Prigionieri trentini in Russia di Armando Vadagnini

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"Nel luglio 1914 fra Austria-Ungheria e Serbia nacque un diverbio e il 3 agosto si intimarono guerra (ultimatum) e così il giorno 4 agosto 1914 scoppiò la guerra fra questi due Stati, poi seguirono pure gli altri, allora l'Austria pensò di fare la mobilitazione generale".

Chi scrive non è uno storico né un letterato, ma Alfonso Cazzolli, operaio tipografo di Tione, nato nel 1887 e morto nel 1969. Allo scoppio della prima guerra, come moltissimi altri giovani trentini, fu arruolato nell'imperial-regio esercito e mandato a combattere sul fronte orientale, cadendo ben presto prigioniero dei Russi. Delle sue vicende ci ha lasciato un diario e altri appunti che rappresentano una spia interessante (come direbbe Carlo Ginsburg) per scoprire la mentalità e la sensibilità popolare con cui la guerra venne vissuta da una parte dei trentini.

Per vari motivi, la storia dei soldati trentini in Russia rappresenta un'esperienza del tutto straordinaria all'interno dello svolgimento complessivo della grande guerra.

L'ordine di arruolamento generale in Trentino arrivò immediatamente dopo l'annuncio dell'entrata in guerra dell'Austria contro la Serbia. La leva di massa interessò gli uomini tra i 21 e i 42 anni, per cui i reclutati trentini di quei primi mesi furono circa 40mila, pari all'11 per cento della popolazione. Altri 20mila trentini furono arruolati dopo l'ingresso in guerra dell'Italia.

La maggior parte dei primi arruolati venne inviata sul fronte orientale soprattutto nella Galizia, dove i Russi avevano scatenato una rabbiosa offensiva. Il battesimo del fuoco è repentino e travolgente. Silvio Zucchelli di Riva ce ne ha lasciato un ritratto vivissimo, dove il passaggio fulmineo dalla condizione di arruolato a quella di combattente e di prigioniero è ricordato con precisione e con un senso di sgomento: "il 16 agosto arrivammo in Galizia, vicino a Leopoli, in una zona di pianura: arrivammo col treno di notte ed eravamo già sulla linea del fronte. Noi eravamo nei campi di patate e i russi erano trincerati sulle colline. Ci mandarono all'attacco il giorno dopo: attaccammo coi cannoni e coi fucili e riuscimmo a prendere le trincee russe. Mi ricordo che il fondo delle trincee era tutto coperto di scorze di semi di girasole che i russi mangiavano in continuazione. Il 5 di settembre attaccammo nella zona di Bels; ma i russi riuscirono a chiuderci in una specie di ferro di cavallo. Il 7 attaccarono i russi; erano almeno il doppio di noi e ci ritirammo. Io feci una fuga di almeno un chilometro e finii... in bocca a loro. Fui fatto prigioniero nel paese di Rovaruska".

Come lui, parecchie altre migliaia di trentini (si parla di 15mila) furono catturati dai russi, soprattutto durante il terribile inverno del '14, quando i monti Carpazi diventarono teatro di scontri violentissimi, con massacri orribili di carne umana.

Un numero così alto di prigionieri trentini è da attribuirsi non solo all'impreparazione dei comandi militari austriaci, ma anche a motivi psicologici.

Molti giovani trentini erano partiti per il fronte pensando che la guerra sarebbe finita di lì a pochi mesi.

Quando invece si accorsero della crudele realtà, prima di fare una tragica fine come i loro compagni, preferirono darsi prigionieri, pur non sapendo a quale destino sarebbero andati incontro.

Questi primi prigionieri si disseminarono un po' dappertutto nella Russia, in prevalenza nei villaggi di campagna.

I feriti vennero curati in modo umanitario. Serafino Campestrini di Telve ricorda il medico russo di un ospedale militare che, prima di operarlo, diceva scherzosamente: "Talianski, maccaroni!".

Gli altri trovarono lavoro nelle aziende e nei campi dove sostituirono gli uomini richiamati al fronte. Il loro impiego era disciplinato da un contratto che prevedeva orari e salari, con minuziosa precisione. In questo modo, per una parte dei trentini la guerra era risultata veramente "breve". Potevano sopravvivere in attesa della sua conclusione ufficiale.

La nostalgia della casa lontana e della famiglia si faceva sentire a volte in maniera straziante, ma almeno potevano ritenersi fortunati di essere usciti dal teatro infernale della guerra.

Qualcuno di questi strani "prigionieri lavoratori" si inserì così bene nell'ambiente da stringere profondi legami di amicizia, che a volte si consolidarono anche attraverso matrimoni.

Nel triste regno fetido e malsano

Nel tardo autunno del '14, lo Zar fece un passo ufficiale presso il re italiano impegnandosi a restituire i prigionieri in cambio dell'ingresso in guerra dell'Italia a fianco dell'Intesa. Ma l'offerta venne declinata perché si temeva che tale decisione avrebbe potuto compromettere la neutralità proclamata dall'Italia. Dopo la dichiarazione di guerra dell'Italia, vi furono varie iniziative da parte italiana per raccogliere i "prigionieri irredenti" (così vennero chiamati), col proposito di farli rientrare in Italia. Con il consenso del ministero russo della guerra, gli "irredenti" sparsi nei 45 governatorati dell'impero furono raccolti nel campo di Kirsànov, una piccola città nella regione del Don, e in altre due località.

La vita dei campi non era ovviamente delle più facili. Fame e freddo tormentavano i prigionieri, che erano psicologicamente molto provati anche da un alternarsi di speranze e di delusioni sul loro prossimo rientro in Italia. Lo scoraggiamento era così diffuso che in uno dei baracconi del campo, come ricorda Gaetano Bazzani, fu trovato disegnato su d'una parete un gallo maestoso in superbo atteggiamento, con sotto la scritta: "Quando questo gallo canterà, per l'Italia si partirà".

All'interno del campo sorsero anche varie iniziative allo scopo di tenere alto il morale e di stringere legami di amicizia tra compagni di sventura.

Una delle più felici fu la stampa di un giornale, "La nostra Fede", poligrafato clandestinamente, cui collaborarono " i più colti del campo", con articoli diversi, come caricature, poesie e notizie sulle vicende della guerra e il loro ritorno in Italia.

Il primo numero del febbraio 1916 chiariva in breve i fini dell'iniziativa : "Il nostro programma è nel titolo; il nostro scopo è puramente patriottico: Speriamo di poter rialzare il morale di amici tutti qui radunati. Pubblicheremo quelle novità d'interesse comune che ci perverranno da qualunque parte, smentendo quelle notizie false, che circolano di volta in volta, non sappiamo se sparse ad arte o frutto di fantasia alquanto sgradevole.

Faremo un quadro succinto dell'azione militare nei diversi campi di battaglia e cureremo pure la parte letteraria-culturale non dimenticando pure la formula dell'utile unito al dilettevole. Crediamo non sia necessario il precisare minuziosamente il nostro progetto; i numeri successivi in pratica lo verranno esplicando. Ci piace rilevare ch'è escluso ogni interesse materiale".

Tra le poesie è da ricordare quella di Ermete Bonapace, animatore del giornale, che fa la parodia (ma quanto amara!) di Dante:

"Nel mezzo del cammin di nostra vita - mi ritrovai in Russia pellegrino - per veder la gente ivi smarrita.- Ahi! quanto a dir qual era il loro - è cosa dura per un italiano - che porti palpitante un cuor latino. - Con grande fatica ai versi pongo mano - per dir di quegli spiriti dolenti - nel triste regno fetido e malsano - fra i parassiti e lo stridor dei denti".

Dopo lunghe trattative, finalmente il 16 luglio 1916 da Torino partì per la Russia una missione speciale, composta da 21 ufficiali italiani (tra i quali anche i trentini Guido Larcher, Filiberto Poli e Lorenzo Parisi), con il compito di organizzare l'operazione del rientro dei profughi in Italia.

Il campo di Kirsànov, con circa 6mila presenze, stava toccando ormai il limite del collasso. Si imponeva quindi con urgenza lo svuotamento per lasciare libero il posto ai nuovi prigionieri che in maniera capillare, ma continua, affluivano dalle parti più impensate della Russia.

Siccome però la via più facile - quella cioè che passava per la penisola balcanica - era stata sbarrata dall'ingresso in guerra della Bulgaria, si dovette elaborare un progetto molto più complesso. In varie fasi successive, tra settembre e ottobre del 1916, circa 4200 prigionieri furono trasportati in treno da Kirsànov fino al porto di Arcangelo, sul Mar Bianco. Stipati nei piroscafi, fecero il periplo di tutta la penisola scandinava prima di arrivare in Inghilterra e poi, per via terra attraverso la Francia, a Torino.

Un viaggio che in media durò quasi un mese e che sottopose a dura prova la resistenza fisica degli ex prigionieri.

In definitiva, però, questo primo contingente poteva ritenersi il più fortunato. A Torino e in altre città italiane i trentini trovarono subito un lavoro.

Ad eccezione di un numero piuttosto esiguo, gli ex prigionieri irredenti non vennero arruolati nell'esercito italiano, poiché si temeva che qualora fossero stati catturati, sarebbero stati condannati a morte, come era accaduto a Cesare Battisti.

Intanto però l'operazione aveva suscitato nell'opinione pubblica europea viva simpatia per i "profughi irredenti"; una simpatia che l'Italia si riprometteva di sfruttare al tavolo della pace.

La lunga marcia verso il Pacifico

Con l'avvicinarsi dell'inverno, il rimpatrio dei prigionieri subì una stasi, dovuta al fatto che i mari del Nord erano impraticabili a causa dei ghiacci.

Nel marzo 1917, inoltre, a Pietroburgo era scoppiata la rivoluzione e la situazione politica da allora diventò alquanto precaria.

Intanto proseguiva l'opera di rastrellamento dei prigionieri disseminati nelle varie regioni dell'immensa Russia. Kirsànov a metà del '17 si era ripopolato con più di tremila presenze.

La vita dei prigionieri trascorreva in mezzo a difficoltà sempre maggiori. Da una relazione del dott. Ferruccio Spazzali di Cavalese veniamo a sapere che il cibo era "scarso e nauseante", mentre il freddo diventava insopportabile.

"Durante tutta l'epoca dall'ottobre al maggio i poveretti con una mano mangiavano e con l'altra si battevano il corpo, saltando continuamente per evitare il congelamento dei piedi".

Fu a questo punto che iniziò ad essere studiato un progetto alquanto macchinoso ed ardito, quasi incredibile. Si trattava di attraversare tutta la parte orientale della Russia fino alla costa del Pacifico e da lì poi puntare verso gli Stati Uniti e l'Europa. Un giro del mondo carico di incognite. Sulla carta il progetto sembrava fattibile. Ma quando giunse il momento di attuarlo, la situazione si complicò ulteriormente perché l'8 novembre era scoppiata la guerra civile, che aumentò la confusione.

Allora i prigionieri furono divisi in scaglioni di 40 uomini, che alla spicciolata, tre volte al giorno aspettavano di salire sulla Transiberiana, diretti a Vladivostòk.

Il primo gruppo partì da Kirsànov il 28 dicembre. Per tutti l'ordine era di ritrovarsi al capolinea sulla costa russa del Pacifico.

Ebbe inizio così un'impresa straordinaria, epica e gigantesca, che coinvolse migliaia di prigionieri alla ricerca spasmodica del mare, che per loro rappresentava la salvezza. Gaetano Bazzani parla di una nuova "Anàbasi", dal nome della lunga ritirata dei diecimila volontari greci della Persia, come ci viene descritta dallo storico Senofonte. Ma nella letteratura più recente, anche lo scrittore cecoslovacco Jaroslav Hasek ci ha presentato le disavventure del "buon soldato Sc'veik", che è costretto all'anàbasi attraverso le pianure dell'Europa orientale: "Marciare sempre in avanti, questo significa anàbasi. Aprirsi la strada tra contrade sconosciute. Essere circondato da nemici che ti spiano per approfittare della prima occasione per torcerti il collo".

Per i prigionieri "irredenti", l'anàbasi rappresentò il trionfo dell'arrangiarsi, finché nel febbraio 1918 avvenne il ricongiungimento dei circa 2500 "viaggiatori".

Sulla costa del Pacifico furono allestiti vari campi di raccolta in attesa dell'imbarco per l'America. La situazione politica interna della Russia non offriva però elementi di sicurezza, tanto che la missione italiana preferì dirottare i prigionieri in un posto più tranquillo. Nuovo spostamento, dunque, nuovo viaggio in treno, attraverso la Manciuria fino nel cuore della Cina.

Gli ex prigionieri (di cui circa 1600 trentini) furono accampati a Tientsin e in altri centri di raccolta. Per loro iniziò una vita migliore, in attesa del ritorno in Italia.

Ma anche questa operazione subì dei ritardi. Il 25 aprile vi fu il primo imbarco: si trattava di appena un centinaio di persone, quelle più deboli e malandate di salute.

L'11 maggio sbarcarono a S. Francisco e il 27 giugno toccarono il suolo italiano a Genova.

Un altro gruppo, che comprendeva circa 150 trentini, partì il 15 giugno e alla fine di agosto sbarcò a Genova. Il loro avventuroso "giro del mondo" si era dunque concluso.

I Battaglioni Neri

Intanto per coloro che erano rimasti in Cina, si preparava un'altra incredibile esperienza.

Le potenze alleate avevano deciso di intervenire nella situazione interna della Russia per appoggiare la resistenza dei "bianchi" contro i bolscevichi. Gran parte della Siberia era controllata dalle truppe controrivoluzionarie. Ad Omsk era sorto un governo, guidato da Kolciàk, che riceveva aiuti dagli Stati occidentali.

All'impresa partecipò anche l'Italia, motivando la decisione col proposito di "vedere rapidamente portata a termine la guerra civile in Russia e con ciò annullare minacce e ripercussioni del bolscevismo negli altri paesi" (così si espresse il rappresentante italiano in una delle riunioni dei comandanti militari alleati a Vladivostòck).

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