Volontari trentini nell'esercito italiano di Miria Manzana

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In questa ricerca mi sono occupata di una esigua minoranza di soldati trentini: quei seicentocinquanta uomini che nel maggio 1915 si presentarono ai Comandi Militari Italiani per essere arruolati nell'esercito regolare italiano. Ad essi, nel corso della guerra, se ne aggiunsero altri cento-centocinquanta; per cui si può dire che i volontari trentini nel Regio Esercito furono circa ottocento (sono proprio una minoranza se vengono messi a confronto con i 60.000 trentini, tra i diciotto e i cinquant'anni, che dovettero sottostare alla leva in massa austriaca e furono destinati principalmente in Galizia sul fronte orientale) 1.

Questi volontari erano quasi tutti di estrazione borghese medio-alta e di formazione liberale o socialista, molti giovani studenti educati dalle famiglie a sentimenti di italianità, ma c'erano anche maturi professionisti, commercianti ed artigiani. Gli appartenenti ai ceti più bassi erano arrotini, fochisti a bordo di navi, camerieri, falegnami, tappezzieri, attività che probabilmente li avevano portati fuori dal Trentino, a diretto contatto con la realtà italiana, con operai sociali ed avevano perciò favorito la formazione di una coscienza socialista e nazionale. La maggior parte era residente a Trento e Rovereto, ma un po' tutte le valli avevano qualche rappresentante. Molti trentini avevano i requisiti per ottenere la nomina a sottotenente e tenente e il rapporto tra ufficiali e soldati era 2/3 contro 1/3; furono disseminati tra le varie armi e i vari reparti dell'esercito (più di 400 però riuscirono ad arruolarsi negli Alpini, l'arma più ambita).

La storiografia ufficiale trentina ha sempre presentato i grandi eroi dell'irredentismo: Cesare Battisti, Damiano Chiesa, Fabio Filzi, con intenti encomiastici e glorificatori. Si sono trascurati così tutti gli altri volontari, non rilevando le diverse sfumature di comportamento e di sentimenti esistenti tra loro, contribuendo così a creare il mito dei volontari "superuomini".

In questa ricerca ho esaminato questo mito, cercando di vedere i volontari al di fuori degli schemi ufficiali; perciò ho analizzato la loro corrispondenza, quasi 8000 lettere depositate presso il Museo del Risorgimento di Trento, ma non ho evidenziato l'aspetto patriottico, pur presente in gran parte delle lettere, ormai ampiamente conosciuto e diffuso 2, ho cercato invece di vedere come i singoli soldati reagivano e si ponevano di fronte alle varie situazioni della vita di guerra, nella quotidianità della loro vicenda storica di partecipanti volontari al primo conflitto mondiale. Usando questa chiave di lettura sono emerse, le loro difficoltà nell'inserimento nell'esercito, le insinuazioni, le incomprensioni ed i problemi avuti per la loro particolare posizione di irredenti.

Naturalmente le lettere sono diverse in quanto dipendono dalla personalità e dalla sensibilità di chi le scrive: c'è chi coglie i problemi e si dà da fare per risolverli e chi li accetta passivamente, chi è diffidente e per nulla si deprime, si sente emarginato e chi invece è paziente, calmo, sereno e non recrimina mai.

Chi sono i destinatari di queste lettere? Il fondo d'archivio più consistente preso in esame - più di 4000 lettere - è quello della "Famiglia del Volontario Trentino", un'associazione composta esclusivamente da donne trentine fuoriuscite, animate dalla stessa fede e dagli stessi ideali sinceri degli uomini in guerra, che aiutarono e confortarono, sia materialmente che moralmente i volontari trentini 3. Ci sono vari tipi di lettere: alcune inviano laconici saluti, altre richiedono solo sussidi, non poche raccontano della vita di trincea e dei combattimenti, altre ancora sono veri e propri sfoghi che confessano le difficoltà, le debolezze, la stanchezza che provavano i volontari trentini in guerra.

I soldati scrivevano volentieri anche alla Legione Trentina, associazione sorta nella primavera del 1917 coordinata e diretta da combattenti o ex combattenti, che pure si proponeva di aiutare e sostenere i volontari, i quali si rivolgevano ad essa sicuri di essere compresi e scrivevano liberamente di specifici problemi militari. Non c'era invece molta confidenza verso le commissioni di patronato per profughi e fuoriusciti di Roma e di Milano, a meno che non si conoscessero personalmente i responsabili. 4

Quando si esaminano lettere di guerra non bisogna dimenticare l'esistenza della censura postale che inevitabilmente frenava certi discorsi e affermazioni; altrettanto forte tuttavia era l'influenza dell'autocensura che bloccava i discorsi più intimi. Era sicuramente difficile sfogarsi e confidarsi con persone ignote, i "signori" e le "signorine" dei comitati a cui i volontari davano educatamente del lei e con cui mantenevano sempre rispettose distanze.

Non ho colto grande differenza tra la corrispondenza degli ufficiali e quella dei soldati, del resto si sa che per molti aspetti gli ufficiali di complemento dei gradi minori erano più vicini alla truppa che gli alti comandi.

Tutte le lettere sono scritte in buon italiano, quelle dei soldati semplici presentano qualche contaminazione dialettale soprattutto a livello ortografico; scempiamento delle doppie o ipercorrettismo, divisione delle parole errata, punteggiatura precaria o omessa.

Grandissima fu la gioia dei volontari trentini nel ricevere le prime lettere della F.V.T.

Amadio Zanini da Udine il 28-12-1915 scrive: "Non potrà dubitare qual gioia si è fusa in me nel aver quella sua lettera. Continuo a leger e rileger perchè mi par di sentire la voce di persone dei miei amai paesi. Quella lettera a fato in me un efeto straordinario cioè come quando un regimento che e a un asalto che si trova un po debole e che vede avenire un altro in rinforzo". 5

L'invio delle lettere e dei pacchi continuò per tutta la durata della guerra.

Il 24-2-1917 dalla zona di guerra Emilio Bonora scrive: "Questa sera indosso le calze lunghe che è molto comodissime per riparare il freddo e lascia circolare il sangue, mentre colle fasce mi sentivo legato, brave Signorine Loro combatte anche ad essere a Firenze per l'aiuto che a noi ci spiana in più tristi momenti, ma anch'io contracambierò nell'avvenire a tutto il suo aiuto. Respiro una zigaretta, scrivo colla sua penna e carta prendo il caffe dolce e sempre penso al disturbo che Loro si prende a mio riguardo". 6

Vorrei toccare attraverso una lettera di Patrizio Bosetti (personaggio di un certo rilievo della storia trentina del tempo, capo della Lega dei Contadini sorta nel 1910, partito democratico che si proponeva di sollevare le condizioni dei contadini, di scuoterli dall'indifferentismo, educarli e spingerli all'esercizio dei loro doveri e diritti politici e amministrativi) la difficoltà avuta dai volontari trentini nell'inserimento nell'esercito. Le truppe spesso anche agli ufficiali videro in loro i colpevoli e i promotori della guerra, essi suscitarono "la differenza di chi teme che in un suddito austro-ungarico - in definitiva un ribelle, un disertore - possa pur sempre celarsi una spia". 7

Queste difficoltà furono acuite da ben tre circolari del Comando Supremo che imponevano il ritiro degli irredentisti dalla prima linea. La motivazione ufficiale della prima, nell'agosto 1916 poco dopo l'uccisione di Cesare Battisti, era quella di voler evitare ai volontari la cattura e l'impiccagione prevista dagli austriaci per i "traditori". La disposizione fu poi ritirata ed i volontari poterono tornare in prima linea facendo una speciale richiesta. Quando dopo quasi tre anni di guerra, nel gennaio 1918, arrivò un'altra circolare con lo stesso ordine, i volontari pensarono che i superiori non avessero fiducia in loro e li allontanassero ritenendoli spie. Si levarono numerose e vibranti proteste, indirizzate soprattutto alla Legione Trentina, perché intervenisse a loro difesa.

Patrizio Bosetti, nella lettera del 10.02.1918 da Boscochiesanuova (VR), scrive che: "Già triste era la nostra posizione prima dell'ultimo decreto ora essa si fa più triste ancora. Chi è vissuto (e noi lo sappiamo) tra le file militari a dovuto ingoiare molta saliva amara: soffrire e tacere. Non tutti i colleghi ufficiali compresero il nostro sacrificio: i soldati poi ci guardarono, fin che non si era accapparata la loro stima e fiducia, come coloro peri quali solo essi dovevano fare la guerra a cui vi erano trascinati. Quante imprecazioni ò intuito a carico di "Trento e Trieste" e non dà soli soldati. Purtroppo è così ed a noi idealisti non è più consentita l'illusione che avevamo al principio. Il nostro entusiasmo, la nostra fede poco valsero sulla massa la cui opinione à nostro riguardo fu ed è che, siamo disoccupati, dovemmo arruolarci per vivere, fu ed è che siamo degli intrusi. Il decreto attuale ci sarà di un danno morale enorme. La nostra posizione come ufficiali è insostenibile ora". 8

Gustavo Ochner avverte molto la diversità tra lui, trentino, e gli altri commilitoni, si sfoga scrivendo lunghe lettere amare alla F.V.T. Il 10-10-1917 scrive: "Non mi manca nulla, sto benissimo ma tante volte nelle nostre condizioni è gioco-forza di passare delle giornate brutte, quando le passano chi pure soldato ha il confornto della famiglia o di altra persona cara. Tanti di noi, ed io sono fra i quali, non abbiamo nessuno ed allora nulla di più facile che sentire l'assoluto vuoto attorno a noi. Perchè purtroppo ben pocchi sono i nostri fratelli, diciamo del Regno, che veramente ci comprendono e ciò che fa più male è il sentire qualche frase vaga, colta a volo e che uccide moralmente l'individuo e che se non fosse il grande amore al nostro Trentino che ci sostiene, si abbandonerebbe l'impresa un pò troppo ardua. Ho potuto constatare molte volte che non siamo ben visti, quasi, quasi tolerati, ed io attribuisco tutto alla ignoranza sul nostro paese, su noi, sui nostri costumi". 9

Lo storico Piero Melograni rileva che lo stato d'animo iniziale delle truppe era nel complesso elevato, da circa cinquant'anni non si combatteva in Italia e i soldati immaginavano di dover fare assalti in verdi pianure con accompagnamento di fanfare e credevano che "ci sarebbero state due o tre grandi decisive battaglie e poi, prima dell'inverno, quella fine vittoriosa che era nelle speranze di ognuno". 10

Il morale dei trentini, nonostante le amarezze causate dalla loro situazione anomala, fu in genere sempre alto. In alcune lettere si riscontra addirittura una particolare sensazione di "allegrezza" conseguenza dell'ideale dei trentini, del loro approccio positivo verso la guerra.

Ecco alcune delle testimonianze trovate.

Bruno Fedrigolli dal fronte il 10-10-1915: "Qui si vive in un'atmosfera di eccitazione, di continuo entusiasmo, il quale contribuisce molto a mantenerci allegri e sempre pronti...". 11

Italo Maroni, dalla zona di guerra il 3-1-1917, scrive: "Ma un tempo non si pensava verosimile poter vivere così, ed aver tanto spirito, passar delle giornate con l'animo tranquillo, giulivo, fra tanti guai, intemperie, ecc...". 12

Il soldato Giovanni de Carli scrive dal fronte il 12-1-1916: "Come mi scrivono loro, credono che qua si sia demoralizzati tanto fisicamente come moralmente? Questo non è. Non qua, e sarà su tutta la linea di combattimento, dopo 7 mesi che si è in questi paragi siamo diventati tanti orsi polari non si conosce più ne gentilezze ne commenti aristocratici ecc. Il primo nostro pensiero è sempre quello di studiarne sempre di nuove, non si fà che lavorare ridere mangiare e strambarie delle più maliziose. Le cannonate e le pallottole che fischiano ci diciamo qualche frase dietro senza nessun preoccupazione, i momenti di risposo si cerca di passare il tempo con lo scrivere e raccontare le vite passate...?? Non è come si crede la guerra! anche nei combattimenti si cambia cervello non so conosce sè stessi si diventa cani idrofobi che una volta morso resta avvelenato il sangue per sempre al destinatario". 13

Nelle lettere del 22-5-1916 ammette che la guerra gli ha "indurito" il cuore, non rendendosi forse conto che questa era, in qualche modo, la salvezza: "Noi siamo sempre energici nelle mansioni che il destino della guerra ci dà da compiere, siamo sempre fieri sino all'ultima stilla di sangue consci delle proprie vendicazioni contro i barbari assassinatori. Non posso esplicare il mio entusiasmo perchè la mia ferocia mi à fatto indurire il quore il tale maniera che divenni perverso e rozzo. Già comprenderanno il motivo. In guerra si è tutti uguali e si diventa nel medesimo carattere specialmente fra gli alpino." 14

La guerra dopo i primi mesi di eccitazione e ardore patriottico, divenne anche per i volontari un evento di "eccezionale normalità"; la pazienza, la rassegnazione, l'illusione che la pace fosse vicina consentivano ai soldati di adattarsi e sopravvivere per tanto tempo.

La corrispondenza, dalla fine del 1916 in poi, diventa sempre più laconica, diminuiscono le vivaci descrizioni della vita di guerra, si chiede ciò di cui si ha bisogno "muttande, camice-fazoleti-calze" senza inutili giri di parole.

Tra le lettere prese in esame ho trovato anche lettere di sofferenza e di stanchezza che attestano che i volontari trentini non furono eroi impenetrabili alla durezza e al dolore della guerra; pur avendo una forte motivazione ideale restavano uomini con tutte le paure, le tristezze, il desiderio di pace che erano propri della maggioranza dei soldati italiani.

Questa cartolina dal fronte, che porta il timbro postale del 15-11-1915 e la cui firma è illeggibile, è indirizzata all'avvocato Balista della Commissione dell'Emigrazione Trentina di Milano, ed è una delle testimonianze più intense e toccanti: "Signor Avvocato, Le scrivo queste due righe, dandole notizie della mia salute. Deve sapere che qui 8 giorni in trincea, col fango fino al ginocchio e per 3 giorni senza mangiare, ora ci troviamo in riposo, per alcuni giorni e poi dovremo ritornare in trincea. Io sto molto male. Fortunati quelli che si trovano a Milano. E' troppo faticosa questa vita. S'immagini che ora mentre le scrivo, nevica molto e siamo ricoverati sotto la terra (tenda?) dove penetra tutta l'acqua! Ha se potessi tornare in borghese, farei di tutto per essere libero e lontano da queste montagne, che non racchiudono altro che morte. Sono disperato e malato perciò lei se volesse potrebbe salvarmi; lei sa che io non ho neancora 18 anni, perciò lei potrebbe scrivere al ministero, che io sono ancora giovane e senza permesso dei miei genitori sono volontario, e che faccia il favore di congedarmi. Mi trovo proprio in cattive acque perciò le chiedo questa grazie. Scusi se la disturbo. Saluti cordiali. Possibilmente appaghi prontamente il mio desiderio. La ringrazio anticipatamente.
(Firma illeggibile) 15

Quella di Basilio Taler da Tirano (S0) il 30-12-1917 è una vera e propria lettera di protesta, singolare perché nella prima facciata sembra una lettera comune, pacata e fiduciosa, ma voltando pagina si trova praticamente un'altra lettera, che esprime, senza mezzi termini, al "Signor Comitato" la stanchezza di questo fochista quasi quarantenne, tornato dall'America per combattere per il Trentino.

"Pregiatissimo Sign. Comitato

Con molta gioia ricevetti la sua corrispondenza, Sentendo tutto ciò per la gravità dell'ora Che ci troviamo per la nostra Patria Dopo il primo Natale, poi eh passato il Secondo. Quindi siamo giunti al terzo. Eh si trova la più grave di tutto il tempo percorso. Ma stiamo sempre colla buona Fede d'Itaglia. come anche con tutti I nostri Fratelli soldati di potere Frontare il nemico eh schiacciarlo Fuori dalle terre D'Italia.

(II facciata) Signor Comitato

Come giunto anche il terzo Natale di guerra. Vedendo che invece di andare avanti si Và: indietro, la buona Fede per la patria comincia Ah stancarmi. Perciò dovendo Far passare tutte le Feste Natalizie come anche quelle del capodanno Senza avere nesuno ricompenso di niente. Mi pare di avermi spiegato abbastanza. ma sono Per immemorgli di nuovo, che comincio proprio Ah trovarmi stanco, tanto di patria Come di bandiera Italiana, pur anche di Guerra. Attendo una Sua Risposta Cordiali Saluti alla Famiglia".

Basilio Tosi
16

Amadio Zanini è uno dei volontari più attenti e sensibili nel cogliere i vari aspetti della vita di guerra, è uno dei pochi che non scrive "questa santa guerra" ma "questa tremenda guerra". La sua lettera del 23-1-1916 è sulla durezza della vita al fronte. "Bisognerebbe che tutti quegli che non pensano al soldato combattente passassero solo un ora al fronte di certo che se anche avessero il cuor duro come la pietra si cangerebbero e di certo che avrebbero pieta del povero soldato che combate che lascia la vita tutta per la cara Italia. Solo uno sguardo al fronte al vedere delle grandi masse di giovanotti che con la parola Savoia si fano furibondi come le belve feroci e vano contro ad altre tante baionette che stano ad aspetargli. In pochi minuti quei giovanotti che erano alegri e contenti si vedono cangiati sotto la pioggia dei proiettili in mezzo ai lamenti in mezzo al sangue quelli che ano la fortuna di ritornare non si conoscono più perchè sono imbiattati di sangue come tanti macelai al sentirla a raccontare non si puo farsi un'idea di cio che passa al soldato al fronte". 17

Il 2-3-1916 tornando da una licenza trascorsa a Milano, Zanini scrive questa lettera che rispecchia le impressioni di molti soldati italiani 18: "Io stando a Milano mi era più pesante che esser qui in mezzo ai pericoli. ora mai si è abituati non ci si fa più caso. Poi star a Milano io dovevo far debito di più che star qui quindi doppo 5 giorni tornai al fronte e la mia licenza la rinunciai. Stando a Milano mi faceva una certa impressione vedendo tanti divertimenti che invece qui si vedono tanti dolori tante miserie. Io sofrivo al veder i divertimenti che mi venivano gle lacrime agli occhi pensando ai poveri ragazzi che stanno esposti a tutti i pericoli che lottano giorno e notte che pattiscono tante volte la fame la sette il sono e che sono pronti a versare il suo sangue e tutta la sua vita per la patria. A Milano si divertono che non si sa nemmeno se la guerra esista". 19

Anche Cesare Battisti conobbe la guerra tragica; il 21-12-1915 scrive alla moglie Ernesta da Loppio, distrutta dagli austriaci: "La guerra combattuta qui in mezzo alle campagne desolate, fra le rovine e i ruderi e le tracce sanguinolente delle rapine e delle orgie è ben più dolorosa della battaglia sulle altissime vette, sulle roccie coperte di neve. Quella mi è sempre parsa un duello nobile, questa ha dello scannotoio. Ti scrivo delle cose che non dovrei scrivere e perdonami". 20

Accadeva qualche volta che italiani e austriaci non si trattassero da nemici e, pur potendolo fare, non sparassero. Quando si riusciva a vedere il nemico come "uomo" al di fuori del contesto della guerra, il coraggio di sparargli a freddo veniva a mancare.

Nel primo Natale di guerra ci furono alcuni episodi di "fraternizzazione" con il nemico e Bruno Fedrigolli ce ne racconta uno "dalle trincee dell'Isonzo". "Riguardo alla guerra, qui al fronte tutto per ora è tranquillo. Salvo la solita fucileria e qualche cannonata. Tanto Natale come il I° dell'anno l'ho passato in trincea, ed ogni tanto viene a ronpere la monotonia di questa vita, le graziose trovate degli austriaci i quali più di una volta ci hanno buttato delle sigarette (stanno sopra di noi) ed offerto del vino. Uno fa da interprete ed ogni tanto si intavolano delle curiose conversazioni. La notte di Natale ci hanno Chiesto se non si era stanchi della guerra. Loro lo sono certo più di noi, e ci hanno detto che loro desiderano la pace. Di conseguenza ogni tanto qualcuno di nascosto passa la zona di fuoco, e viene a consegnarsi alle nostre vedette. Questi sono gli unici avvenimenti che qui quasi ogni giorno si ripetono, mentre di notte, fra una scarica e l'altra, cantano ancora per consolarci, procurando a noi un lieto passa tempo [parola ill.]". 21

Luigi Bonvecchio in una lunga lettera scritta dall'ospedale di Bologna, il 27-3-1916, racconta la sua vita al fronte prima di essere ferito e chiede dei libri di propaganda, perché con lui c'è "della gente istruita, che non hanno nemmeno un'idea lontana del nostro paese. Possono immaginare che Trento e Trieste sia come Trento e... Piedicastello".

Aggiunge poi: "Al battaglione non sapevano che ero trentino, e quando si andava in riposo, nel paese di Mariano, si chiacchierava di tutto. C'erano emigrati venuti dall'America, di quelli che erano stati in Germania, i quali conoscevano la prepotenze teutonica. Quando si doveva faticare, o che veniva la pioggia, cerano di quelli che maledivano Salandra e tutti quei parassiti che hanno voluto la guerra. Allora ci dicevano lo scopo della nostra guerra, che i tedesci, cosa veniva fuori se l'Italia non faceva la guerra, guardate il Belgio la Serbia e gli altri stati, che hanno subito l'invasione tedesca. Ci diceva fra il resto - e questo era bugia - sono stato anchio in Germania a lavorare, Vi ricordate come si era trattati? Che parole ci dicevano? Tutto questo si doveva sopportare perchè si era italiani... E qualcuno di voialtri che vedono, che sentono la giustizia di questa guerra e si lamentano per un nonulla qualunque. Volete che la guerra la facciamo le donne? Allora si sentivano tutti a darmi ragione. Così si passava il tempo, scappando dalla morte, ridere, e parlare di... politica". 22

Tantissimi altri problemi e interessanti particolarità sono emersi dalla lettura degli epistolari dei volontari trentini, le incomprensioni con i triestini, per esempio, presenti a tutti i livelli, sia tra i soldati che tra i responsabili delle associazioni. I trentini, aiutati dalla loro indole ombrosa e riservata, soffrivano quasi di un complesso di inferiorità nei confronti dei "cugini" triestini e giuliani, più inseriti negli ambienti politici, più bravi, anche per il loro carattere aperto e per le loro azioni irruente, a propagandare la loro causa (che, del resto, interessava di più gli uomini di governo italiani).

Giovanni Pedrotti si rendeva perfettamente conto della situazione, tanto che scrisse a Cesare Battisti il 27-7-1915: "Io credo che gran parte della preponderanza presa dai triestrini a Roma dipenda dal loro numero assai grande di persone intelligenti e destre che hanno qui di fronte a noi, che siamo pochi e, diciamo pure la verità, meno autorevoli". 23

Lo stesso Battisti aveva scritto questa chiarissima lettera alla moglie il 17-7-1915, esprimendo il suo parere sulla nomina del friulano Barzilai a ministro delle terre irredente. "E' un buon uomo; ma ha una vera fobia pei trentini. Non vede che Trieste e la sua Venezia Giulia. Misconosce, non a parole, ma a fatti il valore e l'importanza dei trentini. Di ciò mi duole, perchè fra i trentini a Roma non v'è alcuno che sappia stargli - sia pure a distanza - di fronte. Tutto è in mano del Pedrotti, buon primo, ma debole; e poi degli ultimi arrivati il Viesi di Trento... lo Stefenelli di Riva, scettico e pensoso solo della sua cerchia intima, il Marchetti d'Arco...e molti altri senza luce". 24

I dissapori erano a tutti i livelli, tra i soldati, Gustavo Ochner scrive il 26-5-1918: "...per disgrazia gli adriatici forse meno seri di noi non si sono fatti onore ed anche questo contribuì molto in nostro sfavore, per es. c'è un goriziano qui a 5 minuti da me che non è riuscito che a farsi odiare ed a me lo dicono e, cosa devo rispondere? se non chè fra trentini ed adriatici c'è la stessa differenza che fra milanesi e napoletani". 25

Finalmente si arrivò alla fine della guerra, ecco in questa lettera l'entusiasmo ma anche le amare constatazioni di Cesare Gerosa, un volontario emigrato in America e tornato nel 1916 per arruolarsi, che fu tra i primi ad entrare a Trento.

"Il 3 corr. - la lettera è del 12-11-1918 - entrai a Rovereto imbandierata dai pochi abitanti rimasti, mentre una fiumana di prigionieri invadeva tutte le strade e i campi. W L'esercito, quante bandiere, fuochi d'artificiali ecc. mentre le strade erano ingombre di ogni sorta di materiale belico abbandonato nella fuga disastrosa dell'esercito teutonico, ridotto a nulla. La strada da Trento a Lavis - ove tutt'ora mi trovo - era seminata da carogne di cavalli, cannoni, camions, mitragliatrici, carreggi e ogni sorta di roba. Che disastro, impossibile descriverlo e descrivere le sofferenze passate colà dai nostri fratelli, che ci aspettavano a braccia aperte. Ma ora tutto è passato, il tricolore sventola a ogni finestra e gli abitanti sono fuori di loro dalla contentezza. Siamo vittoriosi e finalmente i nostri sforzi sono stati esauditi". 26

Al termine di questo studio posso dire che l'ideale comune che mosse i trentini non diede un appiattimento di comportamenti e sensazioni. Ho trovato testimonianze ricche di umanità, coscienti del dolore e dei sacrifici della "tremenda guerra" e ben poco in linea con l'immagine patriottica ufficiale dei volontari. Momenti di stanchezza e di sconforto li ebbero tutti, ma non venne mai meno la speranza, o meglio, la convinzione che prima e poi si sarebbe arrivati a Trento. Ritengo che la raccolta e la divulgazione degli epistolari più significativi potrebbe favorire una visione pluralistica della storia dell'irredentismo trentino.

Miria Manzana, insegnante

Note
1 Gli archivi esaminati per questa ricerca si trovano tutti presso il Museo del Risorgimento di Trento: Archivio della Famiglia del Volontariato Trentino (= AFVT), buste 1-2-3-4-5-6; Archivio della Legione Trentina (= ALT), busta 1; Archivio Giovanni Pedrotti - Patronato Fuoriusciti Adriatici e Trentini di Roma (= AGP), busta 2; Archivio Gino Marzani - Commissione dell'Emigrazione Trentina di Milano (= AGM), busta 1; Archivio dei Circoli Trentini (= ACT), buste 1-2-3-4 (contengono scarsi accenni ai soldati ma molto materiale sui profughi trentini in Italia); Archivio Ergisto Bezzi ( = AEB), buste 2-3; Archivio Battisti (= ACB), questo archivio contiene 100.000 documenti. Sono state considerate le lettere di Cesare Battisti alla moglie, contenute nella busta 48, e alcune lettere di soldati ed amici a lui dirette nel 1915-1916, contenute nelle buste 42-43-44.
2 A questo proposito si vedano le lettere pubblicate a cura di Bice Rizzi, in Pagine di guerra e della vigilia di Legionari Trentini, Trento, Temi, 1932.
3 Si veda L. MOLINA, la Famiglia del Volontario Trentino, quaderno della rivista "Trentino", n. 5, Trento, 1930.
4 Per le notizie sulla Legione Trentina si veda: S.Benvenuti, La Legione Trentina nel corso della 1ª guerra mondiale in "Bollettino - Museo del Risorgimento e della lotta per la Libertà", a Trento, 1976, n. 2, p. 3-10. La commissione Centrale di Patronato tra i Fuorusciti Adriatici e Trentini di Roma sorse nell'aprile 1915 sovvenzionata direttamente dal governo italiano, si occupò inizialmente dell'arruolamento dei volontari ed essi le si rivolgevano per richiedere trasferimenti, per sollecitare nomine in ritardo, per il disbrigo di pratiche burocratiche e naturalmente per chiedere prestiti e sussidi. Presidente era Salvatore Segre, ma le lettere dei trentini erano indirizzate al consigliere Giovanni Pedrotti (1867-1938) uno dei più attivi esponenti liberali trentini. La commissione dell'Emigrazione Trentina di Milano era stata fondata nell'agosto del '14 dopo l'arrivo in Lombardia di molti fuoriusciti politici trentini. Lo scopo precipuo era quello di fare propaganda per l'intervento dell'Italia nel conflitto europeo e di organizzare i volontari trentini disposti ad arruolarsi nell'esercito italiano. Con lo scoppio della guerra queste associazioni si interessarono soprattutto dei profughi (più di 25.000 persone in maggioranza donne, bambini ed anziani) costretti ad allontanarsi dal Trentino per ragioni militari e sistemati in abitazioni di fortuna un po' in tutta la penisola.
5 AFTV, busta (=b) I, fascicolo (=f) I, carta (=c) 67, Zanini Amadio, classe 1889, chauffeur-autista, soldato, automobilisti. Questa, come tutte le altre lettere citate, è fedele all'originale, si riportano quindi, tali e quali, gli errori sintattici ed ortografici; la lettera è riportata in Pagine di ... cit., pp. 445-446 (come tutte le altre lettere è stata corretta da tutti gli errori).
6 AFVT, b 3, f 1, c 24. Bonora Emilio, 1880, cementista, soldato, bersaglieri.
7 M.Isnenchi, Il mito della grande guerra, Bari, Laterza, 1973, p. 192 parlando dei fratelli triestini Gianni e Carlo Stuparich.
8 ALT, b 1, f 3, cc 80-81, Bosetti Patrizio, 1883 pubblicista, tenente, artiglieria.
9 AFVT, b 4, f I, c 64 Ochner Gustavo, 1886, guardia di Finanza, sottotenente, alpini-fanteria.
10 P.Melograni, Storia politica della grande guerra 1015-1918, Bari, Laterza, 1969, pag. 12.
11 AGP., b 2, f 5, c 41, Fedrigotti Bruno, 1898, studente, tenente, bersaglieri.
12 AFVT, b 2, f 5, c 22, Maroni Italo, 1891, proprietario pasticciere, sottotenente, alpini.
13 AFVT, b 1, f 2, cc 23-24, de Carli Giovanni, 1893, droghiere, soldato, alpino.
14 AFVT, b 1, f 5, c 117.
15 AGM, b 1, f 3, e 128.
16 AFVT, b 4, f 3, c 58, Taler Basilio, 1880, fochista a bordo, soldato, artiglieria da fortezza.
17 AFVT, b 1, f 2, cc 63-64.
18 V.Melograni, po. cit., p. 100 e sgg. e A. Omodeo, Momenti della vita di guerra. Dai diari e dalle lettere dei caduti 1915-1918, Torino, Einaudi, 1968 (I° ed. Bari, Laterza, 1934).
19 AFVT, b I, f 3, c 60.
20 ABC. b 48, f 3, c. 63, lettera pubblicata in C.Battisti, Epistolario a cura di R.Monteleone e P.Alatri, Firenze, La Nuova Italia, 1966, 2 voll., pagg. 283-284, tomo II.
21 AFVT, b 1, f 2, c 20.
22 AFVT b 1, f 3, cc 133-134. Bonvecchio Luigi, 1891, falegname, soldato, bersaglieri.
23 ACB b 39, f 2, c 44 in Ep. cit., t. II°, pag. 60.
24 ABC, b 48, f 2, cc 16-17 in Ep. cit., t. II, pagg. 63-68.
25 AFVT b 5, f I, cc 42-43-44.
26 AFTV, b 5, c 124 Gerosa Cesare 1889, agente di legnami, soldato, artiglieria da campagna.

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