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Il 22 maggio del 1915 il Trentino fu protagonista di quel tristissimo spettacolo delle folle cacciate dalle case da eventi più grandi di loro, e costrette all'esilio senza la speranza di un immediato domani, spettacolo che da allora, con tragica frequenza si ripeté nell'Europa e nel mondo. E' il cupo quadro della guerra moderna che al diritto di sacco dei capitani di ventura ha sostituito l'assolutismo militare, e qualche volta anche politico. Purtroppo ci siamo abituati dai giornali e dalla televisione quotidiani alle immagini cioè delle miserabili colonne dei profughi sulle strade della Corea, del Congo, del Medio Oriente, dell'Indocina che con crudezza estrema cineprese e macchine fotografiche rimbalzano. Li guardiamo assenti, quasi fossero episodi che non ci riguardano. Eppure l'esempio è partito dall'Europa. Il fenomeno dei profughi e dei campi di concentramento nacque praticamente con il primo conflitto mondiale e si dilatò in maniera apocalittica durante il secondo. I nostri nonni e i nostri padri ne fecero amara esperienza. I mezzi di distruzione si erano fatti tali che la guerra non era combattuta solamente al fronte, ma anche le retrovie diventavano fronte; certi sistemi politici inoltre, non potevano ammettere, per ragioni di ideologia e perfino di razza, movimenti avversi al regime.
Mai il Trentino, nella sua pur movimentata storia, ha conosciuto un dramma sì vasto da coinvolgere in modo più o meno diretto l'intera popolazione.
La scorribanda del duca di Vendôme, che qualcuno ampollosamente definì l'Attila del Trentino, le occupazioni napoleoniche, l'avanzata dei Garibaldini furono, al confronto, dei romantici episodi da operetta.
Le comunità semmai erano tenute, volenti o nolenti, a pagare le spese militari.
Nel primo anno di guerra, permanendo la neutralità italiana, la maggioranza degli uomini aveva dovuto rivestire la divisa. Secondo un calcolo pubblicato nel 1932, i caduti trentini al fronte furono 21.000 in sette mesi 1.
Migliaia di famiglie, dunque, avevano già pagato alla guerra un contributo di per se stesso inumano.
Inoltre l'orizzonte si rabbuiava e non bastavano per ridare fiducia in una vicina pace, gli annunci ufficiali delle vittorie (e anche degli smacchi) parziali.
Ed ecco la guerra con l'Italia. Fu cosa certa allorché Vittorio Emanuele III respinse le dimissioni di Salandra e costui riprese la guida del Governo di Roma. "Soldati! - scrisse il re con l'enfasi allora di moda - a voi la gloria di piantare il tricolore d'Italia sui termini sacri che la natura pose ai confini della Patria nostra. A voi la gloria di compiere l'opera con tanto eroismo iniziata dai nostri padri". Dalla parte opposta si rispose con esacerbate accuse di tradimento e si tentò, con abile propaganda, di diffondere tra il popolo un senso di astio, facendo leva sul disagio a cui andava incontro venendo la sua terra improvvisamente a trovarsi sulla linea del fuoco. Tale disegno fu esteso alle truppe italiane attestate ai confini.
"Soldati italiani! - dice un manifestino austriaco - vi si trascina con malizia in una guerra di conquista e di rapina. L'assalto a tradimento alle spalle degli alleati di ieri è immorale, è un villa senza esempi nella storia e grida vendetta. La Provvidenza Divina punirà ogni singolo di voi, che darà aiuto ad una simile azione scellerata...".
Il 4 maggio l'Italia aveva disdetto l'alleanza; da ambo le parti le truppe erano state ammassate nei punti predisposti, nel Trentino il giro di vite impresso dalle autorità politiche fu inesorabile e crudele secondo i precisi piani da tempo distribuiti segretamente.
Ogni sintomo e ogni simpatia irredentistici dovevano essere mortificati esemplarmente quale atto di pericolosa slealtà verso lo Stato: era la guerra. Le operazioni militari iniziarono il 24 maggio mentre era in pieno corso l'esodo delle popolazioni delle zone di confine.
"In fretta e in furia, la popolazione fu costretta a partirsene anche dai luoghi, dove lo sgombero non era necessario. Poche ore le furono concesse, per mettersi in viaggio; e non le fu permesso di prendere con sé se non un piccolo involto; dovette abbandonare improvvisamente case, campi e tutti i suoi averi, senza ottenere, in certi casi, alcun risarcimento...".
"Con un'angoscia nel cuore, che ben si può immaginare, ma appena appena descrivere, furono pigiati sui carrozzoni dei treni in regioni lontane, ignari della meta. Eppure tutto ciò non era che il principio di un lungo e penosissimo calvario. I membri di una stessa famiglia speravano di soffrire tutti insieme, e di trovare in ciò un conforto nella grave, inaspettata sciagura; ma non fu così. Lungo il viaggio i giovani e quelli adulti, che sembrano atti a prestazioni di guerra, furono strappati dal fianco dei genitori e delle spose che invano spargevano lamenti, e, oppressi dal dolore, non sapevano nemmeno dove sarebbero finiti i loro cari, e quando avrebbero potuto avere contezza della loro sorte...". Così, con un senso di sfida, descrisse la situazione l'on. Guido Gentili nella relazione tenuta, da parte italiana, al Parlamento di Vienna nella seduta del 16 giugno 1917 durante il dibattito sul bilancio 2.
La questione degli "evacuati" era ancora aperta: "Noi rendiamo attento il Governo - ammonì aspramente Gentili - che bisogna cambiar rotta, se non vuole assumersi la responsabilità, che migliaia e migliaia vadano lentamente, ma inevitabilmente incontro alla morte...".
"Solo una cosa noi pretendiamo - affermò tra gli applausi di parte dell'aula - che si rispettino anche nei nostri confronti le leggi, che anche noi veniamo trattati come cittadini, e che ritornino pienamente in vigore i diritti garantiti dalla Costituzione...".
Qualche tempo prima l'on. Degasperi, a nome dei parlamentari di lingua italiana, aveva presentato una interpellanza, firmata anche dagli onorevoli Oliva e Pittoni, nella quale, dopo aver fatto un impressionante, avvilente quadro della situazione in cui si trovavano i confinanti e gli internati politici, si chiedeva una "inchiesta severa esauriente e imparziale sopra il modo, con cui venne proceduto nell'internare e nel confinare tanti cittadini austriaci di nazionalità italiana, e sopra i sistemi adottati nei campi di internamento e nelle stazioni di confinamento".
Il primo contatto che il Trentino ebbe con la guerra "totale" fu dunque terribile. Oltre ai "sospetti politici", ai 1754 di Katzenau, a coloro che varcarono i confini diretti in Italia, ai 60.000 uomini chiamati sotto le armi, c'è la massa enorme, senza volto, dei profughi, in Austria e in Italia, in tutto circa 180.000 persone sulle 380.000 che abitavano verso il 1915 il Trentino, costrette ad abbandonare la loro Patria.
Operazione militare o politica?
Il problema dei profughi era umano, civile, sanitario, morale e finanziario. Esso non si arrestò agli sciagurati giorni dell'evacuazione ma fu un assillo costante che si concluse parecchi mesi dopo la fine della guerra e che a molti restò nel cuore fino a oggi vivo come un incubo.
L'inizio fu improvviso e inatteso. I protagonisti ne ricordano lo sbigottimento incredulo, che poi si fece angoscia, e l'accorrere ai luoghi di concentramento, l'interminabile viaggio in treno, le debilitanti soste a Innsbruck e a Salisburgo, la selezione degli uomini validi da inviare ai campi di lavoro, il diffidente disprezzo della popolazione austriaca. Li chiamavano "Flüchtlinge". Erano profughi e basta; guardati come straccioni e gente da tenere alla larga. In effetti lo choc era stato tale anche per il popolo austriaco, soprattutto dopo l'invasione dei 700.000 galiziani, fuggiti alla disperata davanti alla guerra, da essere comprensibile il suo disorientamento. "Solo lentamente e col passare dei mesi gli Italiani riuscirono a sgomberare il terreno da questi pregiudizi e creare attorno a sé una fama migliore, tanto che in ultimo vi furono dei Comuni i quali pregavano le autorità d'assegnar loro invece che cento profughi anziani, duecento e anche più italiani" 3.
Oltre ai disagi propri di un precipitoso abbandono delle case, come dinanzi a un incendio o a una alluvione, c'era il malcelato sospetto di taluni caporalacci austriaci che vedevano spioni dappertutto. Per cui non c'era da meravigliarsi se chi scrisse la storia di quel capitolo di guerra seguendo l'entusiasmo e la moda nazionalista, negò all'Austria persino la giustificazione di un'evacuazione strategica, quale, come poco dopo fece del resto il Comando italiano.
"E non si creda - si scrisse - come qualcuno ha tentato di far credere, che le evacuazioni delle zone di confine allo scoppio delle ostilità con l'Italia siano state ordinate per ragioni strategiche od ancor meno per ragioni umanitarie; esse furono eseguite esclusivamente per tormentare la gente ed inculcare alla stessa odio all'Italia, che fu apertamente accusata colpevole di tutti i mali della guerra ed inoltre per avere in mano un pegno sicuro in caso di trattative, qualora la guerra avesse preso una piega tale da poter sfruttare il valore di queste decine di migliaia di profughi e deportati" 4.
Il sospetto che motivi politici, oltre che militari, avessero consigliato le autorità austriache a ordinare l'evacuazione in massa delle zone di confine, ingerendo il caos e la paura per almeno due settimane nel Trentino, traspare in numerose dichiarazioni dei testimoni. Durante il dibattito al Parlamento di Vienna per la cosiddetta "emancipazione civile dei profughi", l'on. Degasperi, come del resto fecero Gentili e altri, affermò che "almeno il 70 per cento degli evacuati vennero esiliati per ragioni politiche". Tale giudizio veniva tratto dall'atteggiamento intransigente delle autorità di non permettere il diretto interessamento, verso un problema tanto acuto e umano, ai "membri della società colta" e alle persone investite di cariche direttive, molte delle quali furono anzi arrestate, deportate, internate. "Per le stesse ragioni si ebbe la massima cura di tener lontani dagli accampamenti i deputati e i rappresentanti legali" 5.
Palese, in effetti, sembrava la diffidenza austriaca nei riguardi della popolazione di confine che più volte aveva espresso molto francamente la sua simpatia verso l'Italia alla quale, tra l'altro, era legata da secolari contatti economici, emigrazione stagionale compresa, oltre che da somiglianza di dialetto e da usi e costumi. Le cose più assurde potevano accadere: gli uomini, dai 18 ai 50 anni, costretti all'"onore" della divisa militare e dei combattimenti sul fronte mentre i loro parenti venivano deportati nei campi di concentramento per il più labile sospetto di simpatia verso l'Italia. E' questo uno dei più significativi sintomi del disfacimento di un impero mosaico che, in un'epoca della massima dilatazione dello spirito nazionale, si sentiva da ogni lato insidiato dalle aspirazioni dei popoli di varie nazionalità a esso soggetti e cercava di soffocarle con metodi polizieschi ottocenteschi. Poteva anche accadere che, eccitati dagli avvenimenti, i profughi si ribellassero sonoramente a uno stato di cose tanto subitaneo, e per se stesso contro natura e che, mentre viaggiavano verso i luoghi di custodia, cantassero a squarciagola inni patriottici italiani. In tal caso, come avvenne per tre carrozze intere il 25 maggio 1915, finirono, senza distinzione di sesso e di età, nel campo di concentramento per gli internati politici di Katzenau.
L'avvenimento dell'evacuazione in massa, fenomeno che costituisce un "unicum" della storia del Trentino tranne quello, spontaneo, verificatosi nell'alto Medio Evo allorché le popolazioni delle valli principali, compresa quella di Trento, si rifugiarono sugli antichi castellieri comunitari per sottrarsi, là dove era possibile, al flusso e al riflusso dei Barbari, è tipico, come dicemmo, della guerra moderna. Possono avere giocato la loro carta, esasperandolo, i motivi politici dati dalla diffidenza verso una gente generalmente di sentimenti italiani e che si era dimostrata, specie nella classe colta, tutt'altro che insensibile all'idea nazionale che da quasi un secolo si era propagata nell'Europa intera e che l'ancien règime non comprendeva, meglio non poteva e non voleva comprendere.
E' evidente però che le ragioni militari erano le preminenti. La presenza delle popolazioni nelle zone di presumibile combattimento (e nelle cosiddette "fortezze"), avrebbe ingenerato il disordine nelle immediate retrovie con conseguente estremo disagio sia militare che civile. Del resto i piani di sgombero dei "non necessari" era stato approntato da tempo dagli alti comandi secondo la rigorosa mentalità teutonica.
Che poi la sorte riservata ai profughi sia stata in parecchi casi tanto pesante ciò va imputato soprattutto alle autorità politiche sempre per via dell'estrema diffidenza, che si era fatta persino odio, nei confronti dei cittadini austriaci di lingua italiana; appartenenti cioè a una nazione con la quale l'Austria era in guerra e, per di più sul territorio natale dei profughi stessi. E' questo il dramma delle popolazioni di confine. E non successe che anche i profughi in Italia furono sprezzantemente guardati in certi casi e che le autorità militari italiane non internassero Trentini per il sospetto di essere austriacanti?
Le zone evacuate
Le zone evacuate comprendono la larga fascia che disegna l'arco del limite trentino con il Veneto e la Lombardia. In particolare la bassa valle Lagarina e Rovereto. l'altopiano di Brentonico, la valle di Gresta, la valle del Cameras, la bassa valle del Sarca, la valle di Ledro, la bassa valle del Chiese; le valli del Leno, gli altipiani di Lavarone e di Folgaria, la bassa Valsugana, la valle di Tesino e parte della valle di Primiero e della valle del Vanoi. Luoghi di evacuazione minori furono Vermiglio, taluni abitati dall'alta valle di Fassa e altri. Oltre 114.000 furono i profughi "sussidiati" trasportati in Austria e 30.000 quelli in Italia. L'ordine di evacuazione fu dato, a seconda dei luoghi, tra il 22 e il 24 maggio 1915. In realtà le 24 ore concesse, per lo sgombero secondo i piani pronti nel cassetto, furono prolungati tanto che gli ultimi treni di massa varcarono il Brennero verso la fine del mese.
Ecco l'interessante "Notificazione" apparsa nei centri abitati della valle di Ledro il mattino del 22 maggio 1915 a firma del Capitano distrettuale di Riva del Garda: "In seguito ad ordine del Comandante della fortezza di Riva dispongo l'evacuazione della valle di Ledro. Per conseguenza l'intera popolazione civile residente nel territorio sopracitato, cioè in tutti i comuni da Tiarno di Sopra fino a Pregasina, compresa la valle di Concei, dovrà abbandonare la sua attuale residenza e recarsi fuori del distretto politico di Riva ed in vero attenendosi strettamente al sottoindicato programma. Eccettuati sono soltanto coloro, che devono rimanere nella loro veste ufficiale e dietro ordine speciale.
L'i.r. Comando di Fortezza si riserva di far eccezioni in casi singoli. Sta nel proprio interesse di ciascuno di allontanarsi assieme alla famiglia volontariamente, perché tutti gli altri verranno riuniti e allontanati in via forzosa. Il programma è il seguente:
1. La popolazione della valle di Ledro parte inferiore cioè Pregasina, Biacesa, Prè, Molina, Legos, compresi trasporti forzosi, dovrà il giorno 23 maggio la mattina abbandonare il paese e recarsi per Riva in modo da raggiungere i treni alle ore 9 ant. ed a quest'uopo raccogliersi mezz'ora prima avanti la stazione ferroviaria.
2. La popolazione della valle media cioè dei comuni di Mezzolago, Pieve, Locca, Enguiso, Lenzumo e Bezzecca dovrà abbandonare il paese il medesimo giorno in modo da raggiungere in Riva i treni alle ore 1 pom. ed a questo scopo raccogliersi mezz'ora prima avanti la stazione ferroviaria.
3. La popolazione della valle superiore cioè i comuni di Tiarno di Sotto e Tiarno di Sopra dovrà abbandonare il paese pure il medesimo giorno in modo, da raggiungere in Riva i treni alle ore 5 pom. e a quest'uopo raccogliersi mezz'ora prima davanti alla stazione ferroviaria.
Rendesi noto in modo speciale, che ciascuno senza eccezione dovrà portare seco viveri per alcuni giorni, una posata, nonchè una coperta, inoltre ciascuno dovrà essere munito di idonei documenti onde constatare l'identità della persona come per esempio passaporto, libretto di lavoro, documenti d'incolto, certificato militare ecc.
Si avverte inoltre, che nessuno potrà prendere seco nella ferrovia bagaglio eccedente il peso di 10-15 kg, altrimenti dovrebbe lasciarlo in dietro tutto" 6.
La "notificazione" non ammetteva indugi e prevedeva un certo ordine sia di afflusso che di partenza. Senonché la strada del Ponale fu per tutta la giornata percorsa da fiumane di povera gente a piedi, su carri o su muli. Il disorientamento era tale che si portavano dietro le cose più strampalate e inutili. Coloro che non poterono prendere il trenino "locale" di Mori, s'incamminarono sulla strada di Loppio venendosi ad aggiungere agli evacuati di Gresta e di Brentonico. Un testimone oculare paragona lo sgombero del Basso Sarca alla rotta dell'esercito austroungarico dei primi di novembre 1918.
"Una massa compatta di donne, vecchi e bambini che si avviavano a piedi e su carretti verso Trento a ritroso del Sarca, verso Mori su per la Masa, mesti, piangenti e con la disperazione nell'anima e negli occhi, tenuti in freno da pochi gendarmi e da qualche fiduciario delle autorità austriache: gente che lasciava nelle vecchie case biancheria, vestiti, viveri e provviste di ogni genere, utensili agricoli e mobilia, bestiame nelle stalle e bachi da seta sui tavoloni e la campagna fiorente e promettente per andare verso l'ignoto..." 7.
Il 25 maggio (le operazioni belliche erano incominciate da un giorno, il primo colpo di cannone era stato sparato dalle batterie di forte Belvedere e le truppe italiane stavano penetrando nel Trentino) un banditore militare annunciò, al suono della cornetta, l'ordine di sgombero di Rovereto. I nove decimi delle popolazione dovettero lasciare la città entro 24 ore; il rimanente seguì il 5 agosto mentre il 9 fu fatto evacuare anche l'ospedale.
Serravalle veniva occupata due mesi dopo dagli Italiani che il 13 novembre sarebbero entrati in Marco e quindi si sarebbero spinti sul colle del castello di Lizzana. L'anno successivo la gente della bassa Vallagarina fu fatta evacuare e trasportata nelle vecchie provincia; e così avvenne nel Basso Chiese, sull'altopiano di Brentonico e nella Vallarsa: in tal modo parte della popolazione era profuga in Austria, parte in Italia.
Nel maggio 1915 il luogo di concentramento dei profughi era Trento dove già alla vigilia di Pentecoste si ebbe sentore, essendo la stazione presidiata dall'esercito, dell'intenso passaggio verso Nord di treni stracarichi di gente. Ci fu una riunione delle autorità intesa a recare un possibile aiuto ai profughi. Una delegazione composta del vicepodestà di Trento avv. Menestrina e dall'on. Degasperi fu inviata al posto di smistamento di Salisburgo. Fu tuttavia praticamente bloccato il giorno 24 a Innsbruck con il consiglio del luogotenente conte di Toggenburg, di tornare indietro. "D'allora in poi - scrisse più tardi Degasperi - i treni si susseguirono con un crescendo spaventoso e nessuno poteva accompagnare i profughi, eccetto i sacerdoti delle singole località evacuate". A Innsbruck la delegazione seppe da Toggenburg l'ordine di scioglimento del Consiglio comunale di Trento (gli atti conservati nell'Archivio del Comune di Trento si arrestano alla seduta del 30 marzo 1915; tutti gli altri sono stati fatti sparire fino alla prima seduta del ricostituito comune del novembre 1918).
Come è noto il podestà, Vittorio Zippel, fu in seguito processato e condannato per reati di cui ai paragrafi 58, 61 e 63 del codice penale commessi a Trento, Malosco, Halsach e Linz, a "otto anni di carcere duro inasprito con un digiuno ogni venerdì e la perdita della Croce di cavaliere della corona d'Italia".
La Valsugana fu fatta sgomberare parte dagli Austriaci e parte dagli Italiani. Il 15 agosto del 1915 la brigata Venezia occupò Strigno che l'anno successivo fu ripreso dagli Austriaci.
Da un calcolo approssimativo eseguito in quel torno di tempo, fu allontanato dal teatro delle operazioni dalle autorità militari italiane il seguente numero di profughi: zona di Strigno: 11.500; zona di Borgo, 7900; zona di Condino (Condino e Brione), 1800; zona di Ala (Serravalle, Chizzola, S.Margherita), 1200; zona di Mori (Brentonico), 3500; zona di Rovereto (parte alta di Vallarsa), 1700; zona di Primiero (Caoria), 700 8.
Ormai nella fascia interessata alla guerra, e che più tardi fu chiamata "zona nera", i paesi venivano a uno a uno distrutti o gravemente danneggiati dagli opposti eserciti.
Così poetò il prof. Guido Suster della simpatica borgata valsuganotta distrutta da un incendio e poi dalle artiglierie 9.
Nella Pasqua del 1917 fu distribuita nell'accampamento dei profughi presso Braunau un'immaginetta con un semplice versetto di Matteo: "Beati i poveri di spirito, perché di questi è il Regno dei cieli...".
Qualche mese prima un terremoto aveva provocato oltre due milioni di corone di danni nella Stiria.
Una circolare fu diffusa nei comuni "non evacuati" per la raccolta di fondi.
Il 3 luglio il "Risveglio Austriaco" pubblicava il decreto concernente l'"Amnistia generale per reati politici", adottata con "atto magnanimo dal nostro Imperatore". Dall'amnistia, data da Carlo a Luxemburg il 2 luglio 1917, erano però escluse "tutte le persone le quali si sottrassero alla persecuzione penale con fuga all'estero, le persone che sono passate nelle file del nemico, come pure sono eccettuate quelle persone che dopo lo scoppio della guerra non sono ritornate nella Monarchia".
Nell'ottobre c'è Caporetto. Un fante della brigata Catania disegna un cecchino austriaco che nella destra tiene un pugnale e offre la sinistra a un fante italiano attento alla mitragliatrice. La didascalia dal titolo "La pace austriaca" rispecchia la battaglia di nervi scatenata in quel tempo dall'Austria: "Il cecchino: Kamarad, qua la mano: facciamo la pace! il fante: Ora ch'accurdai u strumentu (la mitragliera), aspetta ca ti fazzu sentire a sirinatada Brigata Catania. A Capurettu m'a facisti: ma stavolta non mi futti chiù 10.
Il terzo anno di guerra
Il terzo anno di guerra (il secondo per l'Italia) vide l'approvazione della legge intesa "a restituire ai profughi il loro diritto di cittadini e a creare loro una difesa contro i soprusi dell'arbitrio e dell'assolutismo", che, dopo l'opposizione del Governo, fu finalmente varata, nella parte sostanziale, il 30 novembre (in effetti entrò in vigore il primo gennaio dal 1918); registrò anche nei paesi belligeranti i primi sintomi della stanchezza, in sede politica e anche militare. Fu un po' l'anno delle grandi crisi preannunciatesi in Austria con la morte, il 21 novembre 1916, del vecchio imperatore Francesco Giuseppe. Esattamente un mese prima Friedrich Adler, figlio del capo del partito socialista austriaco, Victor, uccideva con tre colpi di pistola, in un ristorante viennese, il presidente del Consiglio dei ministri conte Carlo von Stürgkh.
L'arciduca Carlo succedeva a Francesco Giuseppe e si ebbero le avvisaglie della crisi nelle alte sfere militari. Nel febbraio l'arciduca Federico è esonerato dal Comitato supremo, ai primi di marzo è la volta del Maresciallo Conrad, comandante di Stato Maggiore, mentre il 14 marzo lo zar di Russia firma l'atto di abdicazione.
La Germania aveva iniziato la guerra sottomarina a oltranza e gli alleati avevano risposto escogitando il sistema della navigazione in convoglio.
A Washington il presidente Wilson lesse in aprile il famoso messaggio chiedendo al Congresso che gli Stati Uniti dichiarassero lo stato di guerra con l'Intesa onde giungere a una pace vera fondata "sull'eguaglianza e la democrazia". Altri Paesi americani seguirono l'esempio degli Stati Uniti entrando in guerra contro gli imperi centrali.
In Francia Pètain assume la carica di Capo di Stato Maggiore, in giugno la Grecia dichiara lo stato di guerra con la Germania; in ottobre la terza armata italiana riceve l'ordine del ripiegamento e i primi contingenti alleati giungono in Italia; in novembre Cadorna lascia il comando supremo e al suo posto subentra Diaz; in dicembre viene firmato a BrestLitowski l'armistizio russo-tedesco.
La girandola degli avvenimenti che oggi, visti retrospettivamente, inducono lo storico a una profonda meditazione almeno per inquadrare l'immenso disorientamento delle coscienze dinanzi a una guerra tanto assurda, ma che pure stava diventando in un certo qual senso "santa" non foss'altro per liberare l'Europa e il mondo dalla sciagura e creare in essa un ordine nuovo (ed ecco i "14 punti" di Wilson), fu dunque nel 1917 molto intensa, mentre sui campi di battaglia le posizioni apparivano ancora ben lontane da un assestamento che permettesse una supremazia degli uni sugli altri e la fame serpeggiava, e la "spagnola" si affacciava inquietante.
La fame aveva preso anche il Trentino dove, uno dopo l'altro, i paesi evacuati venivano rasi al suolo. Nelle famiglie piccolo borghesi di Mezzolombardo, a esempio, si mangiava minestra d'orzo a pranzo e minestra d'orzo a cena; si impegnavano gli "ori" di casa per comperare dalle famiglie contadine della valle di Non qualche cosa di più sostanzioso. La fame era terribile nei campi di concentramento. In taluni posti ci si riteneva fortunati quando si scovavano bucce di patata abbondanti. Altrettanto avveniva per i profughi, ospiti di famiglie private pure esse soggette a un rigoroso razionamento. "Dolori e privazioni uniti sento d'impazzire - scriveva una donna internata in Austria - in più la triste mallazione ricevuta. Che gli do la mia parola d'onore! Ch'io non feci nissun male. Non so se questo mi fu successo causa mio marito. Li dico la pura verità che da quattro anni non ebbi mai una sua corrispondenza... Nel mentre scrivo tengo qui la mia povera creatura D. vicina al letto che mi sembra un cadaverino di tristezza dal mal nutrimento". 11
A Katzenau era girata una canzone che si cantava sull'aria del Nabucco di Verdi, con duplice significato allegorico, la fame e la nostalgia della patria lontana:
"Welfen" erano sprezzantemente chiamati in Austria gli Italiani "regnicoli", che significa "guelfi", ovverosia, in senso di scherno luterano, "papisti".
I campi di concentramento
L'odissea del Trentino ora entra nel culmine: coloro che erano rimasti vivevano nel tormento della fame, delle requisizioni, dei sospetti, dei bombardamenti; gli uomini erano sul fronte di battaglia o reclutati nelle organizzazioni militari di lavoro coatto; alcune decine di migliaia di persone erano state trasportate in Italia, altre 114.000 in Austria, in Boemia, mentre le loro case andavano in macerie e i loro beni distrutti.
A distanza di tanti anni, le ferite sono scomparse e il ricordo si è fatto storia. Ma nella coscienza dei testimoni è ancora vivo e pressante come fosse di ieri e i racconti, seppur quasi tutti uguali, tramandano un'angoscia terribile eppur serena.
Le ordinate statistiche compilate da parte austriaca fanno presenti al 1° settembre 1917 nell'area centro europea soggetta all'Impero, 83.063 profughi italiani, di cui 36.195 ricoverati in baracche; 7870 Tedeschi; 42.194 polacchi; 95.025 Ruteni; 1641 Rumeni; 20.008 Slavi; 10.491 Croati; 180.396 Ebrei oltre a unità minori di altre nazionalità.
Un quadro impressionante che può ricordarci, sebbene all'acqua di rose, il mosaico di nazionalità internate dai Nazisti durante la seconda guerra mondiale.
In particolare i profughi italiani, vale a dire trentini ("Italiener", significativamente dice la statistica) erano a quella data concentrati come segue:
| Nieder Österreich: | 15.964; dei quali 977 presso famiglie; nei baraccamenti di Mitterndorf, 8865; Pottendorf, 5222; Möstelbach, 900. |
| Ober Österreich: | 9385; dei quali 1438 presso famiglie; nei baraccamenti di Braunau, 7947; |
| Salisburgo: | 2509, presso famiglie. |
| Stiria: | 18.785; dei quali 5529 presso famiglie; nei baraccamenti di Wagna, 13.251. |
| Kärnten (Carinzia): | 25, presso famiglie. |
| Boemia: | 16.688, presso famiglie. |
| Mähren (Moravia): | 16.707, presso famiglie. |
| Vienna: | 2899, presso famiglie. |
| Alla data del 1° marzo 1918 i profughi italiani erano saliti a 114.595 dei quali 28.903 alloggiati in baracche: | |
| Nieder Österreich: | 2275 presso famiglie; nei baraccamenti di: Mitterndorf, 8499; Pottendorf, 4056; Steinkllamm, 3458; Oberholtabrun, 193; Mistelbach, 900. |
| Ober Österreich: | 3828, presso famiglie; nei baraccamenti di: Braunau, 5470. |
| Salisburgo: | 2728, presso famiglie. |
| Stiria: | 6899, presso famiglie; nei baraccamenti di Wagna, 6327. |
| Kärnten: | 240, in famiglie. |
| Krain: | 1519, in famiglie. |
| Küstenland: | 11.866 in famiglie. |
| Tirolo-Vorarlberg: | 26.583, in famiglie. |
| Boemia: | 14.907, in famiglie. |
| Mähren: | 12.373, in famiglie. |
| Vienna: | 2376, in famiglie. |
| Dalmazia: | 98, in famiglie. |
| Le statistiche generali, fatte mese per mese, tra l’agosto del 1917 e il febbraio 1919, denunciano il seguente movimento di profughi italiani nella zona austriaca: | |
| 1° agosto: | 1997 83.938 1° maggio 1918: 112.225 |
| 1° settembre: | 83.063 1° giugno: 106.992 |
| 1° ottobre: | 99.371 1° luglio: 100.010 |
| 1° novembre: | 104.842 1° agosto: 100.990 |
| 1° dicembre: | 108.140 1° ottobre: 62.000 |
| 1° gennaio 1918: | 114.383 1° dicembre: 20.315 |
| 1° marzo: | 114.595 1° gennaio 1919: 910 |
| 1° aprile: | 111.135 1° febbraio: 892 13 |
L'accampamento di Mitterndorf
Triste fama aveva specialmente l'accampamento di Mitterndorf, ove, tra l'altro, per evitare che "i profughi uscissero dal campo e si recassero alla vicina capitale a chiedere soccorso al Comitato profughi, era proibito alla stazione ferroviaria di distribuire loro i biglietti; fu introdotta una particolare e severa censura delle lettere oltre alla censura generale, censura che sequestrava le lettere dei profughi dirette ai deputati o al Comitato di soccorso in Vienna e le mandava all'autorità militare, la quale puniva tali reati con riduzione di cibo (che era la pena più esecranda! N.d.R.), con più severe misure di internamento e nei casi gravi con trasloco in appositi campi di disciplina, come quello di Enzensdorf presso Vienna, ove la vita era ancor più tormentata e l'amministrazione completamente in mano di soldatacci" 14.
E accadeva che profughi sospettati di idee irredentistiche per il solo motivo di aver più vivacemente degli altri protestato per il trattamento loro usato, finissero sotto processo per reati politici e poi inviati nei campi di internamento. La diffidenza era tale che spesso la gente si metteva l'una contro l'altra. Accadde anche che delle fanciulle partissero dal Trentino con il fazzoletto tricolore, da esse confezionato, sotto il reggiseno e che lo conservassero con ingenua speranza quasi quel pezzetto di stoffa racchiudesse il simbolo di una prossima effettiva liberazione.
Sembrano casi isolati, ma nel parlare con i testimoni, si ravvisa un tale entusiasmo e una tale speranza verso l'idea nazionale che noi moderni, e spogli di nazionalismo, impressiona per molti versi. Ed è qui, crediamo, che s'inserisce la diuturna, lunghissima opera degli educatori che avevano conservato intatta la cultura italiana trasmettendola ai giovani. E ai maestri e ai preti trentini, chiamati Flüchtling seelsorgen, va dato atto di un'azione d'insegnamento e di apostolato tra i profughi di alto livello morale, non fosse altro di speranza e di fiducia, e, in qual certo senso, anche culturale.
A Mitterndorf morirono circa 1700 profughi trentini mentre i nati furono soltanto 414. Il primo decesso si verificò il 10 giugno 1915 (Attilio Ponticelli di Trambileno), l'ultimo il 14 novembre 1918 (Giuseppina Montibeller di Roncegno). Il maggior numero di morti s'ebbe nel 1916. I trentini morti nel campo di Braunau furono 728: 5 nel 1915; 351 nel 1916; 250 nel 1917; 122 nel 1918. Il numero dei decessi superò di 409 quello dei nati 15.
Con l'amnistia generale del 1917, l'estensione del sussidio ai profughi rimasti nelle retrovie e l'approvazione della legge sul diritto civile dei profughi, le condizioni generali dei profughi stessi in qualche maniera migliorarono. Agirono i comitati locali dipendenti dal Comitato centrale di Vienna e il cosiddetto Comitato richiamati che "divenne il centro di consulenza e di protezione per tutti i profughi italiani".
Si pubblicò un bollettino che fu "in questo periodo tristissimo della nostra storia l'unico giornale, che pur dovendosi astenere da qualsiasi apprezzamento d'indole politica e dovendo uscire sotto l'oculata sorveglianza della Cancelleria di Innsbruck, era e si mantenne per i nostri profughi l'organo dell'antica solidarietà che li stringeva alla patria trentina 16.
Il fenomeno dell'esodo dinanzi all'avanzata del fronte di combattimento non interessò soltanto il retroterra austriaco e le vecchie province d'Italia, ma anche il Trentino stesso.
In generale i poveri furono accentrati nei campi di concentramento, coloro invece che accettavano lo sgombero verso l'Austria riuscivano a stabilirsi presso famiglie. Coloro che rimasero nell'area trentina, fecero altrettanto. Così accadde per le molte famiglie della valle del Chiese che ottennero ospitalità nelle Giudicarie esteriori; della valle Lagarina per il Piano rotaliano e per la zona della Bassa Anaunia, e così via. A talune regioni delle immediate retrovie fu accordato il permesso di trattenere la popolazione. E' il caso dell'alta valle di Sole, da Mezzana in su. Mentre infatti, nell'agosto del 1915 gli abitanti di Vermiglio furono trasportati nel campo di Mitterndorf, nell'Austria inferiore, la gente degli altri paesi solandri prossimi al fronte, rimase, previa comunicazione di ostaggi che giornalmente dovevano presentarsi al comando di gendarmeria di Cusiano. Il sussidio giornaliero era di 80 centesimi per gli adulti, di 60 per i fanciulli. Venne in seguito elevato a 90 centesimi e poi a una corona.
I "p.u." di Benesov
Nel corso di una commossa celebrazione avvenuta nel 1926 fu scoperta a Benesov una lapide, opera dello scultore Davide Rigatti, a ricordo dei morti trentini in quel triste campo di concentramento. Sulla campana, riproduzione di quella dedicata da Rovereto ai Caduti, della torre civica di Benesov, fu scritto: "Fermi in un solo pensiero, Italia, qui credettero partirono morirono i Trentini indicati dall'Austria alla persecuzione. Nell'ora della Vittoria, il Trentino ricorda i martiri riconoscente, MCMXXVI".
Benesov è una cittadina nel centro della Boemia, a 1,30 di ferrovia a Sud di Praga"... Per gli Italiani del 2° Reggimento cacciatori tirolesi (che sostituirono nel 1915 il 99° Fanteria boema) sospetti politici, si organizzò una compagnia di disciplina. Erano chiamati P.U., che significava Politisch unverlässliche, venivano da Katzenau dopo l'abolizione del campo in seguito all'amnistia del '17 su designazione della Polizia segreta. "Per essi ogni diritto era abolito. Erano alla mercé di ufficiali e di caporali che avevano l'ordine di disfarsi in un modo o nell'altro del pericoloso elemento. Erano definiti nel gergo militare come materiale deficente e considerati dai comandanti alla stregua degli imbecilli, degli alcoolizzati, dei furfanti..." 17.
Le compagnie di disciplina erano due. Una, la più mite, concentrata a Enns nell'Austria superiore e che comprendeva gli Italiani aggregati al reggimento bersaglieri imperiali; la seconda appunto a Benesov, per gli Italiani del secondo reggimento cacciatori. Già nel 1866 erano stati a Benesov dei soldati italiani: alcuni documenti conservati negli archivi civici della cittadina boema ricordano i canti di costoro sulla piazza principale. "Anche allora l'Austria aveva mandato soldati irredenti a combattere contro la Russia" 18.
I Trentini internati a Benesov furono 500, 30 dei quali morirono durante la prigionia. Tra i morti ci fu la famosa guida alpina di Pinzolo Amanzio Collini (15 gennaio 1916). Altri furono: Guido Cappello e Giacomo Piazzola di Malè, Giovanni Pancheri di Samoclevo, Giuseppe Degasperi di Sardagna, Cesare Sottopietra di Barco di Levico, Luigi Corradini di Castello di Fiemme, Giovanni Zendron di Valda, Giovanni Laghi di Chizzola,. Arcangelo Prantil di Dres, Angelo Galante di Condino, Pio Benetti di Borgo, Silvio Lutterotti di Trento, Mansueto Pintarelli di Viarago, Clemente Sicheri di Stenico, Attilio Belliboni di Stumiaga, Giuliano Zinzarella di Rabbi, Alfonso Tenaglia di Spormaggiore, Servidio Carotta di Pedemonte, Augusto Fabro di Castello Tesino, Andrea Fedrizzi di Mezzolombardo, Gualtiero Ferrari di Cortina d'Ampezzo, Quirino Longhi di Ala, Serafino Zoppini di Malè, Modesto Bleggi del Bleggio, Adriano Panizza di Vermiglio, Giuseppe Tartarotti di Bronzolo 19.
A Benesov fu internato fra gli altri Antonio Girelli che sfuggì alla forca per puro miracolo. Era figlio del gestore del "Caffè Valentino", Valentino Girelli che, venuto da Pescantina, nel Veronese, aveva aperto un locale presso la scalinata del Duomo, all'angolo fra via S.Vigilio e Via Calepina. Egli, che aveva 21 anni, affidava alle acque dell'Adige delle bottiglie contenenti notizie di carattere militare affinché venissero captate dalle autorità militari italiane di Verona. Il 13 luglio del 1915 fu sorpreso in riva al fiume, tra i reticolati del fortino dirimpetto all'attuale Michelin, e riuscì a inghiottire il biglietto che stava introducendo nella bottiglia. Fu tradotto al Castello del Buonconsiglio mentre si provvedeva a scavare la fossa e a telegrafare a Vienna chiedendo l'intervento del boia maestro Lang.
Invece fu inviato a Linz e, in seguito, a Benesov.
Nella cittadina boema guardata dal Castello di Kanopistî, si sposarono durante l'internamento Carmen Dallabona e Luigi Verner il "13 aprile dell'anno di guerra 1918", come dice un commovente biglietto a disegno conservato nell'archivio del Museo del Risorgimento di Trento; e fu composto l'inno dei P.U.:
Note
| 1 | L. Turres, Il Trentino durante la guerra, in "Il Trentino", Vallardi, 1932.
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| 2 | G. Gentili, La deputazione trentina al Parlamento di Vienna durante la guerra, Tridentum, Trento, 1920.
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| 3 | A. Degasperi, I Profughi in Austria, Milano, 1919.
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| 4 | R. Bonfanti, Il Trentino dalla guerra alla pace, Milano 1932.
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| 5 | A. Degasperi, op. cit.
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| 6 | Archivio comunale di Molina di Ledro.
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| 7 | R. Bonfanti, op. cit.
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| 8 | Museo del Risorgimento di Trento, Ms. teca E/14 II.
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| 9 | O. Brentari, Le rovine della guerra nel Trentino, Milano, 1919.
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| 10 | Disegno Museo Risorgimento, Trento.
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| 11 | Museo Risorgimento Trento, ms. teca E/2.
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| 12 | Museo Risorgimento Trento, teca E/12.
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| 13 | Museo Risorgimento Trento, teca E/2-3.
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| 14 | A. Degasperi, op. cit.
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| 15 | Vedi:Trentini sepolti nel Cimitero di Braunau e I. DOSSI, Trentini sepolti nel Cimitero di Mitterndorf, in "Alba trentina", Milano 1920-21.
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| 16 | A. Degasperi, op. cit.
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| 17 | Museo del Risorgimento, Trento, nota di Simone Dapra, teca E/12.
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| 18 | Museo Risorgimento Trento, ms. teca E/12.
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| 19 | Museo Risorgimento, teca E/12.
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