La fine di un Impero
di Aldo Gorfer*
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Il 1918 si annunciò con tempo avverso, all'insegna di nuovi clamorosi arresti e del presuntuoso ottimismo delle sfere borghesi-militari degli Imperi centrali. Chiuse nelle loro torri d'avorio, incapaci, per vanagloria e mentalità chiusa, di intuire la frattura che stava spalancandosi tra vecchio e nuovo, codeste sfere si cullavano nell'illusione di poter fermare il mondo imponendogli la limitatezza del loro stile tradizionale e, di conseguenza, di perpetuare i loro privilegi. La rivoluzione sociale russa, i suoi eccessi e le sue conquiste, la simpatia con cui era seguita dai progressisti europei, non aveva loro detto nulla. Come nulla aveva detto loro il crollo del secolare impero zarista, all'infuori del successo contingente d'una pace imposta persino con brutalità, che permetteva agli altri comandi di trasferire i gruppi d'armate sui fronti occidentale e meridionale.
I feldmarescialli si erano dunque nuovamente impettiti e si parlava di buttare al di là della Manica gli Inglesi e i loro amici americani. La conquista del Veneto aveva fatto rinascere sopite velleità imperialistiche ottocentesche.
Si tiravano le somme del bottino fatto dopo Caporetto e la stampa con insistenza (il tema, come vedremo, fu ripreso con vivacità al celebre convegno di Vipiteno di qualche mese dopo) avanzava mire espansionistiche onde dare sicurezza alle frontiere dell'Impero. La proposta era incorporare il territorio fra Feltre e Primolano "a tutela" delle valli dell'Avisio, del Cismon e del Brenta; gli altipiani dei Sette e dei Tredici comuni; il pendio meridionale del Coston; le valli "di là" della Borcola e del Pian delle Fugazze; le vallette d'Anguilla, Squaranto, Mezzane e Progno; Ossenigo; il Montebaldo fino a Valpolicella e la Chiusa di Verona; il lago d'Idro. Si proponeva altresì di consigliare sul piano internazionale, e sempre per via della salvaguardia dei territori imperiali, il ritorno alla Svizzera di Chiavenna e dell'alta Valtellina che Napoleone aveva staccato nel 1797. L'idea della "Zona di operazioni delle Prealpi", messa in atto dai Germanici nel 1943, trova dunque radici profonde.1
In realtà, almeno esteriormente, il piatto della bilancia, dopo quattro anni di guerra, sembrava pendere per la Germania e l'Austria-Ungheria. Sintomo di debolezza e di gravi contrasti politico-militari era considerata la mancata offensiva sul fronte occidentale. D'altro canto le truppe austro-tedesche occupavano territori nemici per un'estensione di mezzo milione di chilometri quadrati, benché le loro colonie al di là dei mari fossero state loro tolte dagli alleati. Si sperava nel grano ucraino e nell'ubertosa ricchezza del Veneto per superare la crisi alimentare ed economica.
Il bottino dopo Caporetto era stato, secondo note ufficiali austriache, di 3500 cannoni, dei quali 1000 di grosso calibro, di numerosi automezzi, di 30 locomotive, di parecchie centinaia di vagoni ferroviari e di altro ingente materiale bellico.
Il Genio aveva rifatto i ponti distrutti. La linea ferroviaria era stata riattivata fino a Sacile e a Motta di Livenza con personale militare. Con il vestiario ritrovato nei magazzini italiani si erano potuti equipaggiare "tutti i soldati al fronte e parte dei prigionieri". Con accusatrice amarezza, si scriveva che nelle filande di Pordenone erano state incendiate 30.000 balle di cotone, "bastevoli per fare 45 milioni di metri di stoffa". Tuttavia, a Udine, i reparti austriaci erano riusciti a porre le mani su "d'una grande quantità di cuoio".
L'elenco dei generi alimentari non era meno imponente: una "quantità grandissima di mais", di riso pilato, ammassato nel cuneo occidentale del Piave, di vino Marsala e Chianti con il quale si era approvvigionata per parecchio tempo tutta l'armata assieme a erbaggi e a "frutta meridionale".
Tutte cose che i Tedeschi non vedevano da tempo.2
Ci si chiedeva quale parte di questo ben di Dio potesse essere inviata nelle retrovie per sfamare la popolazione e quale parte, infine, dovesse toccare all'alleata Germania.
Poiché il Veneto era "sulla bocca di tutti", si pubblicava persino l'elenco delle località che Dante aveva nominato nella Commedia.3
Nel messaggio di capodanno, che aveva indirizzato a tutti i suoi "prodi guerrieri", Carlo I d'Absburgo aveva detto che tutti ("i prodi guerrieri" per i quali "io e l'imperatrice preghiamo dall'Onnipotente le più copiose benedizioni per l'anno novello") potevano nutrire in lui "la più grande fiducia".
Pensiero dominante del giovane monarca era quello della pace, e quello di salvare a ogni costo d'Impero. Se lo era già proposto quando aveva messo le rose bianche sul petto del prozio Francesco Giuseppe la notte della sua morte, a Schönbrunn, e attorno alla salma erano iniziate le complesse cerimonie, dal sapore medievale, imposte dalla tradizione.
Carlo aveva cercato di proporre un corso nuovo, e s'era circondato - e questo è stato forse uno dei suoi peggiori errori - da nobili e militari che erano stati messi da parte dal passato monarca, e perciò erano malcontenti. Per prima cosa volle assumere il comando supremo delle Forze armate provocando il terremoto nelle alte sfere militari: esonerò l'arciduca Federico e un mese dopo destituì Conrad dalla carica di Capo di stato maggiore dell'esercito affidandogli il comando delle truppe operanti nel Trentino.
Riaprì il Parlamento di Vienna ponendo fine ai due anni di assolutismo militare; si preoccupò di alleggerire certe posizioni estremiste, abolendo, tra l'altro, la punizione detta della colonna e quella detta dei ferri in uso nell'esercito (il decreto poco ottenne, perché i comandi ripristinarono ben preso l'antica usanza provocando un vivace dibattito al Parlamento); amnistiò, seppur con qualche restrizione, i colpiti per reati politici; mise tardivamente un rattoppo sulla leva in massa, decisione ritenuta anticostituzionale, mandando a casa i cinquantenni, mentre si reclutavano i diciottenni.
La ventata liberale che Carlo voleva innestare sul vecchio ceppo absburgico, anche se contenuta in limiti assai discreti, non riuscì a produrre erosioni nella società conservatrice - e reazionaria - che dominava la monarchia. In pratica i due mondi, quello vagheggiato dal giovane imperatore e quello tradizionale e di sapore feudale, convissero fino alla fine con supremazia effettiva del secondo, appoggiato dal capillare sistema poliziesco pur esso fermo alla mentalità postnapoleonica, timoroso di ogni forma di apertura di idee e quindi di rivoluzione.
Andava anzi imponendosi in certi settori l'aspirazione pangermanistica e, dopo il fallimento dell'offensiva sul Piave, si accusò apertamente l'imperatrice Zita "di aver comunicato agli Italiani il piano dell'offensiva e si aggiungeva che, appunto perciò, era stata internata nel castello di Reichenau".4
Zita era considerata una "straniera". Era guardata con diffidenza come quasi un secolo e mezzo prima era avvenuto alla corte di Francia per Maria Antonietta d'Austria.
Carlo l'aveva sposata nella villa dei Barbone Parma a Pianore, in provincia di Lucca. era stato un matrimonio d'amore al cospetto del dolce paesaggio toscano. Zita non nascondeva la sua avversione per la Germania e, di contro, le sue simpatie per la Francia. La sua influenza presso il marito fu grande, specie per le iniziative di pace (e anche per un'Austria federata) prese da Carlo per mezzo dei fratelli di lei. Clamoroso fu l'episodio della lettera a Clemenceau - e da questi pubblicata - che suscitò le ire di Guglielmo II il quale non poteva ammettere uno scivolamento austriaco sulle rivendicazioni francesi per l'Alsazia e la Lorena. Carlo dovette andare a Canossa al quartier generale di Guglielmo II.
Il comunicato ufficiale dei colloqui, annunciò il lancio di una nuova "duplice alleanza".
In quel torno di tempo i feldmarescialli e gli arciduchi nutrivano ancora speranze sia sul piano militare che diplomatico. Ma ormai la situazione interna andava a rotoli. L'Impero rimaneva unito, al pari dell'esercito, per forza d'inerzia, per la lunghissima tradizione di fedeltà all'imperatore e per la saldezza e la serietà delle istituzioni.
Nel Trentino si raccomandava di non distruggere i maggiolini: servivano per foraggio. All'Opera di Corte di Vienna si dava, nel genetliaco di Zita, il primo ballo della diciottenne arciduchessa Maria Immacolata. La Pasqua del 1918 era definita "Pasqua di sangue e Pasqua di speme".
L'Episcopato austriaco pubblicava una pastorale richiamando, con dure parole, pur esse tradizionali, alla moralità pubblica. "La terra - diceva - è diventata ancora più deserta e vuota. In fiumana impura di peccati avvoltola una grande maggioranza dell'umanità nel fango delle passioni carnali. Sodoma e Gomorra una volta distrutte dall'incendio e dalla resina infocata, sono sorte nuovamente nelle nostre grandi città.5
Era ancora una volta la guerra con tutto il suo rilassamento di costumi e le sue barbarie.
Le armi segrete
In parecchi luoghi, compreso Trento, sorsero tumulti per la difficoltà dell'approvvigionamento e la scarsità dei viveri. A Vienna si scoperse una vasta organizzazione per la falsificazione delle tessere annonarie. Chi aveva denaro poteva rifornirsi alla borsa nera. Vane erano le ordinanze delle autorità sul controllo dei prezzi. A Trento, in aprile, si poteva mangiare, almeno "ufficialmente" nelle trattorie di prima e seconda categoria, ai seguenti prezzi: minestre: corone 0,50; (0,40 in quelle di seconda categoria; una corona la minestra di trippa); carne di manzo: corone 3 (corone 2,50); stufato di manzo: 3,20 (rispettivamente 3); gulasch 2,50 (2); coratella di manzo: 2 (1,80); carne di vitella: 4 (3,50); legumi: 1 (0,60); composta di frutta: 1,20 (0,80); pasto di farina: 1 (0,80); polenta con contorno: 0,60 (0,50); stoccafisso: 2,50.6
Nei tabarins di Parigi erano in voga audaci canzoni per far dimenticare ai soldati alleati la durezza della prima linea; gli americani sbarcavano sempre più numerosi in Europa per la prima volta nella storia (la dottrina di Monroe, che Bismarck aveva definito una "impertinenza americana", era stata sottesa), portando il jazz, il foxtrott, il whisky e gli sciuscià. Ed ecco, in quello inquieto scorcio primaverile, defilarsi improvvisa la minaccia delle armate dei feldmarescialli.
I Germanici avevano scatenato, una dopo l'altra le grandi offensive sul fronte occidentale, riuscendo a raggiungere la Marna per la seconda volta, senza tuttavia sfondare; in giugno le 56 divisioni di Conrad e di Boroevic, appoggiate dal fuoco di 7500 cannoni e da mezzo migliaio di aerei, avevano a loro volta attaccato sul fronte italiano. Dopo l'insuccesso dell'"Operazione Valanga", sul Tonale, avevano così inizio l'"offensiva Radetzki" e l'"operazione Albrech".
Con esse l'Austria si riprometteva, per dirla con von Arz, lo "sfacelo militare dell'Italia". In effetti fu il principio della fine.
Gli Imperi comprendevano che stava giocando una carta forse definitiva. Infatti l'equilibrio delle forze tra le parti in campo stava, in una Europa già spremuta dalla guerra, sensibilmente spostandosi a favore dell'Intesa, grazie all'intensificarsi dei convogli americani. (L'8 gennaio il Presidente degli Stati Uniti, Wilson, aveva reso noto al mondo i suoi famosi "14 punti"; la guerra sottomarina aveva incominciato a deludere; Foch era stato nominato comandante unico degli alleati).
Come al crepuscolo della Germania di Hitler, Londra si svegliò sotto il tiro della V 2, così Parigi, in quella lontana primavera di 50 anni fa, si trovò improvvisamente sotto le bombe del "misterioso cannone" germanico da 240 che aveva una gittata di 120 Km circa. Si parlò anche allora di armi segrete mentre più pungente si faceva la speranza di una pace senza capitolazione.
Gli arresti di gennaio
La vittoria di Caporetto aveva dato all'Austria un po' di pane e, alla politica, molti strumenti per agire contro i Trentini. Un'ondata di arresti si verificò in gennaio riproponendo la situazione di paura del maggio 1915. Un laconico comunicato annunciò la destituzione del dott. Adolfo de Bertolini da amministratore fiduciario della città di Trento e la sua sostituzione con il dott. Giuseppe Jordan.7
In realtà il dott. de Bertolini fu tratto in arresto assieme ad altri numerosi trentini, tra i quali il direttore del SAIT Bonfiglio Paolazzi e l'ex deputato socialista Augusto Avancini. Contemporaneamente il capo della Polizia, il dott. Muck decise di aprire gli asili cittadini fondendo in una società, che toglieva i fondi alle Amministrazioni della Lega Nazionale, avente lo scopo di educare i bambini secondo il sentimento "religioso e patriottico".
Questi episodi, molto gravi, provocarono la vivace reazione dei deputati trentini a Vienna e un attacco diretto a Muck. L'on. Conci affermò essere tempo "che al capo dell'ufficio di Polizia di Trento venisse fatto por termine alle sue imprese, e che gli venisse tolta la possibilità di atteggiarsi ulteriormente a mentore e a dittatore della città". Il deputato definiva Muck uomo che "terrorizza un'intera città" cercando di "penetrare nel santuario delle nostre famiglie, profanandolo, che calpesta e deride i sentimenti più sacri del nostro popolo".8
La situazione, in verità, stava diventando ogni giorno più torbida quasi che si volesse giungere, approfittando della devastazione civica operata nel Trentino, alla tedeschizzazione dell'intera provincia. Era la reazione delle classi ancora dominanti e delle correnti pangermanistiche, dinanzi ai fermenti nazionali, sempre più acuti, che si verificavano nell'Impero morente.
Il 18 febbraio si registrarono in Galizia violenti tumulti: le insegne austriache furono abbattute e i ritratti dell'imperatore bruciati mentre l'esercito, fatto intervenire, si rifiutò di usare le armi. Il socialista polacco Danzynski dichiarò al Parlamento, tra gli applausi, che "la stella degli Asburgo si era spenta nel cielo della Polonia".
Degasperi denunciò aspramente la cosiddetta "dichiarazione di stato" per l'unità del Tirolo, assunta l'anno prima dai rappresentanti dei partiti - a esclusione dei socialisti - presenti nella dieta tirolese, riunitisi a Innsbruck sotto la presidenza del capitano provinciale - vale a dire di un'autorità politico-amministrativa ufficiale . Tra l'altro praticamente essa aveva asserito la "perpetuità del dominio della maggioranza tedesca sulla maggioranza italiana" invocando inoltre provvedimenti atti a "reprimere le tendenze irredentistiche, ostili allo stato e alla provincia".9
La polemica tirolese
In verità, l'irrequietezza delle correnti conservatrici si era manifestata con singolare veemenza e spesso in polemica con gli ambienti imperiali, all'atto della promulgazione dell'amnistia per i reati politici del luglio 1917. Ma già qualche mese prima l'i.r. capitanato, su ordine del Comando d'Armata gruppo arciduca Eugenio (vale a dire prima del terremoto degli alti comandi provocato dal nuovo imperatore) aveva emanato la nota circolare per l'eliminazione del nome Trentino.10
L'escalation dei conservatori si fece aggressiva esasperando lo stato di dissoluzione interna che si stava verificando nell'Impero e ripercuotendosi negativamente sul già avvilente quadro morale e fisico trentino.
Mentre Trento rimaneva per più giorni senza pane, i militari requisivano i superstiti capi di bestiame, i sequestri dei beni continuavano e il burro della valle di Non veniva inviato nelle città tedesche, ecco infatti che si svolse il 9 maggio a Vipiteno il "congresso tedesco", al canto degli inni ad Andreas Hofer e della "Sentinella al Reno" e tra grandi sventolii di bandiere nero-rosse-gialle.
Qualcuno avanzò l'idea di staccare Fiemme e l'Anaunia dal contesto trentino e un prete chiese che il Vescovo di Trento, mons. Endrici, internato nella selva viennese, fosse sostituito con un tedesco.11 I quindici punti dell'ordine del giorno conclusivo avanzavano addirittura delle clausole di pace quasi che la guerra, che tutto il mondo combatteva contro gli imperi centrali, al "fine di non aver più guerre", dovesse concludersi con un accordo in famiglia e con vantaggio di chi la guerra aveva più o meno direttamente scatenato.
E' da dire che l'ottimismo per una pace negoziata non era ancora tramontato in quello scorcio di maggio allorché le armate germaniche stavano attaccando su d'un fronte di 500 km e sembrava prossima un'iniziativa austriaca per passare al di là del Piave.
Il documento di Vipiteno chiedeva:
1) una pace ragionevole, degna dei grandi sacrifici e dei successi d'armi delle potenze centrali;
2) di fronte all'Italia, confini naturali che difendano meglio il Tirolo e l'Austria, e uniscano a questa i vecchi territori tedeschi, come i tredici e i sette comuni, Bladen, Zahre, Schönfeld, Tischlwang; quindi rettificazione dei confini con estensione dell'Austria oltre la valle superiore dell'Adda e dell'Oglio, fino al margine meridionale del lago di Garda e delle Alpi veneto-friulane, e oltre a ciò, larghi indennizzi di guerra;
3) sviluppo dell'alleanza con l'impero tedesco in modo da raggiungere la comunanza economica e militare;
4) lingua di stato tedesca, indirizzo di stato tedesco e rifiuto dell'erezione di stati slavi sia al nord come al sud;
5) unità e indivisibilità del Tirolo da Kufstein fino alla Chiusa di Verona; reciso diniego di ogni autonomia del terzo meridione della provincia, il cosiddetto Tirolo meridionale;
6) lotta inesorabile contro l'irredentismo italiano, da una parte con il proteggere e favorire i tedeschi e dall'altra collo sfrattare tutti gli elementi irredentisti, affinché il Tirolo italiano torni finalmente territorio austriaco;
7) né amnistia né ritorno per i traditori italiani;
8) incameramento delle loro sostanze, in quanto si possa mettervi su le mani, e uso delle stesse per lenire i danni di guerra, specialmente col provvedere alla sorte dei soldati tirolesi fedeli allo stato (distribuzione di poteri, erezione di case per i soldati reduci dalla guerra);
9) nomina di un tedesco alla cattedra vescovile di Trento; educazione dei sacerdoti della diocesi di Trento a sentimento di amicizia per i tedeschi;
10) completa trasformazione della scuola nel Tirolo italiano, introducendo l'insegnamento della lingua tedesca come oggetto obbligatorio in tutte le scuole, e cura di educare la gioventù e i maestri a sentimenti tirolesi, patriottici e di amicizia per i tedeschi;
11) migliore amministrazione, specialmente nel campo degli approvvigionamenti, cosicché il Tirolo non sia costretto a soffrire la fame o mendicare all'estero;
12) promovimento della società degli alpinisti austro-germanici, come base del concorso forestieri;
13) appoggio al ceto industriale;
14) ampi provvedimenti per gli operai.12
Le singolari richieste sono, a nostro avviso, indicative della nuova più netta frattura verificatasi tra gli Italiani e i Tedeschi della provincia tirolese, dalla nascita di un nuovo nazionalismo tirolese, anche se idealmente collegato a quello hoferiano, e dell'influenza nel Tirolo dell'elemento borghese, conservatore, tradizionalista con aspirazioni pangermanistiche. D'altro lato non si era capito niente dei fermenti, ormai imminente punto di arrivo del periodo risorgimentale-romantico, che scuotevano l'Europa.
Il Trentino, devastato dalla guerra, con la popolazione in gran parte esule a nord o a sud del fronte, vista spesso con sospetto sia da una parte che dall'altra, con l'economia fatta a pezzi, privo di organi di stampa liberi, con i suoi uomini rappresentativi sotto chiave, reagiva come poteva.
In un'intervista concessa al corrispondente da Vienna del "Lavoratore", Degasperi interpretò il convegno di Vipiteno come una richiesta del "nostro sterminio civile".13
I fatti di Praga
In quel torno di tempo accadde un altro clamoroso episodio pur esso indicativo di quel particolare orizzonte politico che caratterizzava il crepuscolo dell'Impero austriaco. Si tratta della furente reazione governativa, sollecitata dai soliti ambienti, nei confronti dell'on. Conci che a Praga, dove era stato invitato in rappresentanza degli Italiani, assieme agli altri rappresentanti delle nazioni incluse nell'impero austriaco, aveva parlato a decine di migliaia di persone radunatesi per le manifestazioni del cinquantesimo anniversario del teatro nazionale della capitale boema.
Egli accennò alle "comuni preoccupazioni politiche", alla "inflessibile tenacia" con la quale i Cechi affrontarono le "ingiuste persecuzioni"; alla compattezza della sua gente a stringersi attorno "ai suoi cittadini migliori"; e affermò che "questa nazione (la Cecoslovacchia) non potrà mai soccombere, e che la sua causa deve trionfare".
"E' l'augurio - gridò Conci tra gli applausi appassionati della immensa folla - d'un perseguitato ai perseguitati, del rappresentante di una nazione compressa, gemente ancora sempre sotto gravi compressioni. Possa il ruggente leone ceco presto accosciarsi tranquillamente, soddisfatto del suo trionfo".14
In Boemia e in Moravia c'erano migliaia di profughi trentini. Rapporti di affettuosa cordialità e di grande simpatia si erano stabiliti tra questi due paesi lontani, e che pure avevano avuto nel corso della storia dei contatti diretti (nel 1339 l'energico principe vescovo Nicolò di Bruna, boemo, diede al Principato, che poi lo passò a Trento, l'emblema dell'aquila di S. Venceslao e i colori giallo-blu boemi) e che ora si ritrovavano uniti in una comune aspirazione.
La reazione poliziesca, ordinata dal Governo, fu energica, sia a Praga che contro Conci. Egli fu destituito dalla carica di vicecapitano provinciale; la stampa, a esclusione di quella socialista, si strappò le vesti; Conci, dal canto suo, restituì al Presidente del Consiglio dei ministri Seidler, le insegne del commendatore all'ordine di Francesco Giuseppe. Fu un nuovo scandalo. Ma da noi si era ai ferri corti e non bastavano certo a salvare il salvabile le tardive proposte di una libertà nazionale in un'Austria federata, pur esse avversate ferocemente dagli ambienti conservatori.
Il manifesto imperiale dell'ottobre
Poco dopo la metà di giugno aveva avuto inizio la rapidissima parabola discendente degli Imperi centrali. La loro fine appariva prossima, se non ancora imminente. Vana fu la disperata offensiva tedesca sulla Marna. Gli Italiani contrattaccarono efficacemente sugli Altipiani. Le grandi offensive austriache erano clamorosamente fallite. Scrisse Hindenburg che la sconfitta dell'Austria "fu la nostra peggiore disgrazia. Al pari di noi, l'avversario sapeva che l'Austria-Ungheria aveva gettato nell'attacco (del 15 giugno) tutte le sue forze. La monarchia danubiana aveva cessato, da quel momento, di costituire un pericolo per l'Italia".
Violente manifestazioni popolari ebbero luogo a Vienna, a Budapest e in altre città dell'Impero. Le speranze di coloro che erano alla testa dei vari movimenti nazionali stavano facendosi concrete. Del resto, nell'aprile, essi avevano partecipato, in Campidoglio, alla formulazione del cosiddetto "Patto di Roma", che li univa, lasciando tuttavia aperte - e ciò fu un equivoco, come interpretarono gli storici - le reciproche rivendicazioni territoriali, nella lotto per l'ottenimento delle libertà nazionali.
In settembre i Bulgari chiesero la pace separata, lasciando sguarnito pericolosamente il fronte. Fu il primo colpo in pieno petto inferto agli Imperi centrali. Ai primi di ottobre il Parlamento di Vienna si riaprì con il dibattito sull'autonomia che l'Austria pensava di offrire alle varie Nazioni soggette. Fu una battaglia vivacissima e spesso violenta. In quell'occasione Degasperi tenne un discorso accusatore. Ricordando un'iscrizione sul monumento a Dante, in Trento, cancellata a colpi di scalpello, egli aveva esclamato: "Oggi più che mai noi speriamo che il grande giorno dell'affratellamento dell'umanità sulla base della giustizia non sia più lontano".
Qualche giorno dopo il Capo del Governo annunciò alla Camera che l'Austria e la Germania avevano chiesto la pace in base ai 14 punti di Wilson. Non si fece nulla. I due vecchi Imperi stavano spegnendosi e, con essi, un lungo, interessantissimo periodo della storia europea.
Alla metà di ottobre gli alleati passarono all'offensiva nelle Fiandre. L'intero fronte occidentale appariva in movimento. Il giorno 22 il Capo del Governo, barone von Hussarek, lesse al Parlamento di Vienna la risposta negativa di Wilson, tra un silenzio glaciale, ostile. Von Hussarek disse che i contatti per la pace sarebbero continuati, e passò senz'altro a illustrare il manifesto imperiale che annunciava la riforma della monarchia per trasformarla in una confederazione. Esso era stato diffuso la notte del 17 ottobre contemporaneamente a un appello dell'esercito.
"La furia della guerra - diceva - ha attutito finora l'opera della pace. L'eroismo, la fedeltà e la volonterosa sofferenza del bisogno e delle privazioni hanno difeso in questo grave pericolo gloriosamente la Patria...
...Secondo il volere dei suoi popoli, l'Austria deve diventare uno Stato federale nel quale ogni Popolo, nel suo territorio nazionale, forma il suo proprio ente statale.
All'aggregazione delle terre polacche dell'Austria con lo Stato indipendente di Polonia non si aveva per tal modo pregiudizio alcuno.
La città di Trieste, col suo territorio, corrispondentemente ai desideri della sua popolazione, ottiene una posizione speciale. Questo ordinamento dal quale non è intaccata in modo alcuno l'integrità dei Paesi della Sacra Corona ungherese, deve garantire a ogni singolo Stato nazionale la sua indipendenza...".
Era troppo tardi. La riforma della monarchia su basi federali era già stata chiesta dagli Slavi nel 1848. Ora non interessava più a nessuno.
All'alba di due giorni dopo, anniversario di Caporetto, Diaz diede il via alla grande offensiva. I combattimenti divamparono rapidamente, dapprima con alterne vicende, dal Grappa al Piave. La situazione, vista con una certa angoscia, fu sbloccata alla fine del mese con la conquista di Vittorio Veneto che provocò la caduta del Grappa e lo sfondamento del fronte.
Era la rotta, che il Comando Supremo austro-ungarico giustificò con l'ordine di sgomberare il Veneto. Il bollettino di guerra diffuso da Vienna il 30 ottobre diceva: "Fra il Brenta e il Piave, forze fresche nemiche attaccarono in numero soverchiante l'Asolane e il Pertica. Le nostre truppe, con eroismo e fedeltà annientarono tutti gli sforzi nemici. Nella pianura veneta, gli italiani e gli inglesi avanzarono ulteriormente. Essi riuscirono ad ampliare notevolmente i settori di sfondamento a Nord e a Sud del Montello. Tenendo conto della nostra risoluzione più volte esternata di conseguire un armistizio e una pace che ponga fine alla lotta tra i popoli, le nostre truppe combattenti sul suolo italiano sgombereranno le terre occupate".
Gli ultimi "achtung"
Iniziava il caos, il "rebaltòn", come espressivamente definisce un vocabolo trentino quell'estremo periodo di guerra. Molti soldati trentini, se non l'avevano già fatto, abbandonavano i reparti e si ponevano in borghese; coloro che erano in licenza o negli ospedali militari facevano altrettanto. Reparti interi buttavano le armi cercando di guadagnare di fretta la via del Brennero.
Il 31 ottobre il bollettino di Vienna comunicava: "Il Supremo Comando dell'esercito ha stabilito, per mezzo di parlamentari, il contatto col Comando dell'esercito italiano già la mattina del 29 ottobre. Non doveva rimanere intentato alcun mezzo atto a scongiurare ulteriori inutili spargimenti di sangue con la sospensione delle ostilità e con la conclusione dell'armistizio".
Dando ufficialmente notizia del celebre quanto drammatico episodio avvenuto presso Serravalle, tra Ala e Rovereto (dove l'avvenimento è ricordato da un cippo), quando il capitano Ruggera si presentò con la bandiera bianca agli avamposti italiani, chiedendo di consegnare una lettera del generale Weber, comandante del IV Corpo d'Armata, il comunicato aggiungeva: "Il Supremo Comando dell'esercito italiano ha opposto a questo nostro primo passo, animato dalle migliore intenzioni, un inspiegabile contegno negativo. Appena la sera del 30 ottobre il generale di fanteria Weber poté passare, d'accordo con il Comando italiano, le linee di combattimento, con una delegazione per iniziare le trattative. Se, ad onta di ciò, gli orrori della guerra sullo scacchiere italiano proseguono, la colpa e la responsabilità devono essere esclusivamente imputate ai nostri nemici".
A Trento, dove da qualche giorno regnava una pesante inquietudine, e le più strampalate notizie si diffondevano tra la gente, ingenerando paura e speranze, erano apparsi nelle otto lingue, quante erano le nazionalità comprese nell'Impero, minacciosi manifesti: "Attenzione! Ognuno, che solo tenta di entrare in un vagone di viveri, verrà fucilato dalla guardia di servizio. Il Comando d'Armata". Erano gli ultimi sinistri "Achtung!" di quella sciagurata guerra che, venti anni dopo appena, risuonarono ben più terribili in quasi tutta l'Europa.
A Vienna i lavori parlamentari erano stati aggiornati al 12 novembre. I deputati trentini avevano abbandonato la capitale dopo di aver proclamato, strettisi in "Fascio nazionale", il Trentino staccato dall'Impero austro-ungarico e virtualmente facente parte dello Stato italiano.
Una pioggia gelida batteva la capitale. I soldati strappavano dalle divise i distintivi imperiali e si ponevano le coccarde dai colori nazionali. Le "guardie rosse" circondavano il palazzo del Parlamento, dove teneva seduta la nuova assemblea nazionale.
A Trento splendeva un sole cordiale: erano dolci giornate autunnali, quasi una continuazione discreta della lunga estate, come nella valle atesina talvolta avviene. Il cannone sparava dal Dos Trento dando il segnale di mezzogiorno. Un grande pallone di carta bianco, rosso e verde, si innalzò dal centro della città, librandosi nel cielo azzurro.15 Nessuno degli Austriaci ci fece caso. La popolazione, meravigliata, invece esultò: la guerra stava proprio finendo?
Scrive nel suo diario un soldato trentino: "Arzl, 30 ottobre 1918. Il disfacimento dell'organizzazione austriaca è ormai in atto, e regna un'enorme confusione, che a grado a grado va sviluppandosi in uno spaventoso caos. Molti dei nostri militari sono già fuggiti e nessuno se ne cura più. Ho servizio di stazione, e questa sera sono dovuto scendere a Innsbruck verso le otto per prelevare al comando di reggimento i fondi per pagare la decade ai militari e gli assegni agli ufficiali. Si sentiva sparacchiare da diverse parti: colpi di sporadici fucili e di rivoltella. Dai campi di stoppie lungo la strada, due colpi mi hanno fatto fischiare le orecchie e mi son messo coraggiosamente a correre. Arrivai a Mühlau senza fiato, e mi fermai a respirare solamente quando fui giunto a Kettenbrücke. In città le strade erano affollatissime, il movimento è enorme e disordinato, al Comando l'orgasmo è al colmo".
"Arzl, 2 novembre 1918. Le voci che circolano, varie e contraddittorie, non ci consentono di comprendere qualche cosa della reale situazione. Si vive al centro degli avvenimenti, e non se ne sa nulla di chiaro. Transitano continuamente treni che vanno verso l'interno del Paese mentre le strade sono intasate da fiumane di autocarri e veicoli d'ogni genere. E' una fuga che ormai nessuna forza al mondo potrà arginare: è lo sfacelo di questo esercito vinto, che si dissolve e si annienta. Dai treni gremiti fino all'inverosimile di soldati, perfino sopra i tetti dei carrozzoni, si spara allegramente: la guerra è finita. Poco importa se è perduta; basta ritornare a casa".
"Arzl, 4 novembre 1918. Alcuni soldati provenienti dal Sud con un autocarro che s'è bloccato all'imbocco dello stradone per Hall, mi dicono che nel pomeriggio di ieri le truppe italiane sono entrate a Trento. La commozione mi soffoca e mi metto a piangere, mentre questi soldati mi guardano stupefatti. Il nostro sogno è ormai fatto realtà, la triste odissea è alla fine: ma cosa troveremo di quella che fu la nostra casa serena?".
"Fermenti rivoluzionari pullulano dovunque. Le manifestazioni si succedono in continuità e il tumulto è generale. I soldati non salutano più, hanno strappato dai berretti i bottoni con la sigla imperiale e le mostrine con i gradi. L'hanno strappati spesso con violenza, agli ufficiali, e ne sono nati gravi fatti di sangue. La nostra compagnia non esiste più: tutti sono fuggiti. Ho raccolto le mie poche cose e partirò appena possibile per Bustehrad. Lascio ai due buoni vecchi la mia sciabola: ambizione fanciullesca d'un giorno, conclusione della mia vita di soldato".16
A Trento, il primo novembre, giorno d'Ognissanti, è un gran frastuono. Il turbamento e l'incertezza dei comandi sono avvertibili. Ordini e contrordini s'incrociano in successione sempre più drammatica.
Passano colonne e colonne di soldati provenienti dalle linee di combattimento. Molti autocarri sono privi di pneumatici, da un pezzo sostituiti con cerchioni di ferro. Le trattrici trascinano quello che resta della superba artiglieria austriaca. I gendarmi dei posti di controllo non sanno che pesci pigliare. Eppure la ritirata si svolge ancora con un certo ordine. L'esercito austriaco in Italia fu, come accade per quello nazista nel 1945, l'ultimo organismo dell'Impero a cedere.
Dopo la Messa solenne nella Cattedrale, un battaglione passò da via San Vigilio al suono della banda militare. Molti soldati avevano una coccarda tricolore sul berretto. Altri suonavano la fisarmonica. Si pensava già a sgomberare gli ospedali da campo che occupavano i vari istituti della città. Poi si diffuse la notizia che il Comando della X Armata stava facendo le valige per Merano.17
Inizia il "rebalton"
Per tutta la notte la città è lacerata dal rumore dei camions e dalle grida delle truppe in ritirata. Eppure il fragore lontano delle artiglierie echeggia cupo nella atmosfera. Niente lumi sulle tombe dei poveri morti: dal 1916 sono rigorosamente proibiti in tutto il territorio imperiale.
Quella lontana notte di sabato 2 novembre 1918 pochi dormirono. Iniziava nel Trentino il "rebaltòn". Piazza Duomo è invasa di cannoni che arrivano e partono. Tra di essi si notano i famosi "305". In piazza Dante e in piazza Fiera avviene altrettanto. In piazza Venezia si concentrano cavalli, muli e carrette. Fuochi si accendono per ogni dove. Si sente sparare. Le strade si ricoprono di armi, di divise, di rottami. Il "Risveglio austriaco", unico giornale di Trento è controllato dalle autorità militari, pubblica il suo ultimo numero: "Con il giorno d'oggi - scrive - il "Risveglio" cesserà le sue pubblicazioni. Per accordi intervenuti fra la società cessante e quella costituitasi, i nostri abbonati riceveranno un giornale di carattere puramente interinale e di transizione, intitolato "L'Attesa".18
Nel frattempo lasciava Trento il comandante della Polizia, il dott. Muck. Fatto un falò dei documenti, partiva per Innsbruck con il treno delle 12.30. Alle 15 veniva diffuso da palazzo Thun un manifesto: "Cittadini - diceva - l'incalzare degli avvenimenti impone l'obbligo di prendere d'urgenza provvedimenti a tutela della sicurezza della città. I sottoscritti si sono perciò costituiti in Comitato provvisorio fino alla formazione del Governo provvisorio della città che seguirà domani. Essi hanno preso in consegna l'amministrazione della città anche colle inerenti funzioni di polizia finora esercitate dall'I.R. Commissariato. Cittadini, noi assumiamo l'intera responsabilità per le funzioni nostre; invochiamo però da voi appoggio, raccomandando la massima calma e la completa astensione da ogni atto singolo o collettivo di dimostrazione o provocazione".
Il Comitato provvisorio era composto da Guido Bernardi, avv. Giuseppe Cadonna, dott. Emanuele Caneppele, dott. Giuseppe Cappelletti, dott. Filippo Faes, Alfredo Ferrari, Emanuele Kargruber, Mario Lorenzi, Giovanni Lucchi, Valentino Micheloni, dott. Romano Obrelli, Vittorio Rio, Vittorio Scotoni, Pio Tabarelli, Francesco Tomasi e Vittorio Vivaldi.19
Il Comitato sedeva in permanenza a palazzo Thun e indiceva per le 16 del giorno seguente un'assemblea di cittadini per eleggere il Governo provvisorio della città. Si davano contemporaneamente ordini per la proibizione della vendita di vino e di liquori, per l'allontanamento delle tabelle in lingua tedesca, per il servizio pompieri, che venne posto agli ordini dell'ing. Arrigo de Rizzoli, coadiuvato dall'ing. Giandomenico Larcher, per la distribuzione di petrolio. Si raccomandava infine "caldamente ai capi famiglia di non permettere ai ragazzi di girare soli per le vie della città nei presenti critici momenti".
Quel giorno veniva appreso il bollettino di guerra italiano n. 1265, in data 1° novembre. Fu ricevuto dalle truppe operanti nel Trentino alle ore 9: "Sull'Altipiano di Asiago la VI Armata e le due divisioni alleate che ne fanno parte hanno potuto oggi mostrare ancora una volta il loro valore. Formidabili posizioni per tanti anni contese, sono state espugnate. Il Monte Morciagh, il Monte Longara, il Monte Baldo, la Meletta di Gallio, il Sasso Rosso, il Monte Spitz e il Monte Lambara, sono in nostro possesso. Sull'Altipiano di Asiago vennero oggi catturati oltre 3000 prigionieri e 232 cannoni. La resistenza nemica alla stretta di Fadaldo è stata vinta. Le nostre truppe sono entrate in Belluno (il telegrafista segnò una W accanto al nome della città riconquistata). La terza divisione di Cavalleria ha raggiunto la Piana a Nord di Pordenone. La seconda Armata combatte retroguardie nemiche sulla Meduna da Sacile a Re S. Stimo; le fanterie della X e III Armata hanno passato il Livenza.20
Quel giorno stesso il Comando supremo austriaco annunciava da Vienna: "Si comunica ufficialmente: nella Venezia prosegue il movimento di sgombero". Gli ospedali vengono sgomberati nel pomeriggio. Contemporaneamente si dà inizio al saccheggio dei magazzini militari e dei vagoni colmi di viveri e di materiali. Gli sbandati partecipano alla forsennata operazione: Ci sono dei morti.
I saccheggi
Nel diario di uno dei protagonisti di quello spaventoso giorno dei morti trentini, il dott. Riccardo Dorigatti, che allora era un ragazzo, l'immagine del "rebaltòn" prorompe immediata. "Un reparto di soldati era sceso allora dal treno (il monello aveva raggiunto piazza Dante assieme ai compagni) e vuotava tranquillamente gli zaini sulla piazza, abbandonando il corredo a chi ne avesse voglia. Da un cancello balzò fuori, spinta da quelli di dentro, una carretta carica di tabacco e di sigarette. Si capovolse davanti ai soldati, e tutta quella grazia di Dio si sparse sul terreno. Da bravo monello, ne approfittai subito per riempirmi le tasche di sigarette, e non mi parve vero di potermi avviare i giardini con una sigaretta tra i denti.
"Dopo un'oretta, andai ai magazzini del Sindacato.
Per terra c'era ormai una poltiglia di farina, marmellata, sego e d'altri commestibili. Le porte, sfondate erano prese d'assalto dalla gente, con una pigia pigia tale che mi levò la voglia di tentare l'ingresso. Facce avide spingevano verso l'interno, di dove si sforzava di uscire chi aveva ormai fatto bottino.
"Uomini curvi sotto sacchi di farina venivano fuori da quella bolgia, barcollando, sballottati di qua e di là; se il peso era soverchio, buttavano il sacco a terra, ne versavano il di più e se ne andavano col rimanente: e tutta quella grazia di Dio, che il giorno prima sarebbe stata raccolta con le unghie, veniva calpestata senza un riguardo al mondo...Si udiva intanto la campanella degli agonizzanti del Duomo. In una rissa fra soldati e popolani, erano rimasti uccisi un giovane di diciott'anni e una bambina, che poveretta, non aveva colpa di tutto quel tafferuglio. "Ritornai in Piazza Dante. La confusione era al colmo: autocarri abbondanti, carrette cariche d'armi e di munizioni, materiali di guerra, coperte, biancheria un po' dappertutto. Prigionieri russi si accapigliavano coi soldati imperiali, risse furibonde lasciavano qua e là dei cadaveri".21
La sera grandi falò tingevano di rosso il cielo della città. Le scene di saccheggio continuavano tra la baraonda generale. Chi conobbe gli sciagurati giorni dell'8 settembre 1943, ricorda qualche cosa di simile in molti luoghi. Fu quello per i trentini il secondo "rebaltòn". Ma mentre il primo portò la pace, anche se una pace inquieta, piena di sofferenze, di disagi e di timori, il secondo segnò il tristissimo periodo dell'occupazione nazista.
L'animazione e la baraonda continuarono per tutta quella lontana notte tra il 2 e il 3 novembre. Il mattino seguente - era di domenica - si sparse la voce che truppe italiane stavano avanzando da Rovereto, già occupata. In effetti alcuni ufficiali giunsero a Trento poco dopo mezzogiorno, incontrandosi a palazzo Thun con il Comitato provvisorio della città. Una folla enorme, eccitata, entusiasta, si riversò sulla strada per Mattarello, mentre vie e piazze stavano imbandierandosi come per un miracolo: verso le 13.30 tre ufficiali in motocicletta (Calamandrei, Ciarlantini e Callaini) stavano imboccando il ponte sul Fersina, precedendo la colonna dei Cavalleggeri di Alessandria.
La bandiera sulla torre civica
Alle 15.15 entrarono tre squadroni del reggimento al comando del col. E. Tarditi assieme alla sezione 2.M da marina a bordo di camion, della compagnia mitragliatrici 284 da posizione autocorazzata. Alle 15.30 seguivano il 29° reparto d'assalto; alle 15.40 il battaglione Feltre, il battaglione Pavione e il 10° Gruppo da montagna al comando del col. G. Faracovi.
Gli edifici pubblici furono immediatamente occupati ma non ci fu resistenza. All'Hotel Trento si arresero i generali e gli ufficiali della III e della XIV armata.22
Verso sera un volontario trentino, Gerardo Benuzzi, issò il tricolore sulla torre del Buonconsiglio. La cerimonia ufficiale, e più famosa, avvenne il mattino dopo.23
Mancavano le campane per rendere più festoso l'ingresso delle truppe italiane, e con esse la liberazione dall'incubo della guerra.
Vittorio Felini affidò a un volantino stampato in rosso su foglio bianco e con fregio verde, un suo bel sonetto in vernacolo trentino:
"Come da Pasqua 'n segno d'alegria
se sente le campane a sbronzinar,
cossita, tal e qual, bisogneria
ancoi tirarghe drent, farle parlar!
Farle parlar: e dir en compagnia
al gran content che 'n popol pol provar:
la stima, tut l'amor, la simpatia
per chi a la fin lo ven a liberar.
Me se a la man pol vegner el cal,
se manca st'armonia sora ai coerti,
volendo ponderar, no l'é 'n gran mal;
ché 'n cambi de campane noi sem zerti,
che se ogni cor el fussa de metal,
ancoi se sentiria dei gran concerti".
Nel frattempo, a Villa Giusti, i delegati austriaci firmavano l'armistizio. I reparti austriaci deponevano tutti le armi. La guerra finiva davvero. In quattro anni erano state uccise quasi 10 milioni di persone - sei e mezzo delle quali nei soli Imperi centrali - e vi erano stati 20 milioni di feriti.
I prigionieri austriaci sfilavano mestamente per le strade trentine diretti ai campi di concentramento del sud. Tra di essi v'erano molti soldati trentini. Era il mesto epilogo di un esercito sconfitto.
Scrisse amaramente un maggiore catturato con il suo reparto nell'Archese: "Davanti al monumento a Dante vi era il comandante del Corpo d'Armata italiano, circondato dai suoi ufficiali e da dame della società trentina ornate di nastri bianchi, rossi e verdi. Fra il monumento e il generale sfilò il nostro battaglione. La magnifica statua di Satana del monumento sembrava ghignare sardonicamente quando gli ufficiali italiani, come una facile preda, strappavano dal petto della nostra gente le medaglie al valor militare e derubavano gli ufficiali dei binoccoli. Dietro a me due Stanschuetzen, lunghi come pertiche, tremavano".24
Iniziò poi il ritorno dei profughi. Erano 148.710 su d'una popolazione, al 1914, di 386.438 unità. Alla fine di marzo erano potuti rimpatriare dai territori del defunto impero e dalle province italiane 126.300 persone.25
Lentamente si ricominciava a ricostruire mentre una pesante crisi si abbatteva sul Trentino e un certo disorientamento si verificava per il troppo rapido mutamento di stile.
Ma al di là di siffatti episodi contingenti, caratteristici di ogni periodo di trapasso, c'è il grande capitolo della storia italiana e trentina costituito dal ricongiungimento alla Madrepatria di questa terra di confine, che mai tradì la sua indole latina, e la completezza piena dell'ideale del Risorgimento per il quale moltissimi uomini e donne avevano sofferto.
Note
| 1 |
"Risveglio austriaco", 10 gennaio 1918.
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| 2 |
ivi, 2 gennaio 1918.
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| 3 |
ivi, 3 gennaio 1918.
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| 4 |
G. Gentili, La deputazione trentina al Parlamento di Vienna durante la guerra, Tridentum, Trento 1920.
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| 5 |
"Risveglio austriaco", 3 aprile 1918.
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| 6 |
ivi, 24 aprile 1918.
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| 7 |
ivi, 5 gennaio 1918.
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| 8 |
G. Gentilini, o.c.
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| 9 |
G. Gentilini, o.c.
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| 10 |
vedi "Il Trentino", marzo 1968, n. 17, p. 16.
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| 11 |
G. Gentilini, o.c.
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| 12 |
G. Gentilini, o.c. e G. Cicolini, L'azione della Deputazione Trentina a Vienna nel 1917 e 1918.In "Il Martirio del Trentino", Milano 1919.
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| 13 |
vedi "Il Trentino", marzo 1968, n. 17, p. 11.
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| 14 |
G. Gentilini, o.c.
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| 15 |
G. Poli, Il Trentino durante la guerra mondiale, Atesia, Bolzano 1923.
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| 16 |
Tra profughi e soldati durante la prima guerra mondiale, 1915-18, diario di guerra; manoscritto s.n.
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| 17 |
G. Poli, o.c.
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| 18 |
"Risveglio austriaco", sabato 2 novembre 1918, anno VI, n. 1688.
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| 19 |
Archivio Museo del Risorgimento di Trento.
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| 20 |
Telegramma originale nell'Archivio del Museo del Risorgimento di Trento. Comando supremo 1° novembre 1918; Bollettino di guerra n. 1265; ore 21,16. Ricevuto il 2 alle ore 9, pel circuito n. 1405, a Castelbelforte.
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| 21 |
R. Dorigatti, Come vidi la guerra (Ricordi); manoscritto.
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| 22 |
B. Rizzi, Relazioni storiche inedite sulla liberazione di Trento. In "Studi trentini scienze storiche", 1958, n. 3.
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| 23 |
B. Rizzi, Gerardo Benuzzi e un episodio sconosciuto. In "Bollettino del Museo del Risorgimento di Trento", 1959, n. 1-2.
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| 24 |
Archivio Museo del Risorgimento di Trento. Teca E/2-1; traduzione dattiloscritta da "Standschetzen verteidigen Tirol" (diario del maggiore Di Pauli).
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| 25 |
O. Brentari, Le rovine della guerra nel Trentino, Cordani, Milano 1919.
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