Importanza dell'archeologia nello studio di un territorio
Nascita della cultura archeologica in Trentino

In Trentino l’interesse per le culture presenti nell’antichità è sorto piuttosto precocemente già tra gli studiosi del XVI secolo, raccolti alla corte dei principi vescovi. Nello stesso periodo in cui Andrea Palladio studiava i ruderi di Palestrina e di Roma, e Pirro Ligorio intraprendeva gli scavi nella villa di Adriano a Tivoli, nobili letterati trentini diedero vita ad un vasto collezionismo archeologico incentrato soprattutto sulla documentazione romana. Già durante il secolo precedente, d’altra parte, si era andato sviluppando in tutta Italia un certo interesse per l’antichità classica legato al desiderio di rintracciare esattamente sul territorio i luoghi dove si erano verificati eventi importanti citati nei testi antichi.
Soprattutto nel XVIII secolo, in particolar modo in Val Lagarina e in Val di Non, si diffuse l’interesse per la preistoria e per l’indagine diretta sul territorio, anche se ancora allo stato embrionale. A ciò contribuì, tra l’altro, l’attività svolta dall’Accademia roveretana degli Agiati sorta nel 1750 a Rovereto.
Nel XIX secolo gli studi archeologici si intensificarono in tutta Europa ed anche in Trentino, dove talvolta sfociarono in vere e proprie discussioni, ad esempio tra il roveretano Bartolomeo Stoffella dalla Croce (1800-1833) e il conte Benedetto Giovanelli (1775-1846). Lo Stoffella infatti riteneva che i Galli Cenomani e non i Reti avessero abitato la regione durante l’età del Ferro, mentre Benedetto Giovanelli era convinto che l’origine etnica degli abitanti del Trentino durante l’età del Ferro fosse retica e che i Reti avessero un’origine etrusca.
Nella seconda metà del secolo le numerose scoperte di vari siti archeologici, tra cui quello palafitticolo di Fiavè (1853), il ritrovamento della cosiddetta ‘Tavola Clesiana’, nonché il rinvenimento fortuito di reperti sia preistorici che romani su tutto il territorio, hanno contribuito sensibilmente ad ampliare le conoscenze relative alle popolazioni che hanno abitato il Trentino nell’antichità.
Negli stessi anni sono stati condotti anche molti studi toponomastici. Il glottologo Christian Schneller, nel 1866, interpretò molte iscrizioni rinvenute sul territorio come appartenenti al cosiddetto alfabeto- reto- etrusco.
Tra gli ultimi decenni dell’Ottocento e i primi del Novecento indagini di particolare interesse scientifico sono state condotte da Paolo Orsi (1859-1935).
Nel XX secolo gli studi archeologici sono stati interrotti, in tutta Europa, solo durante i due conflitti mondiali e hanno acquisito caratteri sempre più scientifici. Lo scavo, spesso considerato in precedenza, dai non addetti ai lavori, una semplice caccia al tesoro, si è infatti trasformato in una raccolta sistematica di materiali, nel loro studio tipologico, in un esame dettagliato dei singoli siti. In Inghilterra si è inaugurata una moderna tecnica di scavo basata sulla stratigrafia, poi comunemente adottata dagli archeologi.
Lo scavo stratigrafico consiste nel rimuovere, uno dopo l’altro, gli strati di terreno che si sono via via accumulati. Essi si formano per sovrapposizione, in tempi successivi, di materiale incoerente, che ha raggiunto un certo spessore. Questo materiale può essersi accumulato su manufatti vari (abitazioni, tombe, ecc.) o semplicemente contenere oggetti o frammenti di oggetti appartenuti all’uomo antico. Nel rimuovere gli strati bisogna tenere conto della loro reciproca posizione e considerare più vecchio lo strato (e quindi anche i materiali in esso contenuti) che si trova al di sotto rispetto a quello ad esso superiore. Ciò è vero però solo nel caso in cui non siano avvenuti dei rimaneggiamenti degli strati, dovuti a forze naturali (cadute di frane, ecc.) oppure dovuti ad azione volontaria ma inconsapevole dell’uomo (lavori di sbancamento, fondamenta di costruzioni, ecc.).
Fino agli anni ’60 un notevole contributo alla conoscenza della storia antica del Trentino è stato fornito dalle indagini archeologiche di Giacomo Roberti (1874-1960).
In quello stesso periodo e negli anni successivi sono state compiute moltissime ricerche. A Renato Perini si devono le indagini compiute ai Solteri e a Montesei di Serso, nonché alla palafitta di Fiavè- Carera e presso Ciaslìr del M. Ozol in Val di Non. È a Bernardino Bagolini che si devono alcune tra le più importanti ricerche paletnologiche compiute in Trentino negli ultimi 30 anni tra cui Riparo Gaban e il sito del Colbricòn, situato a 1920 metri di altezza nei pressi di S.Martino di Castrozza.
Negli ultimi decenni sono stati fatti molti passi avanti anche grazie allo sviluppo di ‘indagini preliminari’ fatte sul territorio. La fotografia aerea, in particolare, si è rivelata molto utile nello studiare rapidamente aree territoriali molto ampie come la Gran Bretagna e l’Europa nord- occidentale. Grazie a questa tecnica e alla ‘ricognizione del territorio’, che consiste nel percorrere a piedi un’area selezionata alla ricerca di reperti e strutture da poter annotare su di una carta topografica, si sono ampliate notevolmente le conoscenze archeologiche di tutta Europa.
Anche in Trentino le indagini e gli scavi che vengono condotti dagli studiosi del Museo di Scienze Naturali e dell’Ufficio Beni Archeologici permettono di individuare molti nuovi siti e di avere una conoscenza archeologica sempre aggiornata di tutto il territorio trentino.