il Trentino era improvvisamente diventato fronte. Al pari della Galizia dove morivano come le mosche. Il 25 maggio 1915, destinazione Jicin, in Boemia, partirono le famiglie della parrocchia di S.Maria Maggiore, Piedicastello e la Vela. Il giorno seguente, quelle della parrocchia del Duomo, dirette a Iungbunzlau, Aussig, Königsberg. Il 27, quelle di S. Pietro per la Boemia e la Moravia.

Il Municipio distribuiva viveri per il viaggio e si diceva disposto a custodire le chiavi di casa dei profughi, senza tuttavia assumersi alcuna responsabilità; a ogni partenza di treno il vescovo mons. Endrici scendeva alla stazione per salutare i profughi. La città pareva spopolarsi: Rimasero i mazzi di fiori che le popolane posero, quale estrema invocazione di aiuto, ai piedi delle statue della Madonna.

Sufficientemente ordinato, l'esodo continuò per tutta la prima settimana di quel terribile giugno che mai i protagonisti potranno scordare. I principali luoghi di rifugio destinati loro furono, in Boemia: Alt Benatek, Citow, Bohdanec, Dobrowitz, Schlan, Libusin, Smecno, Rencov, Kvilice, Kladno, Busterad, Horowitz, Litten, Chynava, Smikow, Hostivar, Svaror, Kralupy, Nemecke, Druze, Laun, Stribro, Rokycany, Radnitz, Tabor, Miroscov; in Moravia: Olmütz, Brünn, Doskowitz, Daschitz, Gross-Meseritsch, Holleschau, Kromau, Kremsier, Littau, Prerau, Prossnitz, Trébitsc, Tischnowitz Wischau, Znaim; nell'Austria inferiore: Oberhollabrun, Bruch a.d.L., Rhorbach, Kleinzell, Hohenberg, Scheibbs, Gmüd, Amstetten, Pöggstatt, Waidhofen; nell'Austria superiore: Eferding, Grieskirchen, Ried, Schárding, Wels, Steyr.

Taluni centri del Tirolo del nord e del Salisburghese vennero invece prescelti per i profughi di "miglior condizione sociale". 1

Nel frattempo si stavano approntando alcuni accampamenti destinati a raccogliere le famiglie degli sfollati più poveri onde porle, per quanto possibile, in un ambiente omogeneo e fornito degli indispensabili servizi di carattere sociale, quali ospedali, chiese, asili, scuole, laboratori.

Popolose cittadine di baracche cinte da reti metalliche, sorsero infatti a Mitterndorf a. d. Fischa, a Braunau am Inn, a Pottendorf, Mistelbach, Wagna. Furono codesti luoghi, teatro di uno tra i più amari episodi della storia trentina.

Spesso gli avvenimenti imposti dai potenti si fanno storia astratta secondo la sbrigativa concezione tradizionale d'una sequela di guerre e di teste coronate o di maniche gallonate, distorcendo la prospettiva dal contesto sociale, politico, economico e culturale in cui gli avvenimenti stessi si svolsero, soprattutto ignorando i veri protagonisti, la gente del popolo, cioè, quella non privilegiata, anonima, senza volto e senza tempo, il cui travaglio traccia la vera storia. Troppo presto, forse, si è scordata la saga dell'esilio trentino sottendendola con altre vicende dal sapore mitico-eroico che hanno creato attorno alla sconfinata tragedia del primo conflitto mondiale un alone di gloria guerriero-nazionalista che pone ogni valore tutto da una parte.

Che è rimasto della biblica "solitudine ululante nella steppa" dove la libertà di migliaia di uomini e di donne era soggiogata dalla miseria, diuturnamente violentata da una deprimente coabitazione fisica e morale? della fame, delle epidemie, delle privazioni; dei disagi imposti dalla paura, dal clima avverso, dalla costante nostalgia per la dolcezza della famiglia, ormai dispersa, e della casa lontana in balia degli eserciti?

E' rimasto il ricordo. Solo il ricordo in coloro che hanno vissuto la "diaspora" conseguenza di una guerra disumana e di una filosofia del potere che si voleva velare dietro a un'ispirazione liberalistica ma che, per dirla con Rousseau, era "venuta troppo tardi in un mondo troppo vecchio".

I superstiti, oggi avanti negli anni - molti di essi sono morti, altri sono nati e morti da profughi - non hanno chiesto lapidi, medaglie o cortei. Con la pudica ritrosia del popolo hanno affidato alle generazioni seguenti l'eco non di un'animosità vendicativa, bensì di una sofferenza contenuta e solo ansiosa di pace.

E' questo il senso del racconto che ci hanno proposto i testimoni - da noi interrogati - dell'esodo trentino del 1915.

KK barackenlager in Mitterndorf

Nel maggio del 1915, Mitterndorf aveva poco più di 150 abitanti, una chiesa dedicata a Santa Caterina, e un accampamento di profughi galiziani.

Distante una ventina di chilometri in linea d'aria dall'estrema periferia sudorientale di Vienna, ai margini della ventosa piana di Wiener Neustadt bagnata da numerosi corsi d'acqua affluenti di destra del Danubio, Mitterndorf era, e lo è ancora, un tranquillo villaggio della campagna dell'Austria inferiore che sole le carte geografiche a piccola scala segnano. Oltre la bassa linea collinare del Leitha-Gebirge, che chiude l'orizzonte verso sud-est, si allargano il lago di Neusiedler e la Puszta ungherese. Il clima è continentale, con inverni lunghi e freddi, estati brevi e calde e le stagioni intermedie piovose. Particolari immediati che emergono nella memoria dei testimoni sono il freddo, il fango, il vento e la fame. Gli impetuosi venti costrinsero i dirigenti dell'accampamento a modificare la disposizione delle porte delle baracche che si spalancavano a ogni raffica. Il gelo spaccava la terra cretosa, nell'inverno del 1916 il termometro scese a 26 centigradi sotto lo zero, di primavera e d'autunno l'acqua riempiva le fosse del cimitero. Il più alto scotto in quel clima austero lo soffrirono e lo pagarono le popolazioni delle alte valli trentine, come Vermiglio, Terragnolo e Ledro.

I primi treni di profughi si arrestarono alla solitaria stazioncina di Mitterndorf, posta sulla ferrovia Gramat Neusiedl-Wiener Neustadt, alla fine di maggio del 1915. Provenivano da Borgo Sacco, erano accompagnati dal sindaco Giuseppe Graziola e dal parroco mons. Luigi Brugnolli. Avevano varcato il Brennero soffermandosi, prima di riprendere il viaggio verso Vienna, alla fabbrica abbandonata di mattoni di Salisburgo, la celebre mattonéra o coppéra dei profughi.

Al di là della Fischa si stendeva la silenziosa città di legno non ancora ultimata. Con l'andar dei giorni le baracche si riempirono di povera umanità, la dissenteria, il tifo, il morbillo, la tisi e la debolezza iniziarono a decimare i bambini e i vecchi tanto che, verso la fine del febbraio 1916, il cimitero di Mitterndorf era incapace di accogliere un ulteriore contributo trentino e si dovette costruirne uno nuovo, appositamente per il Lager, con la cappella dell'Addolorata.

Il giorno di Natale del 1915 si inaugurò la chiesa significativamente dedicata alla "Fuga in Egitto".

Il comandante barone Viktor Imhof, vi fece erigere un albero di Natale. Per tutta la notte don Giovanni Panizza e don Saverio Mochen, allora giovani sacerdoti, vegliarono per arredare l'interno dell'edificio che la mattina successiva accolse, in vari turni, i quasi 12.000 trentini ospiti del baraccamento. Da allora il servizio religioso fu svolto quotidianamente, come in una tradizionale parrocchia, dagli undici sacerdoti trentini diretti da mons. Luigi Brugnolli. Erano infatti presenti, accanto ai loro fedeli, i curatori d'anime, oltre che di Borgo Sacco, di Vermiglio don Giovanni Pombeni, di Terragnolo don Luigi Pisoni, di Noriglio don Achille Romani, di Carbonare don Accursio Dellagiacoma, di Vignola don Albino Bortolameotti, di Sannicolò don Federico Venturini.

L'accampamento raggiunse il suo massimo sviluppo verso la fine del 1917. Sorgeva poco a nord di Mitterndorf, in sponda sinistra della Fischa che fiancheggiava per circa un chilometro e mezzo. Disegnava un vasto quadrilatero di oltre 700.000 metri quadrati di area recintata, senza contare gli orti (Gemüsegärten), che si allungavano a nord-est del Lager 1, e vari servizi annessi. In sponda destra della Fischa, vale a dire all'esterno del recinto ufficiale del campo, c'erano, infatti, la fattoria, le stalle delle vacche, dei cavalli, dei maiali, la centrale termoelettrica, il cimitero, una fabbrica e altri edifici minori.

Il Lager 1, detto anche Lager vecchio, formava un quadrilatero di circa 10.000 metri quadrati che conteneva 96 baracche disposte su sedici blocchi. Nel settore presso il ponte maggiore sulla Fischa, affiancate dal binario a scartamento ridotto che le separava dal piazzale centrale, sorgevano le baracche dell'ambulatorio medico e quelle dei servizi specialistici dell'ospedale. Poco più in là c'era la baracca della Polizia. Altre baracche, disposte asimmetricamente rispetto al geometrico allineamento generale, accoglievano i servizi igienici e le 8 cucine.

Il Lager 2, o Lager nuovo, era un po' più vasto, separato dalla sponda della Fischa da circa 200 metri di prato. Conteneva 190 baracche più piccole e più comode, vale a dire con abitazioni familiari o, al massimo, bifamiliari; con le quattro cucine, erano ordinate su 5 blocchi di 32 e su 2 di 15 in mezzo ai quali si stendeva una spaziosa area libera. 2

Nell'area mediana c'erano gli edifici pubblici: l'amministrazione, la chiesa, il telefono e il telegrafo, le baracche dei magazzini, dell'ospedale, affidato alle suore francescane e a 5 medici, tra i quali i trentini dott. Botteri e dott. Bertoldi, e il medico personale del viceré d'Egitto colto a Vienna dallo scoppio delle ostilità; l'orfanotrofio maschile e femminile diretto dalle suore della Carità, il ricovero per vecchi, l'asilo infantile, le scuole, composte dapprima di 42 classi, poi salite a 46 e infine a 54: erano dirette da don Cesare Tiso, professore emerito del Collegio vescovile di Trento che si valeva della collaborazione di una quarantina di maestri, in maggioranza donne (vi insegnerò pure quella figura di gentiluomo che fu il maestro Giuseppe de Manincor di Coredo, delle "Civili" di Trento).

Una fabbrica di scarpe occupava un migliaio di profughi, la sartoria 200 donne; le tabacchine di Sacco lavoravano nelle manifatture di Hainburg, altri profughi nelle fabbriche dei dintorni di Moosbrun, Marienthal, Gramtneusiedel.

Un acquedotto di 30 chilometri assicurava l'approvvigionamento idrico mentre i servizi igienici erano in comune e provocarono un gravissimo disagio specie tra i bambini e i vecchi.

Oltre il ponte sulla Fischa, la strada, passando per il Kastern Wiese e il Brunn Wiese, portava alla stazione ferroviaria innestandosi su quella per Unterwaltersdorf e per Gramat Neusiedl. Un binario a scartamento di m. 0,60 collegava la stazione con la fabbrica presso il cimitero e con il Lager 1.

Sede del comando dell'accampamento era la imperial regio Barackenwaltung dove risiedeva il barone Viktor Imhof al quale, nel 1918, successe l'ing. Schmiedkunz. Dinanzi a questa baracca, che l'ordinario esponeva la bandiera imperiale, si svolse nell'estate del 1915 la vivace dimostrazione dei profughi (qualche cosa di simile capitò a Braunau) contro un evidente stato di cose e soprattutto per l'insufficiente vitto non certamente consono a dei cittadini austriaci costretti d'autorità a lasciare le proprie case per una terra sconosciuta, anche se ciò avvenne per esigenze belliche.

Il barone si agitò e persino si offese; tuttavia, per un certo periodo, le cose migliorarono. Ispettore dell'accampamento era Cesare Los, che morì a Mitterndorf; il "protettore" era il cav. Cavalcabò di Sacco. Il servizio d'ordine era alle dipendenze del capoposto della gendarmeria Johan Zeilinger assistito da Marcello Calliari di Mori: comandava una specie di "guardia nazionale", con propria divisa e gradi; composta da un centinaio di Trentini. L'impegno maggiore era quello inteso a reprimere i furtarelli di patate e di tronchi fissati sul fondo stradale paludoso. C'era inoltre un corpo pompieri forte di una quarantina di uomini. Nel piazzale tra i due blocchi di baracche c'era pure la cosiddetta "Cantina" (Kantine) gestita dalla signorina Käte dove, in un secondo tempo, prendevano i pasti gli impiegati trentini del campo.

Nella "casa del popolo" si trovavano la sala cinematografica, dei giochi, della biblioteca, del circolo di lettura e avevano sede l'orchestra e la filodrammatica diretta dal maestro di musica E. C. Stefacius.

"Ad eccezione di un gruppo di operai e specialisti "regnicoli" o sospetti politici fatti venire appositamente da Katzenau, i profughi godevano della massima libertà. Tanto è vero che alla fine di ottobre del 1918, quando arrivarono le notizie delle rivoluzioni di Praga, Zagabria e di Vienna, il campo si animò tutto, furono scovate, non so dove, bandiere e coccarde tricolori e fu l'ultima festa" 3.

Se la parte organizzativa generale era ottima in rapporto alla provvisorietà di quel grande agglomerato di case di legno dove le famiglie, raggruppate per valli e per paesi, facevano vita comunitaria spesso con sgradevole promiscuità, lo stato dell'approvvigionamento era invece precario e persino disastroso. La pesante situazione alimentare ed economica venutasi a creare negli imperi centrali, si ripercuoteva soprattutto nei profughi che per ogni cosa dipendevano dalle autorità preposte.

Da principio l'organizzazione vettovagliamento era svolta da appaltatori austriaci, in seguito da trentini, specificatamente dal sig. Simeoni di Trento "che seppe fare effettivamente miracoli, tanto che talvolta, mentre i contadini di Mitterndorf non avevano di che sfamarsi, nel Lager, in qualche modo, si mangiava" 4.

I pasti giornalieri, serviti dalle 13 cucine, dei vari gruppi di baracche in cui erano divisi i due Lager, erano in generale composti di minestroni di baccalà o di "panizza" (miglio) "nei quali nuotava qualche rara patata".

Il 12 aprile del 1917, a esempio, i viveri assegnati per gli 8224 profughi delle cucine n. 3, 4, 5, 7, furono i seguenti:

colazione: kg. 33,25 di caffè (Kaffe, è detto nel documento del campo; ma non si sa di quale surrogato fosse composto): kg. 189,88 di zucchero.

Pranzo: kg. 803,10 di carne; kg. 286,28 di cavoli; kg. 48,80 di farina (non meglio specificata); kg. 33,81 di lardo: kg. 49,80 di sale; kg. 38 di cipolle; kg. 0,90 di paprica.

Cena: kg. 269 di kafferei; kg. 48,80 di farina; kg. 31,81 di lardo; kg. 48,80 di sale; kg. 38 di cipolle; kg. 44,83 di cavoli; kg. 21,14 di legumi 5.

Ed è naturale che in siffatto rigoroso quadro di razionamento alimentare la gente cercasse di arrangiarsi come poteva. Spontaneamente nacque il fenomeno della "borsa nera" che a dismisura si diffuse durante la seconda guerra mondiale. Una pagnotta di pan nero, che divenne anche "pane di paglia", si pagava fino a 10 corone. D'altro canto un fiorente commercio di contrabbando fu intrecciato per incentivazione della gente che lavorava fuori dell'accampamento. Prevalse, in un certo senso, la legge delle giungla e chi non aveva possibilità o coraggio di agire, languiva.

Scrive uno dei testimoni dello sciagurato periodo di Mitterndorf, don Giovanni Panizza che lassù ricevette l'incarico di cooperatore di Borgo Sacco: "Tutte le malattie infettive presero piede, dal semplice morbillo al pestifero tifo petecchiale, che mietevano ogni giorno vittime sopra vittime. La strage maggiore, avvenne nei vecchi sopra i sessant'anni e nei bambini sotto i 3-4 anni. Il dolore morale e fisico, la denutrizione, la mancanza di cure e di medicine giocarono un grande ruolo". A don Panizza era altresì affidato il compito di redazione delle matricole in duplice copia (il capo dell'Evidenz Führer era il signor Rech). "Orbene - egli aggiunge - i nati furono assai pochi, i matrimoni pochissimi, i morti in numero spaventoso. Basti dire che nel 1916 registrai il n. 861 di morte sugli 11-12 mila abitanti, quindi il 70 per mille" 6. In realtà tra il 10 giugno del 1915 e il 14 novembre del 1918 i morti furono 1700 e i nati 414.

Un altro testimone, che allora era bambino, ricorda le lunghe file di bare, fino a venti in qualche giorno, allineate dinanzi all'altar maggiore della chiesa in attesa di essere portate al cimitero.

La tetra atmosfera di quella città di baracche spazzata dal vento e solitaria nella pianura danubiana, è rimbalzata negli umili versi di un profugo roveretano. L'immagine del "Sospiro del profugo" ritorna al maggio pieno di sole e di fiori di quando abbandonò la "cara patria" e si pone, con violento contrasto, nella realtà attuale, in riva alla Fischa:

Tra le date, in qual certo senso memorabili, della vita del campo, è da menzionare la visita dell'arcivescovo di Vienna, Mons. Piffel, che il 15 luglio 1916 giunse a Mitterndorf, accolto dall'intera colonia di profughi e che, nella chiesa della Fuga in Egitto, impartì la cresima ai fanciulli rivolgendo loro parole di speranza. Anche la madre dell'imperatore Carlo I, Maria Giuseppa principessa di Sassonia, varcò la porta del baraccamento al di là della Fischa, sulla quale campeggiava a grandi lettere la scritta: "KK Barackenlager in Mitterndorf".

Un'eco dell'esplosione della fabbrica di munizioni di Felixdorf, avvenuta nella notte del 17 giugno 1917, e del passaggio degli aerei di D'Annunzio diretti a Vienna nella tarda mattinata del 9 agosto 1918 (le campane del baraccamento di Pottendorf suonarono a lutto; uno dei 10 aerei fu costretto ad atterrare a Winer Neustadt) si diffuse vivamente tra i profughi. Finché il 19 dicembre del 1918 giunsero tre ufficiali italiani con alcuni soldati che presero possesso dell'accampamento. Tra il Natale e il Capodanno partì festosamente il primo treno di profughi diretti verso Trento, l'ultimo lasciò l'inospitale landa sulla Fischa il 5 gennaio 1919 8. Il periodo di Mitterndorf incominciava a diventare saga.

Il dramma di Vermiglio

Tra i paesi trentini direttamente coinvolti dalla guerra tra l'Italia e l'Austria, Vermiglio fu uno dei più provati. Non tanto per la devastazione fisica del suo contesto urbano che, tranne l'episodio di Pizzano e i saccheggi operati da ignoti ("quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini"), sopravvisse più o meno discretamente al lungo abbandono; quanto, invece, per la funesta odissea che visse la popolazione.

Il contributo di vite umane pagato alla guerra da Vermiglio è elevatissimo: quasi un terzo degli abitanti perì a Mitterndorf e negli altri luoghi di esilio. E' la pagina più movimentata e avversa della tranquilla rusticana storia di codesto gruppo di solitari villaggi dell'alta valle di Sole, al limite del Trentino con la Lombardia, tradizionalmente abitato da pastori e da boscaioli, da emigranti e da artigiani; da gente, cioè, adusa al combattimento per l'esistenza e alle tragiche avversità della natura. Esposta a una routine e a un'alimentazione innaturali e soprattutto a un clima diametralmente opposto a quello salubre dell'Alpe, non seppe resistere all'aggressione dell'inedia e delle malattie. Mitterndorf e la guerra furono un immenso trauma per Vermiglio. A oltre mezzo secolo la sua rimembranza è straordinariamente viva non solo nei superstiti ma anche, ed è quello che colpisce, nelle generazioni successive alle quali i primi l'hanno affidata.

L'Italia aveva già da un mese aperto le ostilità contro l'Austria e sul crinale delle vicine montagne era iniziato quell'accanito susseguirsi di mischie modernamente appellato la "guerra bianca dell'Adamello", allorché giunse, non improvvisa, l'ordinanza di evacuazione. Vermiglio si trovava a pochi chilometri dal passo del Tonale, cioè dalla linea del fronte, e nelle immediate retrovie delle fortificazioni permanenti austriache che sbarravano l'alta valle della Vermigliana. Era il 22 agosto del 1915, di domenica. Il pomeriggio di una domenica piena di sole cordiale. Il capoposto della gendarmeria consegnò al parroco il decreto di sgombero che doveva essere letto, in chiesa, alla popolazione. Poco più di un anno prima era giunto l'ordine di mobilitazione generale che aveva colto i contadini nei prati intenti a falciare l'erba. Entro quarant'otto ore la gente doveva lasciare il paese. Gli uomini erano in guerra. Rimanevano le donne, alcune delle quali incinte, i vecchi e i bambini, circa 1200 persone. Il martedì successivo, in pittoresca colonna di carri, partirono quelli di Fravriano e di Cortina con l'allora cooperatore don Saverio Mochen; il giorno dopo quelli di Pizzano con il parroco don Pombeni, il sindaco Emanuele Vareschi e don Giovanni Panizza che si trovava a Vermiglio in attesa dell'assegnazione della cura d'anime 9.

A Malè consegnarono animali e carri alle autorità militari. Poi furono posti sulla tranvia e condotti alla stazione ferroviaria di S. Michele all'Adige dove il viaggio proseguì verso la pianura danubiana.

Ognuno poté portare seco un fagotto di 5 chilogrammi soltanto. Il primo lutto della tragica serie si verificò durante la sosta alla coppèra di Salisburgo. Per mal di cuore, morì Annunziata Slanzi di 60 anni. La salma fu sepolta nel cimitero di quel luogo. Era il 30 agosto del 1915. Da allora e fino al maggio del 1919, 256 furono i Vermigliesi deceduti in terre lontane; 192 a Mitterndorf; 63 nei paesi delle valli del Noce dove, dopo il 1917, soggiornarono in attesa che la guerra finisse.

L'ultima sepoltura nel cimitero del paese, prima dell'esodo, avvenne il 20 maggio del 1915: Giovanna Panizza di 56 anni; la prima dopo l'esodo stesso, il 2 giugno 1919: Matteo Zambotti di Pizzano, deceduto a 74 anni per tisi.

Il dramma di Vermiglio è condensato nelle poche righe che don Pombeni scrisse nel registro dei morti della parrocchia aprendo l'interminabile elenco delle vittime: "Ai venti maggio 1915 in vista dello scoppio della guerra austro-italiana l'archivio fu riposto; ai 25 agosto 1915 il paese di Vermiglio fu evacuato e la popolazione assieme al parroco don Pombeni e al cooperatore don Mochen, passò a Mitterndorf (Austria inferiore) ove rimase fino al 20 ottobre 1917; ritornata in patria visse dispersa in trentacinque paesi della val di Sole e val di Non; nei primi mesi del 1919 passò a Vermiglio" 10.

Fu infatti a seguito dell'impressionante numero di decessi , che aprì larghissimi vuoti tra i profughi di Vermiglio, soprattutto bambini e vecchi, ma anche fra i giovani, che, tramite l'on. Grandi, si ottenne l'autorizzazione al rimpatrio. La condizione pretesa dalle autorità governative austriache riguardava il trasferimento al Prestito nazionale delle obbligazione di Stato in possesso del Comune per circa 200.000 Lire ricavate da vendita di legname anteguerra. A conclusione di rapide trattative, il trasferimento fu concesso. Rimase l'amarezza di codesto mercato sulla carne di centinaia di persone colpevoli soltanto di essere nate e vissute in un paese di confine.

Comunque nell'ottobre del 1917 i profughi di Vermiglio lasciarono, in tre scaglioni, l'accampamento sulla Fischa facendo il giro di Rosenheim essendo la linea ferroviaria di Salisburgo ingombra di convogli militari diretti al fronte giulio dove era in corso la celebre offensiva austro tedesca.

L'elenco dei morti lontani dal paese, occupa trenta fitte pagine manoscritte e fu compilato in base alla documentazione tenuta da don Panizza.

Le cause dei decessi sono di norma il tifo, la "debolezza", l'enterite, la tubercolosi, la polmonite, la bronchite, la pneumonia; ci furono casi di pellagra e di scorbuto; nel settembre del 1916 una bambina di appena quattro mesi morì per "decomposizione" Appaiono dunque una conseguenza diretta del clima, dell'alimentazione e delle precarie condizioni igienico-sanitarie generali.

Il 5 settembre 1915 decedette per enterite una ragazza di 21 anni, Domenica Mosconi. Fu la prima persona di Vermiglio a scendere nella terra paludosa di Mitterndorf. La seguì, 8 giorni dopo, il piccolo Giulio Andrighi di appena 6 mesi, che al collo della madre aveva superato un disagevole viaggio: la pneumonia lo uccise. Nell'ottobre i morti furono 9, 6 dei quali bambini di pochi mesi. Nel novembre 7, 4 dei quali infanti. Nel dicembre 8, 6 dei quali infanti. Il morbillo e il tifo avevano fatto la loro apparizione nella città di baracche, seco trascinando una teoria di infezioni che devastarono, nella prima metà del 1916, gli accampamenti di profughi.

Nel gennaio del 1916 i morti vermigliesi furono 18, 16 dei quali bambini. Il giorno 20 le bare vermigliesi allineate dinanzi all'altar maggiore della chiesetta della "Fuga in Egitto" furono 3. Cause dei decessi furono il morbillo, la polmonite, la tubercolosi, l'enterite e ancora la "debolezza".

Il febbraio fu un mese tremendo: 46 morti, 43 dei quali infanti e bambini. Soltanto tre giorni di quell'interminabile mese non registrarono lutti; ma è da dire che il giorno 17 le morti furono, 7, tutte di bambini dai 10 mesi in su.

Con il mese di marzo il tragico diagramma torna ad abbassarsi verso valore meno spaventosi: 16 morti, 10 dei quali bambini; il giorno 10 decedette per "debolezza", 4 giorni dopo la nascita, Maria Panizza di Giovanni e di Cristina Vareschi.

In aprile i decessi furono 6, tutti bambini tra i quali, per la solita "debolezza", Ida Delpero di appena 20 giorni.

In maggio, 8; in giugno, 5; in luglio, 7; in agosto, 5; in settembre, 4; in ottobre, 4; in novembre, 2; in dicembre, 3.

I Vermigliesi deceduti a Mitterndorf tra il gennaio e l'ottobre 1917 furono 39: 2 in gennaio; 2 in febbraio; 3 in marzo; 6 in aprile; 4 in maggio; 1 in giugno (Caterina Panizza di 25 anni, per tubercolosi); 5 in luglio; 4 in agosto; 8 in settembre; 4 in ottobre.

I primi lutti dopo il ritorno dall'accampamento si verificarono in novembre: Erminia Pizzini di 69 anni, sepolta a Croviana; Paziente Pezzani di 18 anni, stroncato dal tifo, sepolto a Cunevo. Nel 1918 i decessi furono 49; 12 fino alla fine del mese di maggio del 1919, data del ritorno in paese 11.

La statistica vermigliese si completa con i 38 militari caduti.

Abbiamo voluto riferire la vicenda di Vermiglio a simbolo della tribolazione di decine di altri paesi trentini, perché assieme alle distruzioni totali che avvennero, a esempio, nella valli del Leno, del Brenta, di Ledro, essa condensa la drammatica sequenza di sofferenza che varie comunità vissero tra il 1914 e il 1918.

Il 4 novembre, mentre dal Tonale scendevano le prime truppe italiane e i reparti austriaci si arrendevano e si sbandavano, apparve a Malè un manifestino:

Dovevano trascorrere altri sette mesi prima che le genti di Vermiglio potessero ritornare ai loro poveri paesi.

KK barackenlager in Braunau

I primi profughi trentini entrarono nell'accampamento di Braunau sotto una pioggia battente. Era il 25 novembre 1915. Ci fu chi si trovò scalzo. Il fango gli aveva risucchiato le scarpe. Prigionieri russi si affaccendavano attorno alle baracche, ai marciapiedi di legno e le baracche non ancora ultimate.

Dal cielo basso sembrava non smettesse mai di piovere. I Russi frugavano nel fango in cerca di bucce di patata. Erano trattati male. Bastonati e frustati. I loro pidocchi non tardarono a diffondersi tra i profughi. Quando riuscivano a eludere la sorveglianza correvano nelle baracche e s'inginocchiavano facendo il segno della croce per dimostrare che pure essi erano cristiani e che soffrivano atrocemente la fame. S'industriavano a scolpire nel legno dei giocattoli che poi donavano ai Trentini in cambio di qualche cosa da mangiare. La fame, il fango, il gelo, i Russi, i pidocchi sono i ricordi più vivaci dei protagonisti di Braunau.

Braunau am Inn, oggi 12.000 abitanti, allora circa 4000, è una cittadina dell'Austria superiore ai confini con la Baviera. Una linea ferroviaria la unisce a Strasswalche, sulla "Salisburgo-Vienna". La piatta pianura di Lach Forst si affaccia all'Inn. Al di là del fiume si scorgono Simbach e le selvose colline bavaresi.

Braunau ha ospitato per tre anni 9000 profughi trentini. Ma non è celebre per questo; piuttosto per aver dato i natali ad Adolf Hitler l'inventore dei più efferati campi di concentramento della storia moderna. Spinto da uno di quelli irrefrenabili stimoli vendicativi, che egli assurdamente considerava "divinatori", il dittatore nazista scelse proprio il ponte sull'Inn tra Simbach e Braunau, per rientrare "trionfalmente" in Austria.

Era il 12 aprile del 1938 (la sera del giorno prima aveva diramato l'ordine di inizio dell'operazione "Otto", vale a dire dell'invasione armata). Nel pomeriggio, a Linz, proclamò enfaticamente abrogato l'art. 88 del Trattato di San Germano dando, con la prepotenza, un colpo di spugna all'"indipendenza e all'inviolabilità" della Repubblica austriaca mentre la Società della Nazioni, che doveva garantirla, non sapeva che pesci pigliare.

L'ideale con cui Hitler aprì il Mein Kampf si era dunque realizzato.

"Questa piccola città di frontiera - scrisse di Braunau - mi sembra il simbolo di una grande missione" E ancora: "Provvidenziale e fortunata mi sembra oggi la circostanza che il destino mi abbia assegnato come luogo di nascita precisamente Braunau, sull'Inn. Questa città si trova infatti sulla frontiera dei due stati tedeschi la riunione dei quali mi sembra, se non altro a noi giovani, compito fondamentale da realizzarsi costi quel che costi..."

I profughi trentini che sopravvissero e i loro figli nati a Braunau e dopo Braunau, dovevano vivere la spaventosa tragedia della seconda guerra mondiale (e qualcuno i suoi micidiali campi di concentramento) il cui prologo iniziò proprio sul ponte dell'Inn assieme a un altro doloroso capitolo della storia recente dell'Austria.

I lavori per l'erezione dell'accampamento iniziarono nel giugno del 1915 e si conclusero verso la fine di novembre di quell'anno: 94 baracche di abitazione, 12 per gli ospedali, altre per le scuole e i servizi.

La chiesa dedicata a Maria Ausiliatrice fu inaugurata, assieme al cimitero, il 27 novembre. Il 17 dicembre fu aperto l'ospedale affidato alle suore della Carità. Le suore del Noviziato curavano gli orfanotrofi maschile e femminile, le suore Canossiane le cucine. Le classi erano 36 e v'erano corsi serali femminili di cucito a mano e a macchina; corsi maschili popolari e industriali. Il corpo insegnante era in grandissima parte composto da maestre: Lucilla Branzi di Arco, Evelina Moschen pure di Arco, Maria Chistè di Pietramurata, Agostini, Degol, Tschon, Maria Benedetti, Marzari di Torbole, Pasoli di Riva, Moschen e Gennari di Levico, Maria Domenica Longhi di Lavarone, Beltrami, Deflorian e Baldessari di Trento; Albino Osele di Lavarone e Leonardo Longhi della Val d'Astico.

La cura d'anime era diretta da mons. Virgilio Parteli, appellato bonariamente il "primate", assistito da una decina di sacerdoti tra i quali don Nicolò Nicolao chiamato "feratela" perché andava sempre di corsa. Don Bracchetti era incaricato della cura spirituale dei profughi residenti fuori dell'accampamento.

Un acquedotto, una centrale termoelettrica, il forno, la macelleria, un corpo di vigilanza, un corpo pompieri, uffici telegrafici e telefonici e altri servizi pubblici rendevano indipendente la città di legno di Braunau. Essa era diretta da Leopoldo Arlach della luogotenenza di Innsbruck "tutto cuore e mente per i profughi" 13, al quale successe Giuseppe Postet, segretario della Finanza di Trieste. Vice direttore era Nereo Orlich mentre Luigi Negri presiedeva le associazioni culturali.

I profughi provenivano per lo più dalle zone di Levico e di Roncegno, di Folgaria, di Lavarone, della Val d'Astico, dell'Arcense, del Rivano, da Trambileno e dal Roveretano.

Dopo l'ordine di evacuazione erano stati smistati in Moravia e in Boemia per essere poi trasferiti nel nuovo accampamento. Da principio l'accoglienza della popolazione locale fu fredda, persino ostile. I ragazzini austriaci prendevano a sassate quelli trentini e la gente sprezzantemente li chiamava "profughi italiani" (italienische Flüchtlinge). I testimoni ricordano una ragazza di 18 anni ferita dai cani che i contadini le avevano aizzato contro; un'altra ragazza di 16 anni alla quale toccò l'identica sorte, per aver osato raccogliere una mela da terra e che morì qualche giorno dopo per idrofobia. Con l'andar del tempo i rapporti tra profughi e popolazione civile si fecero più cordiali.

Ben presto l'ombra della fame, che in molti casi divenne ossessione, si stese sull'accampamento. Il pasto più gradito era quello a base di miglio. Il pane era in gran parte di surrogati, confezionato con farina di castagne d'ippocastano, con ossa macinate, con fecole e, più tardi, con la paglia. Il caffè mattutino aveva un ingrato sapore di scolo di pipa; la minestra puzzava di baccalà e quella d'orzo - affermano i testimoni - spesso fermentava qualche tempo dopo di essere stata versata nelle gavette. Il giorno in cui fu per la prima volta distribuito il pane di paglia, le donne si radunarono chiassosamente dinanzi alla baracca del comando (K.k. Leitung des Flüchtlingeslager - Braunau) bombardandola con le pesanti pagnotte (una pagnotta pesava un chilogrammo e serviva per quattro persone). In tre anni di Lager l'unico pasto, in un certo qual senso mangiabile, fu, si ricorda, quello servito il 18 agosto del 1916, genetliaco dell'imperatore.

Nella primavera di quell'anno il comando distribuì alle famiglie un certo quantitativo di patate che dovevano essere seminate negli orti dietro le baracche. Senonché la semente servì per mangiare.

L'anno successivo furono assegnate delle patate tagliuzzate e colorate con vernice rossa. Qualcuno trovò modo di preparare dei pasti più consistenti barattando, con i soldati italiani del vicino campo di concentramento, i bollini delle tessere per il tabacco ricevendone pacchi di riso che ai prigionieri di guerra giungevano dall'Italia tramite la Croce Rossa.

Altri testimoni affermano di essere riusciti a sopravvivere alla fame grazie al commercio abusivo di tessere annonarie praticato dagli Ebrei sotto il ponte dell'Inn ogni sabato successivo alla distribuzione delle tessere stesse fatta dal Municipio di Braunau. Con una tessera si poteva acquistare nei negozi della città un chilogrammo di farina e un grosso pane. Le cose andarono avanti finché le autorità si accorsero che c'erano settimanalmente in circolazione più tessere di quelle assegnate; per cui adottarono il sistema di stampigliarle sul retro, bollino per bollino, con la dicitura "Braunau". In seguito gli Ebrei trovarono il modo di ovviare all'inconveniente e il commercio riprese.

All'insufficiente nutrizione e alla fame si univa l'austero clima continentale. Le malattie iniziarono presto a provocare numerose vittime, tuttavia in quantità minore che a Mitterndorf. Secondo alcuni testimoni, la febbre spagnola non si diffuse nell'accampamento mentre serpeggiava violenta nella vicina città. Agli Austriaci che chiedevano ai profughi cosa avessero nel sangue dato che l'epidemia non li colpiva, si rispose. "Noi abbiamo la lingua rossa", che significa, siamo affamati. Secondo le statistiche pubblicate a fine guerra, i Trentini deceduti a Braunau furono 728 dei quali 380 donne e 348 uomini. In particolare: 5 nel 1915; 351 nel 1916; 250 nel 1917; 122 nel 1918.

I nati furono invece 319, dei quali 163 maschi e 156 femmine: 2 nel 1915; 69 nel 1916; 51 nel 1917 e 41 nel 1918. Gli illegittimi furono 27, i matrimoni 48, 4 dei quali con Austriaci di Braunau 14.

I profughi erano perfettamente liberi di movimento. Iniziò un attivo contrabbando con la vicina Baviera finché le autorità aumentarono il servizio di vigilanza al ponte sull'Inn a metà del quale correvano i confini di Stato.

Come negli altri accampamenti, la nostalgia era vivissima. Proverbiale divenne la frase delle vecchiette: "Acqua boìda, ma a Trent".

Per la festa delle Palme quelli del Basso Sarca fecero venire dai loro paesi ramoscelli di olivo e fu come una grande "festa del ricordo" che commosse la gente di Braunau che si vide tra le mani delle vere fronde di olivo benedette al posto di rametti di melo.

Alla fine delle messe domenicali doveva essere intonato il "Servi Iddio dell'Austria il regno" che i Trentini, ci si dice, cantavano come il "Miserere". A un certo momento, fece il giro del campo una pittoresca canzonetta ironico-nostalgica che la maestra Chistè ci ha detto a memoria:

Un giorno la maestra Chistè dettò ai suo scolari un brano dal "Cuore" del De Amicis. Quando, a voce alta, iniziò con "Perché amo l'Italia, perché mio padre è italiano" i ragazzi si guardarono intimoriti alludendo agli Austriaci del Campo. Allora la maestra spalancò le finestre e continuò imperterrita e declamare il brano.

Un altro giorno la stessa maestrina fece sfilare, durante la passeggiata, i suoi marmocchi dinanzi al campo di concentramento italiano al canto di

Al di là del reticolato un ufficiale gridò: "E l'avvenire sarà italiano, ragazzi!". La maestra rispose: "Certamente". Talvolta quelle simpatiche maestrine attendevano gli ufficiali italiani in "libera uscita" sorvegliata a Braunau. In gruppo, li precedevano scambiandosi ad alta voce, affinché le si sentisse, le notizie degli avvenimenti sui fronti di guerra che apprendevano da mons. Endrici, internato nella selva viennese ma pur sempre fornito di giornali svizzeri. Si tratta di piccoli episodi ma opportuni per la comprensione dello spirito che animava quei bravi insegnanti trentini che seppero sempre mantenere vivo nei ragazzi l'orizzonte culturale italiano. In un breve calendario dei principali avvenimenti pubblicato un paio di anni dopo la chiusura del campo, sono ricordate alcune date significative: 22 dicembre 1915, don Gino Chelodi, cancelliere della Curia vescovile, visita il baraccamento; 6 gennaio 1916, vengono distribuiti i doni natalizi a circa 2000 bambini; 17 febbraio, l'accampamento è visitato dall'on. Degasperi; 6 agosto, celebra la prima Messa Giovanni Tschon fratello delle maestre Tschon; 13 settembre, il vescovo di Linz amministra la Cresima ai fanciulli; 21 ottobre, il barone Beck, ex presidente del Consiglio dei Ministri, visita il campo; 15 aprile 1917, si svolge la grande processione per la pace; 26 maggio, visita dell'on. Malfatti di Rovereto; 20 luglio, visita degli onorevoli Malfatti e Tambosi 15.

Raccontano che durante la cerimonia della Cresima, qualcuno ilarmente esclamasse in sordina: "Se il vescovo di Linz agitasse maggiormente la mano e gli cadesse l'anello, vendendolo, si potrebbe fare una gran mangiata".

Finalmente venne la conclusione della guerra. Il 5 novembre gli Italiani del vicino campo di concentramento si presentarono con il tenente colonnello Lo Curzio prendendo, a nome del re, possesso del Lager. La bandiera italiana, fu issata al suono della fanfara trentina sulla scuola mentre numerosi tricolori sbucarono dalle baracche. Ci furono invero delle proteste allorché talune madri andarono a prendersi i figli affermando che si dovevano fare le lezioni non dimostrazioni politiche. Poi venne il signor Cadonna di Gardolo che assicurò, finalmente, vitto sano e abbondante e non "cipolle né aglio" (tra i profughi si era diffusa la convinzione che gli italiani si nutrissero soltanto di tali alimenti). Il 18 dicembre il primo treno di profughi si mosse, destinazione Riva. L'ultimo l'8 gennaio 1919. Ma l'avventura dei profughi non era ancora conclusa definitivamente. Molti di essi furono costretti a risiedere in altre baracche in attesa che si liberassero dall2 macerie i loro villaggi.

Pottendorf e Wagna

Altri noti accampamenti di profughi austriaci di lingua italiana sorsero a Pottendorf, nell'Austria inferiore non molto lungi da Mitterndorf, e a Wagna, nella Stiria.

Le baracche di Pottendorf si allineavano sulla riva del fiume Leitha, affluente di destra del Danubio, a circa 220 metri sul mare, nella piatta pianura, pur essa battuta dal vento, delle Streinfeld chiusa, oltre il lago di Ebenfurt, dalle colline dello Sonnenberg, il più elevato rilievo del Letitha-Gebirge. Dapprima i profughi furono ammassati negli edifici della fabbrica di zucchero abbandonata; quindi si assegnarono loro le baracche costruite in destra Leitha, oppure furono sistemati nel vicino villaggio di Landegg. L'accampamento, diretto dal dott. Oscar Bourcard della Luogotenenza di Vienna, ospitò fino a 7000 profughi, in maggioranza giuliani. I Trentini erano, nel settembre del 1915, circa 1400 e provenivano dalla Valsugana. Un prete trentino, don Paolo Zadra cappellano di Roncegno, resse, nell'ultimo periodo della guerra, la cura d'anime succedendo a don Giovanni Muggia, canonico di Rovigo e a don Luigi Trevisan. Fu pure don Zadra a celebrare il 5 dicembre 1918, l'ultima Messa nella chiesa del Lager 16.

Tra gli altri, fu profugo a Pottendorf-Landegg don Lorenzo Felicetti, apprezzato scrittore di cose trentine.

Wagna, nella Stiria, era un'immensa città di baracche che nel periodo del suo maggior affollamento accolse oltre 20.000 profughi provenienti in generale dalla regione giuliana, ma anche trentina.

Mille bambini frequentavano i 4 asili, uno dei quali per gli Sloveni; quasi 4000 fanciulli, 1777 dei quali femmine e 2184 maschi, frequentavano nel 1916 le scuole che si sviluppavano su due sezioni complessivamente di 48 classi con 41 maestri, 2 medici scolastici, 4 catechisti e personale dirigente. L'orfanotrofio accoglieva 90 bambini; c'erano una scuola di musica, un collegio militarizzato, una scuola slovena con 360 alunni; le persone anziane ammalate trovarono assistenza a Wurmberg 17.

La chiesa, dedicata a S. Carlo, era un vasto fabbricato di tipo stiriano vigilato da un massiccio campanile cuspidato e dotato di orologio. Un porticato si volgeva sulla facciata principale mentre l'interno era molto ampio, a tre navate. La grande città di baracche era diretta dal dott. Watte e, oltre a Triestini, Goriziani, Friulani e Sloveni, ospitava una colonia trentina.

Le migliaia di persone travasate d'autorità nella zona centrale dell'Impero erano ufficialmente classificate come "profughi". In realtà i Flüchtlinge erano "anch'essi internati, per quanto d'una categoria meno rigida; e n'è prova la circolare segreta del capitano distrettuale di Lilienfeld, pubblicato al Parlamento dei deputati italiani, nella quale si avvertivano i Sindaci del distretto che i profughi italiani erano tutti gente sospetta e che quindi conveniva tenerli d'occhio ed impedir loro di muoversi liberamente da un paese all'altro..." 18.

In uno dei suo ultimi discorsi al Parlamento di Vienna, nell'ottobre del 1918, Degasperi, paragonò il Trentino a un "Ecce Homo!" e consigliò agli "odiatori più feroci" di esso una specie di "tregua Dei". E ricordando l'esilio, le persecuzioni, le devastazioni morali e materiali della guerra, la fame, le angustie, esclamò: "Non più un popolo, ma le rovine di un popolo, membri sparsi d'un organismo entrato in agonia..." 19.

Note
1 G.Corsini, La guerra mondiale, diario dell'immane conflitto, Trento, Mocher, 1917, pag. 111 e segg.
2 Archivio Museo del Risorgimento Trento: Lagerpian, Barackenlager in Mitterndorf a/a Fischa, scala 1 : 2880. 1 : 2000.
3 3 F. Pacher, Il Lager di Mitterndorf, Torino 1933.
4 F. Pacher, op. cit.
5 Un prospetto cucinario del concentramento di Mitterndorf, in "Alba trentina", 1921, pag. 318.
6 G. Panizza, Cronistoria esodo 1915, in "Voci di Vermiglio", 1965, n. 3.
7 Almanacco del Popolo, Strenna di Wagna per l'anno comune 1917, i.r. Luogotenenza di Graz, pag. 39.
8 F. Pacher, op. cit.
9 G. Panizza, op. cit.
10 Archivio parrocchiale di Vermiglio, reg. dei morti, pag. 128.
11 ibidem.
12 Archivio Museo Risorg. di Trento, teca E/6,8.
13 Lagarino, Noticine sull'accampamento, in "Alba Trentina", 1920, pag. 315.
14 Lagarino, op. cit.
15 Lagarino, op. cit.
16 P. Zadra, I fuggiaschi italiani a Pottendorf, in "Studi Trentini", IV, 1923, pag. 151.
17 Vedi Strenna di Wagna, Graz 1917.
18 A. Degasperi, I profughi in Austria, Milano 1919.
19 G. Gentili, La deputazione trentina al Parlamento di Vienna durante la guerra, Tridentum, Trento, Trento 1920.