![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
|
![]() ![]() |
|||
| Cosa si fa | Home | | ![]() |
|
![]() |
|
"Fra i portici soleggiati al castello di Trento Il Romanino dalla A alla Z: tutti i segreti del «pittore selvaggio». A ffresco. Sono gli affreschi del Castello, il maggior ciclo profano mai realizzato dal Romanino, il fulcro della grande rassegna che il Buonconsiglio dedica all'artista bresciano, al suo meglio in una tecnica che gli apriva spazi di libertà creativa ed improvvisazione.B arbaro. Fu "il solo vero grande sdegnoso e sdegnato barbaro dell'intero Cinquecento italiano". La definizione di Giovanni Testori riconosce in Romanino il dissidente che si oppone al linguaggio idealizzato del classicismo rinascimentale. C lesio. Romanino giunse a Trento per servire il principe-vescovo Bernardo Cles, personalità di primo piano della scena politica europea e committente di quel Magno Palazzo che il bresciano, tra il 1531 ed il 1532, contribuì a decorare con gagliarda "promptitudine". D ialogo. Romanino non copiò mai né riconobbe maestri. La mostra, tuttavia, individua le assonanze con i grandi artisti del suo tempo attraverso scelti confronti; ponte tra nord e sud, Romanino produsse strepitose sintesi figurative in equilibrio dialettico tra le sollecitazioni italiane e transpalpine. E vento. Per Romanelli, direttore dei Musei Civici di Venezia, l'iniziativa è "la vera grande mostra dell'estate italiana, tra le più grandi dell'estate europea". Il percorso ricostruisce la vicenda artistica del Romanino nella sua interezza, documentando l'evoluzione di un linguaggio sempre personale e incisivo. F ortuna critica. Nel Cinquecento Vasari celebrò Romanino come "bonissimo pratico e disegnatore". I secoli successivi, tuttavia, rifiutarono le asprezze di un linguaggio che sfidava i canoni accademici. La riscoperta del Romanino è storia recente e trova nella mostra un importante rilancio. G rafica. Al Castello è ampiamente documentata la produzione grafica del Romanino, ancora poco nota a dispetto della qualità; la raccolta lo conferma artista fecondo e incline a sperimentare le tecniche più diverse, dalla matita nera alla sanguigna, dalla penna all'acquerello. H ieronymo. In una lettera del 1531 Cles usò parole di apprezzamento per il suo artista che salutò col nome di "Hieronymo Romanino". Gli inizi di Girolamo di Romano, detto Romanino, restano oscuri, ma è ormai possibile fissare al 1560 l'anno della morte: gli ultimi risultati della ricerca archivistica sono disponibili nel catalogo della mostra. I rrequietezza. Le opere selezionate illustrano le diverse declinazioni nell'irregolarità del Romanino: pulsante d'inquietudine, a tratti segnata da un'impronta affatto grottesca, la sua arte altrove colpisce per la melanconia che nelle imbronciate Madonne raggiunge esiti struggenti. L oggia. Quella del Buonconsiglio in questi giorni è tornata all'antico splendore grazie al completamento del restauro delle parti lapidee che ha restituito la perfetta fusione tra l'architettura in pietra e l'architettura dipinta. M itologie. Accanto ai temi biblici, Romanino al Buonconsiglio ha lasciato uno straordinario dispiego di temi mitologici ed allegorici, offrendo allo spettatore della Loggia lo scorcio ardito del carro del Sole e della folle corsa di Fetonte. N udità. La cifra del Romanino è già tutta nell'ignudo della Loggia scelto per l'immagine della mostra: la barba fulva sconvolta da un vento nordico che subito rinnega l'afflato michelangiolesco del corpo muscoloso. O rgano. Fin dalla giovinezza Romanino si specializzò nella decorazione delle portelle d'organo. Le gigantesche tele di Asola, Brescia e Verona, riunite nella Sala Grande del Magno Palazzo, documentano l'impetuosa vena narrativa e la facilità di esecuzione apprezzate dal Cles. P restiti. Per ricostruire i cinquant'anni di attività del bresciano, sono arrivati 61 dipinti e 37 disegni provenienti dalle maggiori collezioni italiane e straniere: da Brera agli Uffizi, dal Louvre al Metropolitan di New York, dalla National Gallery di Londra al Museo di Belle Arti di Budapest. Q uaranta. Sono gli anni trascorsi dalla prima rassegna monografica, dedicata al Romanino dalla sua città natale e rimasta unica fino a ieri. "Amo il Romanino più del Tiziano", scriveva allora Pier Paolo Pasolini. R estauri. La mostra segna la conclusione di un'importante campagna di recupero estesa a tutto il ricco apparato decorativo del Magno Palazzo. Molte anche le opere su tavola restaurate per l'occasione. S acro. L'ansia di verità del Romanino si esprime nella pittura sacra come nei cicli profani, in raffigurazioni di rara sincerità che a volte sfiora la crudezza con esiti di grande efficacia comunicativa. T rento. Quella vissuta dal Romanino assumeva importanza internazionale per l'autorità del suo principe-vescovo e la posizione strategica tra Roma e l'Impero. La fabbrica del Magno Palazzo e gli interventi urbanistici promossi dal Cles rinnovarono il volto della città che a distanza di pochi anni avrebbe accolto il Concilio. U manità. Romanino, con sensibilità maturata sulle stampe nordiche, ci ha lasciato il ritratto di un'umanità non selezionata, sanguigna e spesso caricata che vien spontaneo chiamare precaravaggesca. V al Camonica. Il percorso alla scoperta del Romanino frescante si completa in Val Camonica: nei memorabili cicli di Pisogne, Breno e Bienno l'artista lasciò quella che Testori chiamò la "Cappella Sistina dei Poveri". Z otici. Villani, lavoranti, buffoni dai grugni deformi: negli ambienti del Castello Romanino dipinse soggetti scabrosi e immagini di assoluta originalità: come la "Castrazione del gatto", tratta dalla narrativa popolare di KATIA MALATESTA da L’Adige del 29 luglio 2006
|
|
|