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Ci si può legittimamente chiedere come mai solo recentemente siano state calcolate le perdite militari trentine della grande guerra. Naturalmente un conteggio più preciso di quei morti, sarebbe stato più facile negli anni a ridosso della guerra, ma ciò, in un Trentino inserito nel nesso statuale dei vincitori, fu esplicitamente proibito a chi si accingeva a farlo. Tale calcolo infatti, per la sua valenza politica ed ideologica, avrebbe potuto offuscare l'immagine di un Trentino irredentista che i vincitori stavano plasmando e avrebbe impedito quindi ad "una memoria" di diventare "la memoria" del Trentino. Infatti se durante la guerra la contabilità funebre aveva unicamente lo scopo di comunicare e fissare periodicamente una realtà in continuo mutamento, al termine del conflitto essa assunse altre finalità. Poiché l'assorbimento del trauma collettivo, rappresentato dalle distruzioni e dai lutti della guerra, divenne obiettivo primario sia tra i vinti che tra i vincitori, il conteggio dei morti in guerra ed i relativi elenchi, fissati su monumenti o su appositi registri, ebbero lo scopo non solo di quantificare il sacrificio sostenuto per il raggiungimento di quegli "ideali" per cui la guerra era stata fatta, ma anche di essere come contro dono di riconoscenza e gratitudine della comunità (municipale o più ampia) per coloro che avevano dato la vita "per la Patria". La glorificazione di questi morti rendeva più tollerabile ai superstiti il peso della perdita di persone care.
Il Trentino però, inserito con tutto il Tirolo cisalpino nel nesso statale dell'Italia, si venne a trovare in una situazione molto particolare. L'Austria, erede morale dell'impero, colei che in qualche modo avrebbe potuto organizzare il riassorbimento del trauma glorificando i morti in guerra, era oltre confine mentre l'Italia, dopo un primo momento di assimilazione di quei morti ai propri, impose, come vedremo più avanti, delle pesanti limitazioni al loro culto.
E' soprattutto per questo motivo che la documentazione archivistica relativa alle perdite trentine è carente, lacunosa se non distrutta (ad esempio non sono stati finora portati alla luce, se ancora esistono nella loro completezza, i fogli matricolari dei trentini inquadrati nell'esercito austroungarico).
Uno degli strumenti utili rimastici per accertare, in qualche modo, le vittime di guerra è rappresentato dalle Liste delle perdite (feriti, morti, dispersi, prigionieri) edite, per tutta la durata del conflitto, dal Ministero della guerra. Esse però non sono del tutto affidabili. Infatti a causa delle difficoltà in cui avveniva il rilevamento dei dati, esse presentano sostanziosi difetti: lacune, dati errati, strafalcioni nella trascrizione di nomi e cognomi, omissione del luogo d'origine ed il reparto del "perso". Lo stesso Ministero riconosceva che "non erano da considerarsi senz'altro quale prova della morte; quale prova della seguita morte in guerra di una persona servirà solo l'estratto dei registri di morte da fornirsi dal Curatore d'anime competente" (ma gli archivi parrocchiali in genere riportano elenchi parziali di morti in guerra).
A tali Liste delle perdite si affiancarono le analoghe liste pubblicate dalla Croce rossa austriaca e da quella internazionale.
Fu anche per sopperire a queste manchevolezze che sorse in seno all'Associazione degli Universitari Cattolici Trentini (Auct), legata agli ambienti della curia vescovile, un Segretariato per i richiamati. Il giornale "Il Trentino" metteva a disposizione del Segretariato uno spazio in cui venivano pubblicati i nomi non solo presenti sulle Liste delle perdite (opportunamente decifrati, se era il caso), ma anche altri nominativi raccolti autonomamente. Il Segretariato infatti era in contatto non solo con i suoi lettori-informatori, ma anche con enti assistenziali simili ad esso diffusi nel resto dell'impero.
Con l'entrata in guerra dell'Italia, i giornali locali furono sospesi e il Segretariato, oltre ad assistere i profughi, dovette curare in proprio un Bollettino, settimanale, in cui l'attività di informazione relativa alle sorti dei militari trentini continuò fino alla fine della guerra.
Finito il conflitto venne il momento della conta dei morti. Nel corso del 1918 Wilhelm Winkler, responsabile dell'Ufficio statistica dell'esercito austriaco, calcolò la "carta del sangue", ossia l'incidenza dei morti sul totale della popolazione nelle diverse parti dell'Impero. Da essa per il Trentino risultò la cifra di 7.449 trentini.
Un calcolo più preciso, e con le finalità ricordate all'inizio fu tentato dall'Amministrazione provinciale del Tirolo che cercò di concludere l'Albo d'onore del Tirolo (Das Tiroler Ehrenbuch), una iniziativa avviata ancora nel 1916 ma necessariamente rinviata alla fine della guerra. In detto Albo dovevano trovare collocazione i nomi di "tutti gli eroi tirolesi che caddero sul campo d'onore". Nel febbraio 1920, una prima richiesta di elenchi di morti in guerra da parte dell'Amministrazione tirolese ai comuni trentini, incontrò il favore di questi ultimi che inviarono i nomi dei "combattenti - come scrisse il sindaco di Stramentizzo - morti sul campo di battaglia nella cessata guerra sotto la defunta Austria". Nel giugno dell'anno successivo venne inoltrata la richiesta ad altri comuni. In questa occasione intervenne immediatamente l'autorità italiana per bloccare l'iniziativa dichiarando che "non (era) ammissibile una corrispondenza diretta dei comuni di questa provincia con un'autorità estera in affari militari".
E così, come avviene dopo ogni guerra, la memoria dei vinti venne incamerata come bottino di guerra dai vincitori, e su quei morti scese il silenzio e la mistificazione, se non la condanna: "essi, sia pur quali inconsci strumenti, hanno brandito le armi contro la patria". Per essi venne anche proibito il termine "caduti" in quanto questa parola "desta il concetto di morti per la patria".
Le singole comunità trentine si trovarono quindi ad operare autonomamente il riassorbimento del trauma. Preclusa, come abbiamo visto, la via politica, si impose, non sempre pacificamente, la visione religiosa della storia. Dio aveva punito con la guerra gli uomini per i loro peccati, ma lo stesso Dio misericordioso li avrebbe consolati e nella fede i superstiti avrebbero trovato un senso ed una giustificazione ai lutti e ai dolori vissuti. Elemento importantissimo per poter ricostruire più saldamente l'integrità della comunità fu il monumento ai caduti, spesso proposto come "simulacro di tomba", e perciò collocato preferibilmente nei cimiteri. Il significato religioso del monumento - che non dispiaceva, tutt'altro, ai liberali ex irredentisti -, permise ai clericali di non mettersi in urto con i nuovi dominatori e di conservare quella preminenza politica di cui godevano già sotto l'Austria. Dal canto loro i socialisti non riuscirono ad intaccare, se non marginalmente, questa posizione. Non solo; nel 1923, su pressioni della Legione Trentina, la Prefettura ordinò che i monumenti per i trentini morti nelle fila dell'esercito austroungarico, dovevano sorgere solo all'interno dei cimiteri, essere poco appariscenti e soprattutto dovevano celebrare la "redenzione" criminalizzando nel contempo "il barbaro oppressore austriaco". Non mancò la proposta della Legione Trentina di abbattere, salvando le lapidi da apporre nei cimiteri, quei monumenti che erano sorti nelle piazze dei paesi trentini, in quanto tale luogo doveva essere riservato esclusivamente ai vincitori.
Fatto sta che il miglior strumento in grado di permettere un calcolo abbastanza preciso di quelle perdite sono gli elenchi di morti in guerra scolpiti su quei monumenti.
Dalla lettura critica di tali e dalle stime formulate per quei centri che sono sprovvisti di monumento si ricava il dato complessivo di 10.501 trentini morti, dato corrispondente al 28,7% della popolazione trentina, la metà dei quali ancora nei primi due anni di guerra (per inciso, ricordiamo che a tutt'oggi Trento è l'unico centro della Provincia che non sa quanti e che nome abbiano i suoi morti nella grande guerra, stimati in 547). I piccoli paesi di periferia, rispetto ai centri più popolati, e le zone economicamente più disagiate, rispetto al "ricco" fondovalle, lamentarono le perdite maggiori.
A ciò vanno aggiunti i volontari che morirono con la divisa dell'esercito italiano. Ad un attento esame delle fonti edite dalla Legione Trentina e dal Ministero della guerra, alla luce anche dei particolari criteri, falsificanti la realtà, adottati per la compilazione degli elenchi dei volontari (sia dei caduti che dei superstiti), il numero dei loro morti, da 132 dichiarati, si attesta per ora, sui 42 accertati.
Aldo Miorelli, insegnante