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Sul fronte della Galizia di Gianluigi Fait

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Il senso comune storiografico ha lungamente identificato la Grande Guerra con i fronti occidentale e italiano - Verdun e la Somme, il Piave e il Carso - luoghi simbolo, per noi contemporanei, della guerra moderna e dei suoi protagonisti. Ci furono altri fronti, tuttavia, sui quali si combatterono sanguinose e decisive battaglie: il fronte balcanico, ad esempio, ma soprattutto quello orientale, che si estendeva dal Baltico al mar Nero, lungo il quale - tra il 1914 e il 1917 - si scontrarono gli eserciti austro-ungarico, tedesco e russo: una guerra con caratteristiche e scenari del tutto particolari rispetto al più noto e letterariamente evocato Westfront. Mentre, infatti, dopo la battaglia della Marna, che decretò il fallimento del piano strategico tedesco, aprendo la prospettiva di una lunga guerra di posizione, la vasta regione tra le Fiandre e i Vosgi venne segnata da un fronte continuo, formato da due posizioni parallele, che correvano alla distanza di 3-4 km l'una dall'altra, con gli uomini stipati nei rifugi, interrati nelle trincee, sprofondati nelle pieghe e nelle buche della terra ("A nessuno la terra è amica quanto al fante - scrisse Remarque; essa lo accoglie, poi lo lascia andare, perché viva e corra per altri dieci secondi, e poi lo abbraccia di nuovo, e spesso per sempre"), nelle foreste della Prussia orientale, nell'ansa pianeggiante della Vistola, in Galizia e sui Carpazi, gli eserciti russo e austro-tedesco si affrontavano in una guerra che alternava fasi di grande movimento a lunghi periodi di attesa. Sul fronte orientale, nello scontro fra tre Imperi, si disintegrava l'Europa multietnica degli Asburgo, degli Hohenzollern e dei Romanov.

Scoppiata la guerra nell'agosto 1914, la Galizia - possedimento della Corona austriaca ai confini con la Russia - si trasformò rapidamente in un vasto campo di battaglia, sul quale, fin dai sanguinosi combattimenti di quel primo mese fatale, morirono migliaia di soldati tedeschi, ungheresi, polacchi, ucraini, italiani e di altre nazionalità dell'Impero, arruolati sotto una bandiera che - per molti di loro - era il simbolo di uno Stato straniero. Anche la popolazione civile subì le pesanti conseguenze delle violente battaglie e del movimento degli eserciti sul proprio territorio.

Gli strateghi militari austro-ungarici consideravano la Galizia come il naturale punto di partenza di ogni azione offensiva contro l'Impero zarista. Per quest'ultimo, invece, essa costituiva il passaggio obbligato verso le regioni centrali del Paese nemico, la cui occupazione, determinando la probabile sconfitta dell'Austria-Ungheria, avrebbe affrancato la Russia da una guerra condotta simultaneamente contro gli eserciti degli Imperi Centrali. La Russia schierò sul fronte galiziano 47 divisioni di fanteria, 18 di cavalleria e 3.000 cannoni, a cui l'Austria-Ungheria contrappose 32 divisioni di fanteria, 10 di cavalleria e 2.000 cannoni.

Per le principali campagne militari sul fronte orientale, in particolare nel settore austro-russo, abbiamo ripreso ampiamente la sintesi offerta da J. Pezda e S. Pijaj nel recente volume Sui campi di Galizia (1914-1917). Gli Italiani d'Austria e il fronte orientale. Uomini popoli culture nella guerra europea, edito nel 1997 da Materiali di lavoro e dal Museo della guerra di Rovereto.

Negli ultimi giorni di agosto 1914, ingenti forze austro-ungariche mossero all'attacco dei Russi in Volinia, respingendoli fino a Lublino e al fiume Bug, ma incontrarono la forte resistenza dell'esercito avversario, che passò rapidamente alla controffensiva. All'inizio di settembre, nella loro avanzata in territorio nemico, i Russi occuparono Leopoli, capitale amministrativa della Galizia, e, pochi giorni più tardi, raggiunsero il fiume San, stringendo d'assedio la vasta piazzaforte di Przemysl. Questa prima ritirata degli Austro-ungarici si arrestò alcune decine di chilometri più a ovest, lungo il corso del fiume Dunajec, che scende dai Carpazi e attraversa da sud a nord la Galizia occidentale, confluendo infine nella Vistola.

Il Comando Supremo austro-ungarico, però, che non voleva rassegnarsi alla perdita della Galizia orientale, dopo aver riorganizzato l'esercito con l'aiuto dell'alleato tedesco - dal quale, sempre più concretamente, dipesero le sorti della guerra - alla fine di ottobre ordinò una nuova offensiva, che costrinse i Russi a ritirarsi da Przemysl e a togliere il blocco della piazzaforte. Le vittorie conseguite dagli Austriaci, tuttavia, ebbero carattere effimero e, già nel mese di novembre, l'esercito zarista riprese la sua avanzata verso ovest, cinse d'assedio Przemysl per la seconda volta e raggiunse il campo trincerato di Cracovia, di fronte al quale si arrestò, dopo aver conquistato quasi tutto il territorio della regione. La carenza di rifornimenti alle truppe, tuttavia, e lo scarso coordinamento fra le diverse fasi della complessa operazione, condotta dai Russi in accordo con gli alleati, per alleggerire il fronte occidentale pesantemente impegnato dall'esercito tedesco, divennero ben presto due ostacoli insormontabili, che esaurirono progressivamente la spinta offensiva del "rullo compressore" zarista.

All'inizio di dicembre, rafforzato da nuove unità, l'esercito austro-ungarico attaccò le difese avversarie in un tratto di fronte a sud est di Cracovia e, dopo dieci giorni di accaniti combattimenti, costrinse i Russi a una parziale ritirata.

Dopo quest'ultima azione militare, i due eserciti si attestarono saldamente sulle rispettive posizioni, separati da una lunga striscia di "terra di nessuno", che tagliava la Galizia a oriente dei fiumi Dunajec e Biala, suo affluente di destra.

Alla fine del primo anno di guerra, i due schieramenti avevano subito enormi perdite: 994.000 uomini, tra soldati e ufficiali, gli Austro-ungarici, più di un milione i Russi.

All'inizio del 1915, lo Stato Maggiore austro-ungarico pianificò un'offensiva, con lo scopo di riconquistare la regione galiziana e rompere l'assedio di Przemysl, che i Russi avevano stretto nei primi giorni del novembre 1914. L'azione ebbe inizio il 23 gennaio e si protrasse per circa due mesi, con frequenti scontri in diversi settori del fronte galiziano e carpatico, ma non conseguì i risultati sperati; fallito anche l'ultimo tentativo, condotto dal gen. Boroevic, di liberare Przemysl, la guarnigione assediata, forte di oltre 100.000 uomini, il 22 marzo 1915 fu costretta ad arrendersi, dopo che tutte le scorte di viveri si erano esaurite.

Nella primavera 1915, l'Austria-Ungheria sembrava prossima alla sconfitta militare: il suo esercito aveva perduto un gran numero di uomini, addirittura superiore a quello dei soldati schierati all'inizio del conflitto; la posizione degli Imperi Centrali, inoltre, si era aggravata con l'entrata in guerra dell'Italia a fianco dell'Intesa, ciò che aveva costretto l'Austria-Ungheria a trasferire rapidamente una parte dei suoi effettivi dal fronte orientale a quello meridionale.

La difficile situazione in cui l'alleato versava in Galizia indusse lo Stato Maggiore tedesco a riconoscere che il fronte orientale, nel quadro generale della guerra, non era meno importante di quello occidentale: truppe germaniche di rinforzo, così, furono inviate in soccorso dell'esercito austro-ungarico in difficoltà. La controffensiva, rapidamente pianificata dagli Stati Maggiori degli Imperi Centrali, prevedeva lo sfondamento del fronte avversario nei pressi della piccola città di Gorlice, un centinaio di chilometri in linea d'aria a sud est di Cracovia. L'azione incominciò nella notte del 30 aprile 1915 con l'intenso bombardamento delle linee russe e, il 2 maggio, le fanterie furono lanciate all'attacco. Il fronte russo venne sfondato per un tratto di circa 40 km e l'esercito zarista fu costretto a ripiegare oltre il San e l'alto corso del Dnestr; all'inizio di giugno, pesantemente bombardati dai grossi calibri dell'esercito attaccante, i Russi abbandonarono la piazzaforte di Przemysl e, il 21 dello stesso mese, si ritirarono da Leopoli. A meno di due mesi dal suo inizio, la battaglia di Gorlice si era conclusa con il pieno successo degli Austro-tedeschi; essa non fu soltanto la principale e più importante battaglia fra quelle che si svolsero sul territorio galiziano, ma anche una delle maggiori di tutta la prima guerra mondiale.

I successi riportati in Galizia e l'esito, favorevole ai difensori, delle prime due battaglie dell'Isonzo alimentarono la fiducia dell'Austria-Ungheria di rovesciare una situazione che, fino a quel momento, era stata del tutto negativa. Nel breve corso di alcuni mesi, gli Imperi Centrali non soltanto avevano costretto l'esercito zarista a ritirarsi dalla Galizia e dalla Bucovina, ma erano anche riusciti a occupare, più a nord, la Polonia russa, la Curlandia e la Lituania. Alla fine della campagna estiva, la nuova linea del fronte, destinato a un lungo periodo di immobilità, correva pressoché rettilinea dal mar Baltico, a ovest di Riga, fino al fiume Dnestr.

Al principio dell'estate 1916, la Russia passò all'offensiva nel settore centro-meridionale del fronte, con l'obiettivo di riconquistare una vasta porzione di territorio in Bucovina, Volinia e Galizia. Condotta in due tempi dal generale Brusilov (4 giugno, 28 luglio), l'azione ebbe inizialmente successo e l'esercito zarista costrinse gli Austro-ungarici a ripiegare di un centinaio di chilometri verso occidente in un esteso settore del fronte; alla fine di agosto, però, l'azione russa si era del tutto esaurita e, per gli schieramenti contrapposti, incominciava un altro periodo di guerra di posizione, con gli uomini interrati nelle trincee e nei rifugi.

Ancora una volta, nell'estate 1917 (durante il breve periodo del governo provvisorio di Kerenskij), la Russia cercò di passare all'offensiva nei Carpazi orientali, ma venne ben presto sconfitta, insieme con la Romania, dall'esercito austro-tedesco. Il 3 settembre, nella parte settentrionale del fronte, i Tedeschi conquistarono la città di Riga.

La dissoluzione dell'esercito russo, nelle settimane successive, consentì all'Austria-Ungheria di rioccupare la Galizia orientale e la Bucovina e, in Romania, di avanzare fino al fiume Sereth, affluente di sinistra del Danubio. Seguirono l'armistizio della Romania e della Russia con gli Imperi Centrali (5 e 9 dicembre 1917), l'accordo di pace di questi ultimi con l'Ucraina (9 febbraio 1918, "pace del pane") e, il 3 marzo dello stesso anno, la pace di Brest-Litowsk con la Russia sovietica.

La guerra mondiale provocò non solo enormi perdite materiali, devastazioni e miseria, ma anche indicibili sofferenze morali per milioni di donne e di uomini. Entrambe le parti in conflitto si resero responsabili di esecuzioni sommarie, violenze e stragi di civili. Durante l'occupazione russa dei territori austro-ungarici, la popolazione temeva particolarmente i Cosacchi e le formazioni semiregolari della cavalleria caucasica e turchestana. Nell'esercito austriaco, invece, erano gli Ungheresi a godere di cattiva fama.

Molti intellettuali e uomini politici vennero condannati all'esilio. Gli Austriaci crearono dei campi di internamento a Thalerhof (presso Graz) e a Theresienstadt/Terezín, in Boemia, dove venivano raccolti i cosiddetti moscofili o filorussi, in maggioranza Ucraini, accusati di simpatizzare per l'Impero zarista. I Russi, a loro volta, deportavano nelle regioni interne del Paese le persone sospettate di infedeltà. Molti innocenti vennero condannati a morte dalle corti marziali dell'uno e dell'altro esercito.

La Galizia centrale e orientale subì enormi devastazioni dal ripetuto passaggio degli eserciti sul proprio territorio: città bombardate, villaggi bruciati, quasi 200.000 abitazioni ed edifici distrutti, vaste estensioni di foresta abbattute; l'industria subì ingentissime perdite, stimate in circa 900 milioni di Corone austriache, e le campagne, segnate dai colpi delle artiglierie e solcate dalle trincee, non erano più adatte alla coltivazione: la conseguenza fu l'arresto dello sviluppo economico e produttivo della regione galiziana. Furono anche distrutti importanti collegamenti stradali e ferroviari; gravi danni, infine, subirono i monumenti e le opere d'arte; numerosi archivi vennero saccheggiati e molte biblioteche incendiate. Inter arma silent Musae.

In Galizia, patria lontana e sconosciuta, che rappresentava il diverso per antonomasia della Monarchia, combatterono fin dal 1914 decine di migliaia di Italiani d'Austria, abitanti del Trentino, dell'Ampezzano e delle province adriatiche dell'Impero asburgico.

Tra le grandi unità inviate in Galizia all'inizio di agosto, c'era anche il XIV corpo d'armata di Innsbruck (Edelweiss), forte di 60.000 uomini e comandato dall'arciduca Giuseppe Ferdinando d'Asburgo Lorena, nelle cui fila erano inquadrati i Kaiserjäger (4 reggimenti) e i Landesschützen (3 reggimenti) del Tirolo italiano.

Rinviando all'articolo di H. Heiss nel citato volume Sui campi di Galizia, per ulteriori informazioni sul numero dei soldati trentini inquadrati nell'esercito austro-ungarico e la loro distribuzione nelle diverse unità combattenti, è possibile prudentemente supporre che, nelle prime settimane di guerra, circa 25.000 Welschtiroler e Ladini siano stati arruolati nelle diverse unità campali e nella riserva di questi reparti. Poiché anche in altre unità (come il K.u.k. Tiroler und Vorarlberger Gebirgsartillerieregiment Nr. 14, di stanza a Trento) prestavano servizio dei Tirolesi di lingua italiana, si devono aggiungere ai precedenti altri 1.000-2.000 uomini, per un totale di circa 27.000 Trentini e Ladini in armi all'inizio della guerra.

Tra il 1915 e il 1918, la mobilitazione si estese ai nati negli anni 1865-71 e 1894-900, ampliandosi di ulteriori 14 classi rispetto alla leva del 1914 (1872-93). Supponendo che i Tirolesi di lingua italiana fossero circa 2.000 per ogni classe reclutata, si può concludere che gli uomini chiamati alle armi dopo l'entrata in guerra del Regno d'Italia furono circa 28.000, che si aggiunsero gradualmente ai 27.000 inquadrati nell'agosto 1914. I 55.000 soldati complessivi, dunque, costituirebbero il limite superiore della leva imposta al Trentino. Sembra tuttavia realistico tarare verso il basso questa cifra di almeno 5.000 unità, poiché, già prima dell'arruolamento, le classi più anziane erano meno numerose di quelle giovani, a causa dei decessi e delle precarie condizioni di salute degli uomini immatricolati: il rapporto tra arruolati e popolazione civile, pertanto (poco meno di 400.000 unità secondo il censimento del 1910), fu pari al 12-13%.

I Kaiserjäger e i Landesschützen tirolesi ebbero il "battesimo del fuoco" ancora nel mese di agosto 1914, partecipando all'offensiva austro-ungarica in Volinia, che costrinse l'esercito russo a ripiegare verso Lublino e il fiume Bug; nel corso della guerra, inoltre, furono impiegati in tutte le principali campagne militari.

Quale fu il "tributo di sangue" del Trentino nella prima guerra mondiale? Una ricerca di A. Miorelli, accurata e metodologicamente innovativa, che si propone di accertare, con la maggiore approssimazione possibile, il numero dei caduti trentini, è pubblicata nel volume Sui campi di Galizia, al quale rimandiamo. La cifra che ne costituisce la sintesi conclusiva (10.501 morti, ai quali si devono sommare i circa 50 caduti tra i volontari trentini nell'esercito italiano) è sensibilmente superiore a quella di 7-8.000 morti fatta propria dalla storiografia locale e desunta dalla Carta del sangue elaborata da Wilhelm Winkler nel 1919 (con dati peraltro incompleti, relativi al 31 dicembre 1917, otto mesi prima della fine della guerra), che dava per il Tirolo un rapporto tra morti e popolazione pari al 2,69%, per il Trentino dell'1,9% e per gli Italiani d'Austria (insieme con i Ladini) dell'1,7%.

Ai più di diecimila morti, soltanto fra i Trentini, bisogna aggiungere le migliaia di feriti e di mutilati, per i quali una stima anche sommaria è oggi praticamente impossibile, oltre ai moltissimi prigionieri per caso (i catturati) o per scelta (i disertori), dei quali si parla in altra parte di questo fascicolo. Dispersi nella vastità dell'Impero zarista, in molti (alcune migliaia) fecero una scelta irredentistica e, raccolti nel campo di Kirsanov, nell'ottobre 1916 furono avviati verso l'Italia, altri si arruolarono nelle formazioni antibolsceviche in Estremo Oriente o si schierarono con i rivoluzionari, ritornando a casa quando la guerra era già da tempo finita, altri ancora vollero tenere fede al giuramento prestato, occupati come forza lavoro nella sterminata vastità della Russia.

In questa esplosione di destini individuali, possiamo leggere quasi un paradigma dello sconvolgimento provocato in Europa dalla guerra mondiale.

Gianluigi Fait, insegnante, storico

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