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L'attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914 contro l'arciduca ereditario Francesco Ferdinando costituì per l'Austria l'occasione di risolvere definitivamente la questione della Serbia. Dopo uno scambio di pareri con il governo di Berlino, il consiglio dei ministri austriaco decise di inviare alla Serbia un ultimatum durissimo, tale da costringere Belgrado a respingerlo. L'ultimatum venne comunicato al governo italiano, che non era stato preventivamente consultato come avrebbe imposto il trattato della Triplice alleanza, solo il 24 luglio, un giorno dopo l'avvenuto inoltro alla Serbia. Il ministro degli esteri Antonino di San Giuliano, attraverso i propri ambasciatori Giuseppe Avarna a Vienna e Riccardo Bollati a Berlino, faceva immediatamente sapere ai governi alleati come eventuali occupazioni territoriali senza il consenso italiano sarebbero state considerate in violazione della Triplice e, comunque, avrebbero comportato dei compensi. Il 28 luglio l'Austria - Ungheria dichiarava guerra alla Serbia ed il 1° agosto la Germania la dichiarava alla Russia che aveva mobilitato le proprie truppe: il conflitto si era ormai avviato a diventare europeo portando, in tempi brevissimi, alla dichiarazione delle ostilità alla Francia il 3 agosto, alla violazione, il 4, della neutralità del Belgio e all'entrata in guerra della Gran Bretagna contro la Germania il 5 agosto.
L'Italia il 3 agosto dichiarava la propria neutralità ai termini della Triplice in quanto l'Austria risultava l'attaccante, non l'attaccata; ma la sua decisione, fondata da un punto di vista giuridico, corrispondeva anche al desiderio di valutare quale fosse la posizione più utile agli interessi nazionali, se la neutralità benevola verso gli imperi centrali o l'entrata in guerra con le potenze dell'Intesa in modo da trarre il massimo vantaggio al tavolo del futuro congresso per la pace. Fra il 4 e il 7 agosto si tennero veloci consultazioni fra i governi di Pietroburgo, Parigi e Londra che, ipotizzando la disponibilità austriaca alla cessione del Trentino e di Valona all'Italia, s'impegnavano a promettere al regno, oltre a questi territori, anche Trieste pur di averlo come alleato.
Nonostante il rifiuto di Vienna ad ogni cessione ed i pressanti inviti dell'Intesa sollecitata, specie dalla Russia, a largheggiare nelle concessioni, il primo ministro Antonio Salandra ed il ministro agli esteri Antonino di San Giuliano - che fino dal 9 agosto aveva abbozzato uno schema di accordo con Francia, Inghilterra e Russia ponendo in primo luogo l'ottenimento del Trentino - preferirono ribadire la scelta della neutralità, consapevoli della forza consistente degli imperi centrali contro la quale non avrebbe retto l'esercito italiano militarmente impreparato. A questo punto, su sollecitazione del ministro degli esteri inglese Edward Grey, Francia e Russia cessarono di fare pressioni sull'Italia in attesa dell'evolversi della situazione, ma non si interruppero i contatti con l'Intesa rigorosamente tenuti solo attraverso l'ambasciatore a Londra, Guglielmo Imperiali, perché si dubitava della segretezza mantenuta negli ambienti romani e dei diplomatici francesi ritenuti troppo loquaci.
Nel settembre, dopo le sconfitte tedesche della Marna e di Leopoli, il di San Giuliano considerò meno azzardata l'idea dell'intervento a fianco dell'Intesa, previa un'operazione navale nell'Adriatico che infliggesse all'Austria una ulteriore sconfitta e l'assicurazione di una serie di compensi territoriali, portati oltre la rivendicazione delle terre irredente, con l'aggiunta di pretese in Asia Minore e vantaggi coloniali. L'Austria, nel frattempo, non rimaneva passiva e cercava di convincere alla neutralità il governo di Roma anche servendosi dell'azione influente degli ambienti del Vaticano, pur rimanendo ferma nel diniego a qualsiasi cessione in favore del regno. La morte del di San Giuliano, avvenuta il 16 ottobre, privava il paese di un uomo abile e competente nei giochi della diplomazia; il suo posto, dopo un breve interim di Salandra, venne preso il 4 novembre da Sidney Sonnino. L'iniziativa russa dell'ottobre di liberare tutti i prigionieri di nazionalità italiana, purché il governo non li restituisse all'Austria, creò più imbarazzi che compiacimenti e venne lasciata prudentemente cadere perché avrebbe rappresentato una palese violazione della neutralità. Questo non significava il venire meno dei contatti con l'Intesa tanto che, agli inizi di novembre, era stato approntato il testo del "telegrammone", rivisto da Sonnino, Salandra e dal ministro delle colonie Ferdinando Martini, contenente le condizioni dell'accordo per dichiarare guerra all'Austria - Ungheria: in esso si rivendicava "il Trentino e il Tirolo Cisalpino" fino al crinale delle Alpi segnato dal Brennero.
L'attività diplomatica del governo italiano continuava ad agire su due fronti in attesa di cogliere le occasioni propizie. A pochi giorni dall'assunzione del dicastero degli esteri il Sonnino, constatata la disponibilità della Germania a premere sull'Austria per la cessione del Trentino, incaricava l'ambasciatore Avarna di inoltrare ufficialmente la questione dei compensi al ministero degli esteri di Vienna. Agli inizi di dicembre giungeva a Roma, come ambasciatore della Germania, l'ex cancelliere principe von Bülow che per la conoscenza del paese, la parentela (era genero di donna Laura Minghetti) e le numerose amicizie poteva essere considerato l'unico in grado di influire sul governo italiano perché si limitasse a chiedere non più del Trentino, e convincere l'Austria a cedere il Tirolo italiano. Da questo momento vi fu un continuo susseguirsi di passi diplomatici, tenuti gelosamente segreti attraverso l'uso di telegrammi cifrati, nonostante l'opinione pubblica e le correnti politiche attestate sui due poli del neutralismo e dell'interventismo reclamassero di essere informate sullo sviluppo degli avvenimenti.
La richiesta del Trentino comportava l'esatta consapevolezza dell'estensione geografica delle terre da rivendicare, ma né il ministro degli esteri né il Salandra avevano in proposito le idee chiare tanto da dovere affrettarsi a raccogliere una documentazione storica per stabilire a quale area si potesse legittimamente attribuire la denominazione di Trentino. L'11 dicembre il capo di stato maggiore dell'esercito, generale Cadorna, forniva al Sonnino gli schizzi del paese con segnati il confine napoleonico, quello etnico e quello geografico. In un primo momento si pensò alla corrispondenza del Trentino con il vescovado di Trento, ma questa identificazione risultava oscura perché il principato vescovile e la diocesi non erano mai stati coincidenti ed entrambi avevano conosciuto oscillazioni dei confini nel corso dei secoli. Il Sonnino allora si orientò ad eguagliare il Trentino con l'estensione del Dipartimento dell'Alto Adige incluso da Napoleone nel Regno italico, nonostante il Bülow osservasse come Bolzano e la valle Venosta fossero abitate da popolazioni tedesche.
Una ulteriore difficoltà per ottenere la cessione del Trentino derivava dal fatto che Francesco Giuseppe portava il titolo di conte del Tirolo, la "provincia fedelissima" in proprietà agli Asburgo da otto secoli, tanto da preferire l'abdicazione alla rinuncia di un territorio del quale non era disposto a cedere nemmeno un'unghia. Di fronte all'intransigenza dell'anziano imperatore il Sonnino ricorse ancora una volta alla documentazione storica che chiariva, con lampante evidenza, come il Trentino fosse stato per la prima volta riunito al Tirolo solo nel dicembre 1802, all'atto della secolarizzazione del principato vescovile, non prima in quanto incluso in uno staterello ecclesiastico di origine feudale, indipendente di diritto se non sempre di fatto. Dopo la parentesi bavarese e napoleonica l'Austria, con risoluzione sovrana del 7 aprile 1815, aveva unito la parte transalpina e cisalpina del Tirolo ed il territorio dell'ex principato vescovile di Trento nell'unica Contea tirolese rendendo definitiva la sovranità asburgica che, in questo modo ed a ragione veduta risultava, per il Trentino, non di otto secoli ma relativamente recente.
Il ministro degli esteri austriaco, Leopold von Berchtold, premuto dal Bülow e rassegnato all'opportunità di cedere il Trentino all'Italia, si trovava costantemente di fronte alla chiusura del sovrano, dell'autorità ungherese, del generale Conrad: fu, questo, uno dei motivi che lo indussero a rassegnare le dimissioni nel gennaio 1915 dopo avere comunicato ad Avarna il rifiuto del governo ad accettare le richieste di Sonnino. Al dicastero degli esteri egli venne sostituito da Istvan Burian.
Durante il mese di febbraio la diplomazia germanica e quella del Vaticano continuarono ad insistere presso il governo di Vienna perché si decidesse ad accordarsi con l'Italia ed a cedere il Trentino, condizione necessaria per assicurare la neutralità del regno ed impedirne l'intervento a fianco dell'Intesa, una minaccia che stava diventando sempre più consistente. Il 3 marzo infatti il Sonnino, attraverso l'ambasciatore Imperiali, aveva comunicato ufficialmente a Londra le condizioni italiane per entrare in guerra contro l'Austria - Ungheria, già spedite il 16 febbraio, articolate in una serie di richieste che andavano ben oltre il Trentino ottenuto "seguendo il confine geografico e naturale (confine del Brennero)" e giudicate dal Grey "un po' esagerate".
Finalmente, l'8 marzo, il governo austriaco si piegò ad accettare la cessione del Trentino - da attuarsi però alla fine del conflitto - ma non a modificare la linea dell'Isonzo. Sull'abdicazione di Vienna avevano influito non poco gli argomenti di Giovanni Giolitti, convinto neutralista, nella consapevolezza che una guerra combattuta, non importa se sull'uno o sull'altro fronte, avrebbe apportato all'Italia solo lutti, devastazioni e crisi profonde. Sarebbe stato opportuno concludere le trattative nel corso della sessione parlamentare, con una maggioranza dell'assise schierata sulla linea neutralista dell'ex presidente del consiglio, prima dell'aggiornamento della Camera a tempi lunghi.
Dopo la risposta di disponibilità da parte del governo austriaco si iniziarono fra Roma e Vienna i colloqui ufficiali sui territori oggetto di cessione, ma complicati da due questioni che si presentavano fin dal primo momento irte di difficoltà o addirittura insolubili. La prima riguardava la data del trasferimento che, per l'Italia, avrebbe dovuto essere immediato nel timore di un ripensamento da parte austriaca nel caso di vittoria degli imperi centrali; da effettuarsi per l'Austria solo alla fine del conflitto perché la rinuncia ad un territorio abitato da minoranze avrebbe provocato identiche richieste in altre province dell'impero. La seconda era relativa al trattamento da destinarsi ai militari di nazionalità italiana arruolati nell'esercito austroungarico inviati al fronte o a prestare servizio nelle retrovie.
I richiamati trentini non erano pochi: con la leva in massa del luglio 1914 il numero dei precettati si aggirava intorno ai 40.000, portati poi a 60.000 con la mobilitazione del maggio 1915. Il problema, oltre ad avere risvolti politici e di interesse militare, rivestiva forti implicazioni di natura sociale ed umana perché non era possibile chiedere ai cittadini di combattere e di rischiare la vita per uno stato che non era o non sarebbe stato più il loro. Già nel gennaio la questione era stata sollevata dal Sonnino al von Bülow ottenendone come risposta che i trentini nell'esercito imperiale si battevano bene. Nel marzo il ministro degli esteri aveva ancora insistito con il Bülow richiamandolo sulla condizione paradossale dei militari italiani chiamati a combattere per una causa estranea; in particolare si poneva il problema, una volta stabilita la cessione del Trentino anche se non fissata la data, di come e da chi dovessero essere giudicati i disertori.
Mentre erano in corso le trattative fra Italia ed Austria le potenze dell'Intesa, il 19 marzo, decidevano di accettare le richieste di Roma, salve modificazioni in Dalmazia volute dalla Russia. Il Barrère, ambasciatore francese in Italia, comunicava a Parigi come, dopo sette mesi di guerra, l'opinione pubblica del regno non riteneva più sufficiente la sola acquisizione del Trentino e bisognava compiere gli ultimi passi per indurre il governo italiano a schierarsi con l'Intesa.
Il definitivo schema di accordo con l'Austria contenente le richieste italiane venne telegrafato da Sonnino all'ambasciatore Avarna l'8 aprile; in esso si reclamava l'occupazione immediata da parte italiana dei territori ceduti (il Trentino con i confini alla linea napoleonica, Gradisca e Gorizia), l'erezione di Trieste in città indipendente, i diritti su Valona ed alcune isole dell'Adriatico ed il congedo immediato dei militari provenienti da tutte queste zone. Il Burian, con risposta del 16 aprile, respingeva la richiesta di cessione immediata del Trentino - gli altri territori erano esclusi - ma con la precisazione che il suo confine doveva intendersi a Salorno. Salandra e Sonnino, vista la chiusura da parte austriaca, decisero immediatamente di concludere i colloqui con l'Intesa ed il 26 aprile, senza consultare la Camera che nel frattempo era stata chiusa, i rappresentanti di Italia, Inghilterra, Francia e Russia firmavano il patto di Londra che prevedeva per l'Italia, oltre alle altre acquisizioni territoriali, il Trentino fino alla frontiera del Brennero e la città di Trieste.
Non per questo cessavano le trattative con l'Austria; Vienna, infatti, servendosi dell'intermediazione del Bülow, delle vie del Vaticano e della prestigiosa figura del Giolitti, continuava a premere in favore della neutralità, anche dopo la denuncia della Triplice effettuata il 3 maggio. Nuove proposte di concessione da parte del governo austroungarico furono inoltrate a Sonnino il 6, l'11 ed il 19 maggio dove si indugiava ancora sulla immediata cessione del Trentino, ma si consentiva al ritiro dei militari italiani dalle linee di combattimento e all'amnistia per i condannati sottoposti a processo per ragioni politiche e militari dei paesi destinati ad essere trasferiti all'Italia.
Mentre il movimento interventista s'infiammava al massimo traendo esca dalla concione del d'Annunzio, il Salandra rassegnò le proprie dimissioni avendo constatato di non avere l'appoggio della maggioranza parlamentare. La crisi venne risolta da Vittorio Emanuele che respinse le dimissioni ed al Parlamento, convocato per il 20 maggio, non rimase che ratificare quanto già deciso in altra sede. Il 23 maggio l'Italia inviava l'ultimatum ed il 24 dichiarava la guerra all'Austria - Ungheria, ma non alla Germania: il Trentino sarebbe diventato zona di operazioni militari con le relative conseguenze in sofferenze umane e devastazioni del territorio.
Maria Garbari, storico
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