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Delineare, anche se a larghissime tracce, la storia del Trentino durante la prima guerra mondiale, è cosa difficile e fascinosa allo stesso tempo. Non perché manchino le fonti dirette e indirette - la letteratura è infatti ricchissima e può confortarci la viva voce dei testimoni - piuttosto per un senso di angoscia che prende noi moderni dinanzi alle devastazioni di una guerra per molti versi "totale", seppure sia stata definita l'"ultima guerra cavalleresca", ma che in varie parti d'Europa, soprattutto in Italia, fu "sentita" dal popolo, inconsciamente preparato all'idea di nazione dal lungo travaglio romantico. Non aveva esclamato il grande Manzoni che l'Italia era "una d'arme, di lingua, d'altare - di memorie, di sangue e di cor"? e il Mazzini non aveva scritto che la "Patria è una missione, un dovere comune ..." e che la "parola Patria scritta dalla mano dello straniero sulla vostra bandiera è vuota di senso com'era la parola libertà che taluni dei vostri padri scrivevano sulle porte delle prigioni"?
In realtà la guerra fu indicata e compresa come l'ultimo grande ciclo dell'unificazione d'Italia. Essa si verificò in un momento inquieto per l'Europa, civilmente ed economicamente "livellata" (la Francia del 1914 è stata definita simile a quella di Luigi XIV 1; inoltre la Germania guglielmina e l'Austria imperiale "non rappresentavano un'antitesi civile di fronte alla Francia democratica e all'Inghilterra liberale") 2. Bastò Sarajevo per far crollare questa intelaiatura dove invano si cercava di operare il cosiddetto "equilibrio di forze" e bastò il forzamento della neutralità del belgi (ed ecco il tramonto della "guerra cavalleresca" e l'inizio della "guerra totale" meglio, nel nostro caso, della Blitzkriege) per scatenare nel mondo una reazione sentimentale del "paese vittima" e dell'odio verso la "brutalità teutonica" che fu una delle cause immediate dell'entrata in guerra della Gran Bretagna e dell'allargarsi del conflitto su scala mondiale.
Nel 1889 Viktor Adler aveva detto al congresso dell'Internazionale socialista di Parigi che la "libertà austriaca è una creatura ibrida, a metà strada tra la libertà russa e la libertà tedesca"; e aggiungeva che l'Austria, eccettuate la Francia e l'Inghilterra, aveva "forse la legislazione più liberale di tutta l'Europa". Il difetto era semmai nell'onnipotenza della polizia che poteva "sospendere tutte le libertà previste dalla legge", per cui il governo austriaco era "un sistema dispotico temperato dall'inefficienza" 3.
Potevano succedere delle cose curiose che, viste con la mentalità di oggi, hanno il sapore dell'assurdo. Nel 1870 non era successo che i Trentini, saputa per telegrafo, da poco istituito, la notizia della presa di Roma, banda civica in testa, festeggiassero l'avvenimento dalle 18 alle 20 per le vie della città, tra i fuochi d'artificio e grida di "Viva Roma, capitale d'Italia"? 4 E tra il 1902 e il 1907 non fecero sentire tanto energicamente la loro voce (e non mancarono, tra il resto, le dimissioni dell'allora podestà dott. Brugnara e di sette consiglieri comunali ivi compreso il vice podestà) per il problema del "raggio di fortezza" attorno al fortino del Fersina e al Castello del Buon Consiglio, sì da provocare un dispaccio favorevole del Ministero della guerra? 5 E le donne di un paesino di montagna non avevano gettato nella fontana il maestro del Volksbund?
In pratica il "liberalismo poliziesco" austriaco era crucciato di reprimere ogni idea di libertà nazionale che potesse insorgere nel mosaico di popoli soggetti all'Impero. "L'Austria - disse poco prima di Serajevo Battisti al Parlamento di Vienna - è una bolgia infernale nella quale le patrie si accavallano l'una sopra l'altra: la più forte contende il terreno alla più piccola, e non solo il suolo si contendono, ma anche la libertà, che è dei popoli l'aria da respirare...".
E condannando vivacemente il militarismo austriaco, Battisti aggiunse che "l'ora che l'Austria attraversa è una delle più nere: la miseria dilaga ovunque. Coloro che parlano con orrore del sentimento di odio che serpeggia nei bassi strati operai, non pensano che l'amore germina dall'amore, così l'odio è il naturale sfogo di chi è compresso dalla miseria e dalla sofferenza... Il popolo chiede pane e voi gli date piombo. Il popolo chiede scuole e voi gli date caserme..." 6.
Questa gente trentina, consapevole della sua cultura italica, che era stata compartecipe, assimilandolo attraverso le generazioni, del sofferto fermento dell'idea nazionale, il quale impostosi e fattosi fede durante le lotte del XIX secolo, trova radici storiche ben più profonde, ha dato testimonianze di fierezza e di coraggio, anche se, per un certo verso, aveva mantenuto un concetto di lealtà al Governo da cui, per complessi avvenimenti che non andremo a ricercare, dipendeva.
E' comprensibile che sulla prima grande guerra e attorno ai suoi eroi, si sia innestato il mito. Ogni momento storico ha avuto i suoi miti, pur essi necessari per la creazione di un ideale. Allo storico incombe semmai il compito di andare a scavare al di là del mito, non per fare storicismo tradizionale, o cronachismo, ma storiografia, tenendo conto del pensoso assioma crociano che "ogni storia è idealmente storia contemporanea".
Per quelli che sono nati dopo la conclusione del periodo eroico della prima grande guerra mondiale è forse più facile avvicinarvisi con spirito obiettivo pur tenendo presente che legione sono ancora i testimoni; di coloro cioè che hanno vissuto, da una parte o dall'altra, codesta sanguinosa collisione che in pratica seguì il coronamento del modo di essere nazionale per il quale tanti spiriti d'avanguardia avevano dato in pensiero, azioni e sofferenze.
Anche se, come modernamente osserva il Gaeta, gli "aspetti ideologici" e i "diritti delle nazioni" mascheravano "la realtà delle lotte per la conquista degli spazi e dei mercati". E' questa la sostanziale differenza tra la prima e la seconda guerra mondiale; urto di "patrie e di stati" l'una, urto di "civiltà" l'altra 7. Probabilmente la prima guerra mondiale è stata anche l'ultima delle "guerra eroiche", bisogna riconoscerlo, al di là delle considerazioni che ogni guerra, pur santa e sentita possa essere, è episodio esecrabile, contro natura.
Resta il dramma di uno dei diretti protagonisti, vale a dire il Trentino; quella specie di catarsi che lo ha unito alla madre Patria. "Nessuna parte d'Italia - scriveva nel gennaio del 1917 un ufficiale italiano che aveva combattuto sul fronte di Tesino - entrò a far parte della patria con tanto dolore e con tanta sventura come il Trentino". E aggiunge, alludendo al trauma dei profughi riparatisi nel Regno: "è una sventura che dovrebbe santificare gli esuli in cospetto di tutta la nazione come aveva santificato i Veneti e i Lombardi che in minor grado soffrirono". E amaramente conclude, ponendo il dito sulla spiaggia di una distorta visione geografico-storica che in diversi ceti italiani con singolare leggerezza si era fatta certezza: "ci è voluta questa santissima e crudele guerra per far imparare alle classi colte italiane la geografia delle Alpi, se pure l'hanno imparata, per distruggere il ponte famoso che legava Trieste a Trento" 8.
Al di là degli egoismi che ogni guerra comporta, degli eroi e dei traditori, degli approfittatori e degli idealisti, c'è, come dicemmo per l'Italia, il compimento di un ciclo storico, che in campo europeo ha fondamentalmente segnato, pur tra inquietudini e malcontenti, l'assestamento del vecchio continente nel senso dei confini "nazionali" e anche "naturali", secondo l'asserto lanciato nel 1792 della Montagna francese: "I limiti della Francia sono segnati dalla natura. Là devono essere posti i limiti della nostra Repubblica e nessuna potenza al mondo potrà impedirci di raggiungerla" 9.
Il Trentino, assieme alla regione triestina, fu l'obbiettivo principale dell'entrata in guerra dell'Italia. Furono le pressioni dei nazionalisti, affiancate sul finire del periodo delle neutralità da un certo entusiasmo popolare, a convincere il governo legato, fin dall'ultimo decennio del secolo scorso, alla "Triplice alleanza". Con disgusto il generale Marchetti scrisse che il "mondo militare italiano si disinteressò di quanto concerneva l'Austria e quindi il Trentino, non ancora redento, e la vigilanza su di esso era quasi nulla. Basti dire che i reggimenti alpini dislocati nella Lombardia e nel Veneto, all'aprirsi della buona stagione, invece di salire nelle valli loro assegnate in origine, percorrere i monti ed occhieggiare al di là, filavano invece sulle Alpi piemontesi" 10.
E gli stessi Trentini che riuscivano a varcare i confini nei primi tempi dell'agitata vigilia, quando sui fronti europei si combatteva aspramente e l'Italia era ancora neutrale, venivano, se sorpresi, riconsegnati dai carabinieri ai gendarmi austriaci fino a che una vivace campagna di stampa non consigliò il noto decreto di Salandra.
Qualche anno prima, nel 1907, parlando a Milano su "Carducci e l'Irredenta" Ottone Brentari affermò: "Se vi ho parlato d'irredentismo, spero non vi spaventerete, o buoni fratelli d'Italia... Nessuno degli irredenti è così triste da pretendere che l'Italia si getti in una guerra per liberarli. Essi attendono da mezzo secolo e sapranno attendere ancora... essi chiedono soltanto di non essere mai sconfessati, di non essere mai dimenticati, e di venire anche un po' amati..." 11. Allora, e fino al 1914, il Trentino viveva in una condizione, che rapportata al momento non poteva definirsi disagiata: "col reddito dei suoi boschi, dei suoi pascoli, dei suoi campi, e specialmente dei vigneti, che davano un frutto annuo medio di circa cinquanta milioni di corone, mandando i suoi prodotti nelle province interne dell'Austria. Fiorenti e ben organizzati erano anche i commerci e le industrie, specialmente a Rovereto, e le Cooperative e le Casse rurali largamente diffuse e abilmente amministrate impedivano le usure, gli sfruttamenti e gli irragionevoli rincari; ed il paese, oltre che agiato, era quieto, tranquillo e non poco misoneista" 12.
La guerra improvvisamente sconvolse questo quadro per quei tempi ottimistico: più della metà della popolazione trentina fu strappata alle case, i danni materiali raggiunsero una cifra astronomica, secondo i calcoli eseguiti dal Consiglio Agrario provinciale, un miliardo, 531 milioni 425 mila 333 lire del 1919, senza pensare al troppo rapido trauma di poi.
Azzeccatissime sono le parole che aprono il volume "Il Martirio del Trentino" edito nel 1919 a Milano: "Nel periodo dall'agosto 1914 al 3 novembre 1919 il Trentino ha vissuto le ore più tragiche della sua storia" 13.
Ed è questa sofferenza trentina che vorremmo illustrare, per sommi capi, servendoci soprattutto di una documentazione, scritta e umana, per così dire minore - ché la cronaca è già stata compilata con dovizia - ma, pur grandemente indicativa non fosse altro di un'onestà, di un coraggio, di un amore di patria che non dovrebbero essere dimenticati. Basti accennare alla "protesta" dei giovani intellettuali e no, che li poneva in armi contro lo Stato di cui erano cittadini, al calvario dei profughi visti con sospetto in Austria perché "irredentisti", e in Italia perché "austriacanti", a quello degli internati politici, alla devastazione operata dalle armi, al clima di diffidenza instaurato dagli Austriaci che, trovandosi in guerra in territorio italico per nazionalità, si muovevano come su d'una zona abitata da una popolazione o avversa o sospetta.
E' un po' il dramma secolare del Trentino, di questa terra posta dal destino ai limiti etnici di due grandi mondi europei, rivali per tradizione e per un'aspirazione di supremazia economica, politica e anche militare. Ed è notevole il fatto che il Trentino, seppure insidiato da secoli dalla potenza geopolitica del mondo germanico, abbia potuto conservare pressoché intatto il suo carattere latino tanto da far scrivere al Carducci, con la schiettezza poetica dell'entusiasmo: "colonia romana, in terra italiana, la prima città (Trento) nella quale fu usato il volgare come lingua comune" 14.
Ed è nello stesso modo comprensibile come la coscienza di nazione, propagatasi nell'Ottocento, sia entrata profondamente nel mondo culturale nostrano diffondendosi, pel suo tramite, tra il popolo. In effetti l'insegnamento romantico era stato potentissimo. "Lingua, religione, sangue, tradizioni, sentimenti e aspirazioni comuni: ecco gli elementi che formano la nazione. Essa è quindi una realtà spirituale, di cui la forma politica, lo stato, non è, per così dire, che la proiezione esterna, il corpo" 15.
In tale ambito non è da meravigliarsi se la polemica tra "clericali" e liberali sia stata spesso vivace. "Il nazionalismo è così strettamente connesso col romanticismo che in alcune nazioni, come l'Italia, nazionalismo, liberalismo e romanticismo divennero spesso sinonimi" 16.
Uno degli aspetti d'incomprensione era il "lealismo" che parecchi dello "ancien regime" ostentavano verso l'autorità costituita probabilmente anche per tema di incomodi e di avventure che consideravano "pericolose". I sintomi d'irrequietezza furono molti nel periodo precedente la guerra e tutti tradiscono quella coscienza nazionale che inconsciamente era filtrata nell'intimo. L'aggressione di un ingegniere avvenuta nell'inverno del 1901 da parte di alcuni soldati croati, fece sì che "l'intera cittadinanza insorse e tumultuò indignata nelle strade sfidando le baionette di tutta la guarnigione fatta sortire dal generale comandante la piazzaforte, impressionato di così imponente scatto d'ira popolare" 17; la sassaiola alla birreria aperta "con ostentato e goffo stile tedesco" in via Oss Mazzurana; i fatti di Pergine e di Calliano per la visita alle isole tedesche trentine da parte del prof. Mayer di Monaco che si recò anche a Folgaria provocando una specie di assalto alla ferrovia e la conseguente citazione in Tribunale di 42 giovani trentini (poi assolti).
"Già avanti la guerra - dichiarò Degasperi pochi mesi prima del novembre 1918 a un giornalista che lo intervistava a Vienna - una politica di aggressione nazionale promossa dal nord costringeva i Trentini ad una lotta quotidiana per difendere il proprio patrimonio, e scoppiata la guerra, la valanga germanizzatrice, contenuta prima a costo di uno sforzo che assorbiva le migliori energie del Paese, si rovesciò con violenza inesorabile su tutta la regione. Prima l'autorità militare ci teneva a dichiararsi neutrale e ricordo ancora benissimo le formali dichiarazioni che mi fece in tal senso il ministro della guerra Auffenberg alle Delegazioni del 1912. Durante la guerra invece il militare lavorò di conserva al Verein für Deutschtum in Auslande...". "I nostri amici di casa non sono ancora soddisfatti (Degasperi alludeva alle conclusioni del Congresso del Volksbund tenutosi pochi mesi prima a Vipiteno) che la politica di persecuzione abbia colpito inesorabilmente professori, maestri, preti, operai, borghesi, contadini, che tutte le nostre fiorenti organizzazioni sorte per una mirabile politica d'autarchia sociale e nazionale, siano sciolte, disperse o inceppate nel loro movimento sociale; essi chiedono altamente il nostro sterminio civile".
E con immensa amarezza proseguiva: "Ebbene, noi senza giornali, senza associazioni, privi persino delle risorse del diritto comune, non reagiamo e le grida di provocazione di Vipiteno risuonano senza eco come in un cupo silenzio di cimitero. Ma per questo non danno da credere che siamo morti, che il nostro spirito sia ormai stordito dalla sciagura, che il nostro popolo non veda, non comprenda e non tiri le sue conclusioni..." 18.
* * *
Dopo Sarajevo l'inquietudine della guerra si diffuse anche nel Trentino seppur confortata da ragioni di ottimismo. Ma l'ultimatum alla Serbia del 23 luglio 1914 tolse ogni speranza. Si sperava in una guerra rapida, come avvenne all'inizio del secondo conflitto. Pochi giorni dopo era la guerra che si estese rapidamente all'Europa come le fiamme nella savana.
Alle 15 del 31 luglio i Trentini lessero negli uffici postali l'annuncio dell'ordine imperiale di mobilitazione generale dell'esercito e della leva in massa. Poco dopo la mezzanotte si conobbe il decreto che venne affisso nei luoghi pubblici: "Sua Maestà Imperiale si è degnata di ordinare la mobilitazione generale, nonché la chiamata della intera i.r. e r.u.".
Iniziò la tragedia del Trentino: gli uomini validi dai 21 ai 42 anni dovevano presentarsi entro 24 ore. "Partivamo sui treni affollati fino all'inverosimile - ci dicono i protagonisti da noi intervistati in diversi luoghi della provincia - e già si sentiva parlare di una guerra imminente con la Russia. Non ci ponemmo problemi e del resto l'Italia era alleata con l'Austria di Francesco Giuseppe e con la Germania di Guglielmone. Facemmo come tutti i cittadini di questo mondo che ubbidiscono alla chiamata alle armi". Pochi giorni dopo, quando una cupa calma era tornata sul Trentino, Cesare Battisti sospese la pubblicazione de "Il Popolo" e riparò in Italia e altrettanto si fece con "Il Baldo" di Riva e con "Il contadino" di Rovereto.
Restarono i giornali "Il Trentino", popolare, e "l'Alto Adige" liberale, che nel maggio dell'anno successivo, dopo mesi di difficile attività, contrastata dalla censura, chiusero definitivamente bottega. I Trentini restarono dunque privi di un'arma di difesa e di pensiero quali sono i giornali liberi.
Era la guerra moderna con il predominio della gerarchia militare su ogni attività; specie in una terra come il Trentino che aveva dato, e stava continuamente dando, testimonianze di irrequietezza.
Si battevano le più impensate strade - persino con i biglietti chiusi in bottiglie affidate alla corrente dell'Adige - onde far giungere informazioni di carattere militare-politico agli Italiani; cartoline trattate con inchiostro simpatico eludevano la stretta censura. Spesso contenevano accorati appelli e talvolta speranze deluse. Eccone una dei primi mesi del 1915: "Sono andato a cercarti. Tutto andò liscio. La censura è quanto mai rigorosa. Dunque precauzione. Non scrivere alla Ditta. Le notizie politiche ormai ci interessano poco. Costì facciano quanto credono. Se vogliono venire vengano; se nò stiano lì. Noi siamo stanche di questa tiritera..." 19.
Invero notevole fu l'apporto dei fuorusciti trentini a sostegno della tesi degli interventisti italiani che da tempo avevano iniziato una gran polemica con i neutralisti. Visti sotto la prospettiva nazionalistica, che anche molti anni dopo la cessazione della guerra ispirò i cronisti delle patrie vicende, i primi furono appellati "piccola pattuglia audacissima di intellettuali e di divinatori, che seppero crescere via via e trascinare dietro la bandiera della riscossa il tentennante governo italiano e l'immenso gregge della gente senza idee e senza nervi"; i secondi, invece, vale a dire i neutralisti, tra i quali bisogno porre gran parte di socialisti, avrebbero avuto, sempre secondo la precitata prospettiva, la "rispondenza negli strati bottegai della nazione" 20.
Prevalsero le pressioni dei primi e l'Italia in quel maggio che è stato definito "radioso" 21 entrò in guerra a fianco dei paesi dell'Intesa. Nel febbraio, vale a dire in piena polemica, la "Tribuna" di Roma aveva pubblicato la celebre lettera di Giolitti a Carlo Peano nella quale lo statista precisa il suo pensiero: non considerare una guerra "come una fortuna", ma "come una disgrazia". "Non credo sia lecito portare il paese alla guerra per un sentimentalismo verso altri popoli. Per sentimento ognuno può gettare la propria vita, non quella del paese. Ma quando fosse necessario non esiterei nell'affrontare la guerra".
Con l'entrata in guerra dell'Italia il quadro trentino si incupisce. Il giorno della Pentecoste 1915 si ebbe sentore del passaggio a ogni ora verso il nord di treni carichi di profughi fatti sgomberare dai possibili campi di battaglia. La stazione di Trento era presidiata dall'autorità militare. L'evacuazione era iniziata secondo i piani degli alti comandi. Ai soldati trentini caduti nei primi sette mesi di guerra sui fronti, si aggiunse il calvario dei profughi mentre i loro paesi venivano a uno a uno smantellati dalle opposte artiglierie.
Da tempo le circolari di sgombero erano pronte, senza data. La "fortezza" di Trento, a esempio, doveva essere evacuata dalla popolazione a eccezione delle "persone che per interesse pubblico devono rimanere". Il piano conteneva tutti i nomi degli interessati, divisi nelle seguenti categorie:
1) personale dell'impianto elettrico, dell'acquedotto, della officina del gas, dei civici pompieri, dell'ospedale civile, e del cimitero;
2) personale delle farmacie Giusepponi, Gerloni, Frizzi, Gallo, Santoni e Dall'Anna;
3) personale dell'impresa cavalli Merlin Francesco;
4) medici (19);
5) ingenieri (3);
6) personale dei 31 alberghi;
7) personale dei 9 caffè;
8) macellai (12);
9) fornai (4);
10) negozianti di commestibili (28);
i 28 fabbri; gli altri negozianti e professionisti, in tutto 36, tra cui le tre "mammane". Inoltre le "personalità dell'autorità comunale, del Capitanato distrettuale, della Polizia, del Censo, delle Poste, della Ferrovia" 22.
Il 21 maggio del 1915, poco prima della mezzanotte, un telegramma dell'imperial regio capitano distrettuale giungeva all'imperial regia dirigenza del Riparto di controllo della Guardia di Finanza di Rovereto: attenzione, diceva, il "treno destinato al trasporto delle famiglie degli impiegati e militari partirà da Rovereto il 22 maggio alle ore 10.45 antimeridiane..." 23.
Il giorno prima Turati aveva esclamato al parlamento italiano che "ogni guerra dell'Italia che non sia di difesa necessaria nel senso più rigoroso del vocabolo, appare a noi in realtà una guerra contro l'Italia e una guerra, di riflesso contro tutte quelle idealità che essa, col proprio sacrificio, pretendesse di servire" 24.
Il Trentino, o "L'Irredento" come si amava dire, diventava tuttavia l'arena della guerra tra i due ex-alleati. Con pacato disorientamento, che denuncia lo stato d'animo della maggioranza della popolazione, un ignoto annota su d'un breve diario avvenimenti e impressioni di quei giorni:
"19 maggio. Importanti articoli sul "Trentino". Richiamo militare dai 18-42-50 anni, immediata consegna.
20 - Scioglimento del Consiglio comunale di Trento. Commissario governativo dott. Bertolini. L'evacuazione dei cittadini non approvvigionabili, in gruppo per parrocchia. Scene di dolore e d'angoscia per provvedersi. Chiusura delle scuole.
21 - Consegna delle armi ecc... Chi resta si notifichi per visita della commissione d'approvvigione.
22 - Col n. 115 il "Trentino" cessa la pubblicazione e così "l'Alto Adige", rinasce il "Risveglio trentino" (diretto da un fuoruscito italiano, n.d.r.), quale giornale di Fortezza e ne assume lo stemma imperiale.
22-28 - Partenze giornaliere dei non approvvigionati, spettacolo doloroso ad ogni treno in partenza. Partenza degli ammalati per destinazione Innsbruck prima tappa, alle ore 4 il treno si muove. Quali angosce e dolori! Ordinato la cessazione del suono delle campane, prova coi segnali d'allarme con le sirene, onde, al caso, spegnere i lumi se di sera e di notte.
31 - Proclamato il giudizio statario, firmato Dankel e arciduca supremo dell'armata.
31 giugno. Si dà la caccia ai piccioni randagi d'ordine del comando di Fortezza. Angosciosa notificazione di partenza delle famiglie dei necessari a rimanere che non fossero approvvigionati giusta più severe esigenze.
12 - La notte dell'11-12 divelti i busti a Canestrini e Gazzoletti dal loro posto al Giardino di Piazza Dante, furono trovati gettati nel canale Adige vecchio. Raccolti i busti furono collocati in Municipio. Si è sparsa la voce, per la seconda volta, che il Vescovo sia stato messo in Castello. Altri arresti seguirono di sospetti (Pasini Fausto, Valcanover ecc)" 25.
In realtà le liste di proscrizione dei sospetti politici vennero consegnate alla Polizia e iniziarono le triste carovane dirette alla "Brughiera dei gatti" (Katzenau), e agli altri campi austriaci. Era la guerra con tutta la sua spietata realtà. L'Austria non si fidava dei Trentini e, d'altra parte, i militari italiani giungevano con un certo sospetto nei territori che stavano occupando. Perplessità naturale d'ambo le parti dunque.
Citiamo due episodi desunti da documenti ufficiali dei primi giorni di guerra: Ala, 28 maggio 1915. Notificazione del sindaco Pallaver: "Concittadini, questa sera ad ore 6, si faranno i funerali dei prodi caduti nel conflitto di ieri per la nostra redenzione. Accorrete numerosi all'Ospitale per onorare col vostro mesto accompagnamento all'ultima dimora le prime vittime del nostro riscatto e sia questa una verace e pietosa dimostrazione ai Caduti e lavacro di un'onta che pur persistiamo a credere sia stata inflitta a noi non da un nostro concittadino ma da intrusi infiltratisi ad aumento dei nostri danni" 26. (Il 17 ottobre di quell'anno si inaugurò l'attività del Civico Ginnasio di Ala italiana con una conferenza di rito" "La Scuola e l'italianità del Trentino").
Brentonico 9 giugno 1916. Con manovra da guerra dei nervi, le autorità militari austriache diffusero sull'altopiano di Brentonico una falsa ordinanza ciclostilata al fine di spaventare la popolazione: "Il comandante della difesa del paese del Tirolo ha emanato il seguente ordine: come risulta da informazioni della rispettiva divisione di infanteria, la popolazione del circondario di Brentonico fraternizza con il nemico, tradisce le nostre pattuglie e trattiene come ostaggi uomini e donne fedeli all'imperatore.
Per questo motivo io ordino: il Paese di Brentonico deve venir completamente distrutto a mezzo d'artiglieria". Firmato Concini m.p. Oberst. Dal dattiloscritto si definiscono "notoriamente irredentiste" le popolazioni di Borgo, Mori, ecc. 27
Già molto tempo prima, le autorità politico-militari erano all'erta per l'emorragia di notizie di carattere militare del Trentino d'Italia (dove spesso, non venivano prese nella dovuta considerazione).
Significativa è la circolare inviata il 2 maggio del 1915 ai comuni e ai curatori d'anime con il divieto di fornire qualsiasi notizia all'Accademia degli Agiati di Rovereto "perché si sospetta di spionaggio".
L'Accademia aveva infatti spedito ai comuni e curatori d'anime una lettera di richiesta per avere dati inerenti alla guerra, il numero dei richiamati, dei lavoratori degli acquartieramenti militari ecc. 28.
La reazione della massa allo spaventoso stato di cose che si stava verificando fu in generale molto dignitosa. Non mancarono frecciate all'Italia che, cogliendo la massiccia azione propagandistica intrapresa dal Governo imperiale, fecero qua e là presa.
Il "Risveglio trentino" diretto da R.M. Vasilico, pubblicava il 23 maggio 1915, un grande necrologio dal titolo "L'Italia farà da sé".
"Coi sensi del più profondo ribrezzo - diceva il testo - diamo a tutti i popoli ancora neutrali di questo pianeta l'annuncio liberatore della morte dell'alleata nostra: ITALIA che, dopo lunghe e maligne sofferenze, la festa delle Pentecoste li 23 maggio 1915 alle 3.30 pomeridiane, munita dei conforti della Triplice intesa, in seguito a rottura della parola data e per incurabile cupidigia territoriale dopo 33 anni di vita, passò al campo nemico".
Firmati: "La madre cessata Triplice Alleanza; i fratelli Impero Austro-Ungarico ed Impero Germanico; la sorella adottiva Turchia; impresa pompe funebri della firma Conrad v. Hetzendorf & Co.".
Qualche manifestazione organizzata di protesta in realtà si ebbe. A Mezzocorona, a esempio, dove il 23 maggio si invitò con fiaccole la popolazione sulla piazza della chiesa, alle ore 21, per "l'offensiva contro il fedifrago Regno d'Italia" 29.
Era la frase che la propaganda abilmente faceva serpeggiare sfruttando i disagi e le sofferenze della gente che aveva dovuto evacuare.
"Ora devi ancora riprendere un'altra lotta - scrive il 25 giugno 1915 al nipote soldato una donna riparata a Fai da Rovereto - con quella traditora d'Italia, che fu complice di tante miserie del povero Trentino, che siamo qui tutti remengando a patire..." 30.
In un quadernetto manoscritto depositato nella cartella "Austriacanti" del Museo del Risorgimento, sono raccolte alcune poesie di tale tenore:
Ed ecco il solito quadro della guerra:
Oppure:
Più cauti, per evidenti ragioni, i commenti favorevoli di quelli che erano rimasti.
Iniziano le requisizioni delle campane che dall'agosto del 1915, sul "raggio delle operazioni militari" non si potevano suonare "nemmeno in occasione del genetliaco di S.M. imperiale e reale" 33.
Siamo alla fame; la tremenda fame che i protagonisti di quella guerra ricordano ancora come un incubo.
Corse il detto:
Il 6 settembre 1915 gli scolari vengono mobilitati per la raccolta delle noci di galla "per guadagnare materiale per la concia delle pelli" necessarie all'esercito.
L'11 aprile 1916 si ordina la requisizione dei metalli di proprietà delle scuole, quale l'ottone, il bronzo e il rame, da spedire all'i.r. deposito di artiglieria in Vienna.
Nel luglio gli scolari vengono reclutati sotto la direzione dei loro insegnanti, per la raccolta dei foraggi: bisognava utilizzare i funghi da foraggio, i frutti selvatici, le foglie da foraggio. Nell'agosto dovettero raccogliere foglie di mora e di fragola per il tè; poi le ortiche "per biancheria e stoffe per l'esercito"; poi materiali di lana e così via 34.
Con notificazione del 2 aprile 1916 presa in base all'ordinanza imperiale del 20 aprile di 62 anni prima, le autorità proibivano "di declamare, cantare o suonare pubblicamente od in modo pubblicamente intelligibile l'Inno a Trento, l'Inno a S. Giusto, l'Inno al Trentino, l'Inno della Lega nazionale, l'Inno a Dante Alighieri, l'Inno degli studenti trentini, nonché ogni altra poesia o canzone che glorifichi l'idea nazionale italiana nelle sue aspirazioni antipatriottiche 35. In quel torno di tempo il Vescovo di Trento mons. Celestino Endrici aveva denunciato con una lettera alla Santa Sede la tristissima situazione del Trentino: "Narrare - diceva tra l'altro il messaggio - l'Iliade di dolori, di repressioni inumane, è compito per me troppo doloroso e me ne sento impari, perché ho la sicurezza che l'inumanità, le barbarie, l'odio, la vendetta superano ogni umano sentire...".
L'8 maggio 1916 il Vescovo fu arrestato e condotto a Vienna. La situazione era invero in tali termini. si attentava direttamente alla stessa anima trentina. "Si volle persino affermare che il Trentino era e voleva essere tedesco, come se esso fosse già stato irretito dalle trame della propaganda pangermanistica. Di fronte ad esecrazioni del genere non c'era più nessuna possibilità di opporsi, data l'esistenza esclusiva di una stampa ufficiale, la quale aveva bisogno di elementi fidati e competenti, che dovevano essere esonerati dal servizio militare" 36.
Si cercò di eliminare lo stesso nome di Trentino forse perché, da quando nel secolo Diciottesimo il Vannetti scrisse la celebre frase: "Italiani noi siamo, non tirolesi...", era un po' il simbolo di questa controversa terra alla quale si volle sempre negare l'ambita autonomia.
d'anime, agli Uffici governativi e preposti comunali e a tutte le dirigenze scolastiche, il singolare ordine dell'i.r. Comando d'armata gruppo Arciduca Eugenio:
"In seguito a ordine dell'i.r. Comando d'armata gruppo Arciduca Eugenio si pubblica quanto segue: La causa principale che ci condusse alla guerra coll'Italia fu l'irredentismo rispettivamente l'opera degli irredentisti.
E' quindi dovere di ogni cittadino di combatterlo a tutto potere. Un mezzo era anche la notificazione dei vecchi nomi tedeschi a diversi luoghi del Tirolo meridionale per dimostrare alla popolazione che il paese che essa chiama col nome di Patria non ha nulla di comune col nostro nemico ereditario che ci ha vergognosamente tradito. Senonché l'irredentismo introdusse nell'uso comune e quasi parola d'ordine la denominazione "Trentino" per far credere e dimostrare alla gente che la parte tedesca ed italiana del Tirolo siano due parti indifferenti e separate, dall'uso continuo della parola "Trentino" e denominando colla stessa uno dei più letti giornali del paese i nostri nemici interni hanno diffuso il concetto della divisione della provincia in due parti distinte così che ancora oggi si ode spesso tale distinzione.
Il nome "Trentino" deve perciò scomparire e la popolazione del Tirolo meridionale deve avere la coscienza e la convinzione che la sua Patria che risplende per fedeltà e patriottismo è il Tirolo e che non esiste altra parte della stessa che possa appellarsi con altro nome. Il nome "Trentino" deve dunque cancellarsi ed in ogni occasione favorevole deve dimostrarsi alla popolazione che l'unico nome giusto e legale della Patria è il Tirolo mentre il nome "Trentino" è del tutto illegale ed ha tendenze separatistiche e di alto tradimento le quali vennero propagate da quelle persone che si erano proposto come ideale di separare il Tirolo meridionale dall'Austria per unirlo all'Italia.
Nel mentre si porta ciò a conoscenza dei signori, si raccomanda loro seriamente di adoperare tutta la propria autorità ed influenza affinché queste idee e questi sentimenti di unità ed indivisibilità della Provincia del Tirolo, vengano sempre più diffusi e coltivati finché quest'ultimo ricordo ancora esistente dell'opera sinistra degli irredentisti il nome "Trentino" venga dappertutto eliminato".
L'i.r. dirigente:
EBNER m.p.
Nel frattempo continuava la battaglia cartacea sui fronti opposti di guerra nello sforzo di demolire il morale e di far serpeggiare notizie allarmanti o arrendevoli.
Una stamperia di tal genere esisteva, da parte austriaca, a Levico. "Soldati italiani - si scriveva tra l'altro - poiché il vostro governo ha proibito la spedizione dei giornali nella zona di guerra, vi comunichiamo che col giorno 7 dicembre ha cominciato l'armistizio fra le truppe austro-ungariche-tedesche e quelle russe-romene su tutto il fronte orientale dal mare Baltico fino al Mar Nero..." 37.
E poi: "Il terribile fenomeno Parigi bombardata da cannoni della portata di 120 km...!" Cominciando dal 23 marzo sui quartieri anteriori di Parigi ogni quarto d'ora piomba una granata da 24 centimetri" 38. Alle ore 16 solari del 22 luglio 1916 un aereo italiano, lanciò nel cielo di Trento una corona con un messaggio: "Al martire eroe che nel prossimo giorno della liberazione l'esercito ed il popolo d'Italia glorificheranno con Trento redenta". Dieci giorni prima Cesare Battisti era stato giustiziato nella fossa del Castello del Buonconsiglio provocando un'ondata di profonda emozione in Italia.
Ormai "dalla parte dell'Intesa la guerra era divenuta la guerra del popolo per il popolo, condotta da uomini del popolo; e si era messo in testa alla brava gente che doveva essere la guerra che poneva fine a tutte le guerre, che se le Potenze centrali fossero state sconfitte e completamente umiliate, sarebbero seguite la pace e la concordia eterne" 39.
In Italia il concetto di "guerra eroica" stava penetrando in profondità nella coscienza del popolo e dei soldati al fronte, soprattutto di fronte alle grandi offensive che minacciarono direttamente l'Italia del nord, agli episodi di trincea e di eroismo. "Papà, io so ch'hai pianto e piagni, dal giorno che so' partito; me te sogno che sei tanto avvilito e sei restato mutilato, me pare de vedè un quadro d'un santo, addolorato...". E' l'inizio di un quadernetto manoscritto trovato sul cadavere del caporal maggiore Guido Nati di Velletri che una notte era uscito di pattuglia verso le trincee austriache.
"Forse stassera andrò sul monte Piano - scriveva ancora quasi presentendo l'imminente fine - pè fa un'esplorazione o pè vedetta. Porto con me fucile e baionetta..." 40.
Il senso eroico ebbe ripercussioni nel campo della propaganda anche a livello popolare e delle classi abbienti.
è il martellante slogan del cartello del Prestito, nazionale. La stanchezza del congegno austriaco è avvertibile poco meno di un anno prima della fine del conflitto, dal manifesto diffuso nel Natale 1917 tra le linee italiane circa la polizza sull'assicurazione sulla vita promessa ai familiari dei combattenti al fronte. "Questa strenna naturalmente, non tende a nessun scopo altro che a TAPPARE LA BOCCA, alle Vostre Madri, alle Vostre Donne, ai Vostri Figli, che già stanchi di questa guerra, odiano e maledicono la malaugurata e perniciosa politica guerrafondaia di Sidney-Sonnino". Il manifesto conclude: "Una reale assicurazione Vita che faccia dunque LA PACE! Quella pace che tanto agognano e sospirano tutti i ceti della Vostra sì duramente provata Patria!" 41.
Ma intanto la tragedia fisico-morale del Trentino si faceva enorme.
Dinanzi alle impressionanti cifre del bilancio austriaco 1917-18, Degasperi esclamava al Parlamento di Vienna che da chi "ha la casa propria messa a soqquadro o in preda alle fiamme non si può attendere che s'occupi anche delle pubbliche economie". In tale occasione Degasperi protestò per le devastazioni dei paesi delle valli dell'Adige e del Brenta, per gli arresti, le persecuzioni e i soprusi di "tiranelli", i quali "credono, perché tutto tace, che sia un cimitero (è interessante l'immagine del cimitero che più volte Degasperi ci dà del Trentino). Ma lasciate una volta che lo spirito della libertà soffi sopra queste ossa da morto ed esse, come una volta innanzi al profeta, si ricomporranno e costituiranno di nuovo, uomini vivi e liberi...".
| 1 | A. Maurois, Storia della Francia, Mondadori, 1952.
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| 2 | F. Gaeta, La seconda guerra mondiale, Utet, 1967.
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| 3 | E. Crankshaw, Il tramonto di un impero, Mursia 1966.
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| 4 | Ms. 2403, Biblioteca Comunale Trento.
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| 5 | Archivio comunale di Trento: teca 38.
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| 6 | P. Pieri, Cesare Battisti nella storia, Temi, Trento 1966.
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| 7 | F. Gaeta, op. cit.
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| 8 | Museo Risorgimento Trento, copia ms. E: 2-3.
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| 9 | A. Maurois, op.cit.
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| 10 | T. Marchetti, Ventotto anni nel servizio informazioni militari, Temi, Trento, 1960.
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| 11 | O. Brentari, Carducci e l’Irredenta, Milano, 1907.
|
| 12 | O. Brentari, Le rovine della guerra nel Trentino, Milano, 1919.
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| 13 | G. Marzani e altri, Il martirio del Trentino, Milano, 1919.
|
| 14 | G. Carducci, Opere, XI.
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| 15 | M. Puppo, Il Romanticismo, Studium, Roma 1967.
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| 16 | M.Puppo, op. cit.
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| 17 | G. Marzani, op. cit. |
| 18 | Museo Risorgimento, Trento, dattiloscritto, teca E/2-3. |
| 19 | Museo Risorgimento Trento, ms. Miscellanea E/2. |
| 20 | L. Turres, Il Trentino durante la guerra in “Terre redente e l’Adriatico”,
vol. I, Vallardi, 1932. |
| 21 | C. Seton-Vatson, Storia d’Italia ecc., Laterza, 1967.
|
| 22 | Museo Risorgimento Trento, ms. teca E/2.2. |
| 23 | Ibidem, E/2-3. |
| 24 | A. Zieger, Stampa cattolica trentina (1848-1929), Trento 1960.
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| 25 | Museo Risorgimento Trento, ms. Miscellanea, teca E/2.
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| 26 | ivi
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| 27 | ivi
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| 28 | ivi
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| 29 | ivi
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| 30 | ivi
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| 31 | ivi
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| 32 | ivi, E/2, Miscellanea.
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| 33 | ivi, E/2-3.
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| 34 | ivi
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| 35 | ivi, E/2
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| 36 | A. Zieger, op. cit.
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| 37 | Museo Risorgimento Trento.
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| 38 | ivi
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| 39 | E. Crankshaw, op. cit.
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| 40 | Museo Risorgimento Trento, ms., teca E/1/n
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| 41 | ivi.
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