Profughi in Italia di Manuela Broz

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Una completa panoramica sulla situazione del Trentino durante la Grande Guerra implica alcune considerazioni anche sui profughi in Italia, ossia sui Trentini che trovandosi in quelle zone di confine occupate militarmente dalle truppe italiane già nel maggio 1915, all'aggravarsi delle situazioni belliche, furono costretti dalle autorità italiane ad abbandonare le loro case e a sfollare verso il Regno d'Italia.

L'interesse verso la storia dei profughi trentini in Italia è stato fino ad oggi assai poco sentito: questo argomento è stato trattato solo di sfuggita, molto meno approfonditamente rispetto alle vicende dei profughi nell'Impero Austro-Ungarico che hanno suscitato vasta eco emozionale, grazie a numerose pubblicazioni, mostre e ricerche svolte.

Il silenzio sotto cui è passato il nostro argomento può essere giustificato dal fatto che ha interessato un numero minore di persone rispetto agli sfollati nell'Impero Austro-Ungarico, ma, riteniamo, sia dovuto anche a motivi di natura politica: è stato più facile parlare delle cattive situazioni subite dai profughi in Austria, piuttosto che di quelle, non molto migliori per la verità, in cui si trovarono i profughi in Italia. Una sorta di prudenza storiografica suggerì di non ricercare troppo in questa direzione ed una certa superficialità portò ad affermare semplicisticamente che i profughi in Austria patirono la fame, mentre in Italia vennero trattati bene, "da fratelli".

Nel 1990-'91 abbiamo condotto una ricerca su materiale archivistico e giornalistico, nonché su alcune fonti popolari, che ci ha aiutato a ricostruire in parte la situazione dei Trentini profughi in Italia, situazione che cercheremo qui di riassumere.

Gli sfollamenti della popolazione civile verso il Regno avvennero in tempi diversi a seconda delle zone interessate da eventi bellici. In totale i profughi furono circa trenta-cinquemila, suddivisi in varie zone, dispersi in gruppi più o meno numerosi.

I primi a venir fatti evacuare furono gli abitanti di alcuni paesi della Valle del Chiese, furono circa duemila persone inviate in Piemonte, dopo un periodo di sosta a Brescia. Interessanti testimonianze sull'esodo della gente di Condino si trovano nel quaderno n. 15 della rivista "Passato e Presente" del gruppo storico-culturale "Il Chiese".

Nell'autunno-inverno 1915-16 furono eseguiti altri sfollamenti dai comuni di Livinallongo, Canal San Bovo, Torcegno e Brentonico, dai quali furono allontanate circa duemilacinquecento persone.

Il grosso degli sfollamenti si ebbe però verso la fine del maggio 1916, conseguentemente alla controffensiva austriaca conosciuta come "Strafexpedition", in quel periodo furono infatti evacuati alcuni paesi della Vallagarina, e parte della Valsugana: vennero fatti sfollare verso l'Italia gli abitanti di Santa Margherita, Chizzola, Brentonico, dei paesi dell'Alta Vallarsa e di quelli del distretto di Grigno e Strigno.

La gran massa di gente allontanata in tutta fretta dalle proprie case visse il momento dell'esodo in maniera drammatica sia perché inaspettato e compiuto nella gran confusione ed incertezza, sia perché l'organizzazione fu assai precaria.

Le autorità militari italiane assicuravano che si sarebbe trattato di un allontanamento provvisorio per cui la gente pensò di prendere con sé solo lo stretto necessario e di nascondere e sistemare nelle case i beni più voluminosi, gli animali furono presi al seguito per un certo tratto, poi dovettero essere consegnati alle truppe.

Il momento della partenza è sempre molto ricordato nelle testimonianze, sia nelle lettere che nei diari, la drammaticità dell'evento è rimasta ancor viva pure nella memoria delle persone anziane che ricordano a tutt'oggi con lucidità particolari personali (oggetti lasciati in casa e mai più ritrovati), o generali (lo scoppio delle bombe, la fila dei profughi, la triste sorte dei malati, i soldati feriti lungo la strada).

Alle difficoltà del viaggio seguirono poi quelle relative alle sistemazioni che furono quasi sempre, almeno inizialmente, assai precarie.

Il gran numero di profughi giunti nel maggio-giugno 1916 venne temporaneamente diretto verso il Veneto, verso Milano o Firenze e da quelle zone indirizzato poi in vari luoghi della penisola, dal nord al sud, non sempre tenendo conto dei desideri delle persone e mantenendo uniti gruppi di parentado o di paese.

A quell'epoca, secondo le relazioni della Commissione Centrale di Patronato fra Fuorusciti Adriatici e Trentini, vi erano circa trentacinquemila profughi trentini dispersi in più di trecento comuni (vedi cartina).

E' difficile, a questo punto, parlare in termini generali delle condizioni dei profughi, perché esse differirono da luogo a luogo, a seconda della sensibilità e delle possibilità delle amministrazioni locali, nonché dell'esistenza o meno di enti di assistenza.

Come ebbe a denunciare Ottone Brentari in una sua famosa relazione sulla situazione dei profughi, essi si trovavano bene o male unicamente a seconda della fortuna che ebbero di capitare in un posto piuttosto che in un altro. Il caso, quindi, e non il diritto determinava la loro sorte, dato che il governo non aveva emanato alcuna disposizione generale sui profughi, ma solo indicazioni e suggerimenti, di volta in volta diversi, e talvolta contrastanti, ai prefetti e ai sindaci delle zone che dovevano accogliere i profughi.

Si ebbero, così, situazioni in cui i profughi venivano controllati a vista, considerati quasi come prigionieri o comunque sospettati e guardati con ostilità, ed altre situazioni in cui essi poterono godere di maggiori libertà, il che, però, poteva anche comportare indifferenza nei loro confronti, con conseguente mancanza di aiuti per la ricerca dell'alloggio e dei modi di sostentamento.

Con il passare del tempo ed anche grazie alle pressioni di alcuni Circoli Trentini operanti in Italia, e della Commissione Centrale di Roma, la situazione andò migliorando e si cercò di organizzare una uniformità di trattamento, sia fra i profughi trentini ed adriatici e slavi, sia più tardi, dopo la rotta di Caporetto, con i profughi veneti.

E' però solo del gennaio 1918 il decreto dell'Alto Commissariato per i Profughi di Guerra che fissa i sussidi giornalieri ed altre regole cui doveva attenersi l'organizzazione degli aiuti ai profughi.

Indubbiamente la situazione difficile della nazione in guerra poneva molti e pressanti problemi ed è comprensibile che quello dei profughi "austriaci" non venisse considerato fra i principali, come si sarebbero aspettati gli ambienti nazionalistici ed irredentistici, che vedevano un vantaggio del tutto propagandistico nell'aiuto ai profughi: per loro l'Italia avrebbe dovuto sfruttare l'occasione di dimostrare ai fedeli sudditi asburgici il proprio volto materno con un'organizzazione degli aiuti impeccabile e disinteressata. In questo modo, li avrebbe convinti all'idea nazionale, molto più efficacemente che in tanti comizi e conferenze patriottiche

Ma in questo senso le attese degli irredentisti furono deluse: va infatti detto che nella questione dei profughi mancò organizzazione e sistematicità e ciò fu dovuto, più che a indifferenza o disinteresse, ad una certa superficialità che induceva a considerare il problema come puramente provvisorio dato che si prevedeva imminente la fine della guerra. Come sappiamo, invece le previsioni furono disattese, la guerra durò ben più a lungo e l'esodo dei profughi si prolungò per due, tre anni.

Dopo questa panoramica generale ci soffermiamo ora su due tipologie di sistemazione nelle quali potevano trovarsi i profughi: concentrati nelle colonie profughi o dislocati per piccoli gruppi in paesi e città.

Le colonie profughi erano istituite presso grandi edifici pubblici: asili, caserme, scuole e raccoglievano un gran numero di profughi, spesso provenienti dalla stessa zona, come avvenne per la colonia profughi di Celle Ligure, ove trovarono sistemazione i circa millesei-cento profughi della Vallarsa, o come la colonia profughi di Piazza d'Armi a Milano, che raccoglieva milledue-cento profughi della Valsugana.

Le colonie profughi si amministravano autonomamente, attraverso i sussidi che venivano distribuiti alla direzione della colonia, la quale provvedeva alle necessità della sua popolazione. Il direttore della colonia veniva coadiuvato dai capigruppo scelti fra i profughi stessi, venivano istituiti scuole ed asili, nonché laboratori di vario genere: calzaturificio e sartoria erano i più diffusi e consentivano, con l'impiego della manodopera presente, un'autonoma fonte di reddito e di produzione di generi di prima necessità.

All'interno della colonia venivano istituiti anche infermerie o ambulatori medici, oltre ad altri servizi ausiliari. La cucina, le opere di pulizia e di lavanderia venivano eseguite dai profughi stessi.

Si trattava, ci sembra, di un mondo un po' chiuso in se stesso, dove i contatti con l'esterno erano limitati a coloro che lavorano fuori dalla colonia, spesso occupati in stabilimenti industriali.

Coloro che invece vissero indipendentemente, in piccoli appartamenti o stanze d'affitto, lo fecero per motivi di lavoro o perché nei luoghi ove si trovavano non esistevano le colonie. Il sistema della dislocazione in piccoli gruppi poteva in teoria favorire i contatti tra i profughi e la popolazione locale, ma spesso invece si ebbe un eccessivo frammentarismo che portò ad isolare i Trentini. Nell'Italia Centrale e Meridionale, ove questo sistema fu portato avanti per la maggior parte in piccoli centri rurali, diede risultati di vero e proprio isolamento, se non di quasi abbandono.

Anche nel resto d'Italia, però, non sempre le occasioni di incontro fra Italiani ed "Austriaci" furono sfruttate positivamente, le fonti archivistiche e giornalistiche riportano non pochi casi di ingiustizie e difficoltà per i bambini che dovevano frequentare la scuola: o non venivano accolti o, poiché maltrattati, venivano trattenuti a casa.

Questi profughi venivano anche più raramente visitati dagli ispettori della Commissione Centrale e spesso meno aiutati con sussidi straordinari o da enti ed associazioni varie, rispetto a coloro che appartenevano ad una grande colonia di profughi.

Nelle lettere che i profughi scrivevano alla Commissione Centrale di Patronato fra Fuorusciti Adriatici e Trentini si trovano spesso richieste di aiuto da parte di questi profughi che dimostrano di sentirsi piuttosto abbandonati a loro stessi e spesso vittime di veri e propri abusi o speculazioni sulla miseria.

A guerra finita, per ragioni umanitarie e politiche, fu data precedenza al rientro in Trentino dei profughi che si trovavano in Austria, per cui i rientri dall'Italia furono posticipati e scaglionati anche fino al 1919. Non furono pochi coloro che, per l'impazienza di ritornare ai loro paesi, lo fecero autonomamente, senza autorizzazioni, perdendo così la possibilità di frui-re degli aiuti organizzati e rimanendo privi dei sussidi. In genere, comunque, la stagione invernale contribuì a rimandare i rientri alla primavera o all'estate successiva. Alcune famiglie avevano inviato uno o due componenti ai propri paesi, per rendersi conto della situazione. La totale distruzione non invogliò molto le partenze, anche se vi erano coloro che avrebbero voluto subito riprendere e ricominciare la vita nei propri paesi. Infatti tutti, presto o tardi, tornarono e si impegnarono seppur tra mille difficoltà nella ricostruzione, ma questa è un'altra pagina, pure dolorosa, della storia trentina.

Prima di concludere ci sembra importante un'ultima annotazione: tutti tornavano alle loro case e le motivazioni patriottiche che erano state così importanti prima della guerra: "filoitaliano" o "austriacante", divenivano del tutto secondarie, la storia percepita dalla gente comune non era un'entità astratta e lontana, ma stava proprio in quel paese che loro erano stati costretti ad abbandonare, nella casa, nella famiglia che avevano sofferto dolore e violenza e che ora necessitavano di cure, lavoro e fatica.

Manuela Broz, direttrice didattica

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