Ragionando sui distretti culturali
a cura di Emanuela Renzetti

INDICE

Premessa

Cosa sono i distretti
Cosa fanno i distretti
Quali i contenuti per una politica dei distretti
Il contesto è così importante?
Un pò di storia per capire
Cosa succede in Italia
Linee guida per la progettazione e costruzione di un Distretto Culturale
  realizzate dal professor Pietro Valentini (Università La Sapienza, Roma)

Intervista a Giuliano Urbani
I "sistemi culturali locali" in Sicilia prof. Maurizio Carta (Università di Palermo)

 

Premessa

Come le politiche di Welfare avevano portato con sé una rinnovata valorizzazione della cultura e dell’informazione come "quarto diritto" di cittadinanza e le politiche per la cultura come strumento di ampliamento della democrazia degli accessi individuali alla fruizione ed al consumo dei beni e dei servizi culturali, così le politiche neo-liberiste hanno avuto l’effetto di rilanciare l’attenzione nei confronti della industria culturale (dall’editoria alle telecomunicazioni) come ambito di esercizio della libertà individuale da un lato, e come business strategico, dall’altro.
In modo particolare, dopo la ripresa negli anni 80 delle politiche per la cultura ed il loro ridisegno a partire dal decentramento regionale e dal ruolo delle autonomie locali nella promozione e gestione di istituzioni culturali e dei nuovi sistemi a rete tra strutture e servizi culturali per le comunità (biblioteche, musei, circuiti teatrali, cinematografici, musicali, etc.), abbiamo assistito a:

  1. una forte tendenza alla riduzione della spesa e dell’intervento delle regioni e degli enti locali;

  2. un orientamento dello stato a riorganizzare il settore delle istituzioni culturali in senso regionalistico, attivando un sistema misto (tra pubblico e privato) nel finanziamento delle risorse pubbliche per la cultura (un esempio è offerto dal caso delle fondazioni culturali);

  3. un progressivo abbandono dell’attenzione nei confronti dei soggetti e dei processi di formazione della domanda culturale;

  4. una forte esposizione alle tendenze alla spettacolarizzazione degli eventi culturali, con l’inevitabile ricorso, attraverso mirati benefici fiscali, alla sponsorship di imprese industriali e di servizi ad elevata crescita di redditività e di diffusione della propria immagine presso larghi pubblici di consumatori;

  5. una rapida differenziazione della gamma dei prodotti e dei servizi culturali in relazione ad una individualizzazione dei gusti e degli interessi, anche in ragione di una estesa applicazione delle nuove tecnologie informatiche e telematiche;

  6. una spiccata tendenza alla diffusione di una cultura e di metodi di gestione manageriale delle istituzioni, delle reti e dei circuiti culturali in ragione di domande del pubblico, valutate anche in relazione al valore di mercato da esse espresse.
    Anche sulla base di tali elementi, tuttora in atto, la ricerca sulle politiche per la cultura sembra dover dirottare i propri fuochi di analisi dal settore pubblico (enti locali, regioni, stato) al settore industriale, dove la produzione, la distribuzione ed il consumo culturale sono oggetto di una crescente attività imprenditoriale, caratterizzata da flessibilità, diffusività, estesa fruibilità e spiccata innovazione tecnologica.
    Per certi versi si potrebbe dire che la ricerca sociologica sulle politiche culturali tende ad assumere inevitabilmente alcune caratteristiche della ricerca socio-economica, tesa ad individuare non solo gli attori imprenditoriali che operano nel settore dell’offerta culturale, ma anche le caratteristiche dei sistemi produttivi e distributivi e la loro evoluzione verso modelli di specializzazione tipica dei distretti industriali.

A tale proposito, occorre evidenziare che le forme ed i processi che stanno assumendo le politiche per la cultura, sia con riferimento agli ambiti territoriali che ai settori tecnologici e produttivi, sono tuttora largamente inesplorati. In modo particolare, l’attività di ricerca potrebbe essere rivolta ad analizzare:

  1. l’influenza esercitata dalle tecnologie digitali nella riconfigurazione e nelle modalità di fruizione dei beni culturali (da quelli librari alle performing arts);

  2. gli effetti della riproduzione elettronica delle opere d’arte sui mercati della cultura e sulle modalità dell’accesso agli stessi;

  3. l’evoluzione dei mercati culturali nell’evoluzione del rapporto tra domanda ed offerta;

  4. la formulazione e la diversificazione dei sistemi produttivi e distributivi di beni e servizi culturali, anche con riferimento a delimitati ambiti territoriali (distretti culturali);

  5. la costruzione e la qualificazione di profili professionali innovativi nell’ambito dei nuovi sistemi di produzione, organizzazione e gestione dei prodotti, dei sistemi e delle reti di servizi culturali.

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Cosa sono i distretti

In termini generali i distretti industriali costituiscono un modo originale di interpretare un fenomeno molto diffuso e noto agli economisti con vari nomi: clusters (Usa, Gran Bretagna), sanchi (Giappone), systems productifs locaux (Francia); in pratica, "le interrelazioni e i legami che si stabiliscono tra le organizzazioni e gli operatori economici che sussistono su uno stesso territorio ne accrescono il vantaggio competitivo". I fattori alla base di questo moltiplicatore di competitività sono fondamentalmente di tre tipi:

  • economie di agglomerazione; la concentrazione di una massa di attività specializzate favorisce la formazione di un mercato del lavoro, la creazione di infrastrutture dedicate e lo sviluppo di servizi ausiliari (trasporti, installazione e riparazione di macchinari, scuole professionali, associazioni di categoria,.. .);
     

  • la sedimentazione di elementi intangibili (know how, reti di relazioni interpersonali; l’immagine)
     

  • elementi di "psicologia sociale" (la pressione competitiva tra le imprese, la fiducia e il capitale sociale, il senso di identificazione della comunità di persone).

A partire dagli anni ’70 c’è stato un interesse crescente verso questo tipo di fenomeni e numerose agenzie internazionali, governi nazionali e regionali hanno pensato di varare programmi di sviluppo che si ispirano a questo tipo di sviluppo.

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Cosa fanno i distretti

Anche se manca un’idea organica di una politica per i distretti, gli Enti e le organizzazioni economiche locali si muovono con gli strumenti a disposizione, per assecondarne lo sviluppo: alcune Regioni promuovendo e finanziando l’attività dei "centri servizi" e dei consorzi; i Comuni attrezzando le aree industriali; le associazioni degli imprenditori e le camere di commercio occupandosi di formazione professionale, sviluppo di servizi collettivi (fiere, trasporti, ecc.) e di immagine territoriale. In fatto di innovazione, negli anni ’80 l'Enea aveva sostenuto vari progetti di innovazione (il progetto Sprint a Prato, Istrice a Sassuolo, le analoghe iniziative in altri distretti..). Al vuoto sul fronte delle teorie si contrappongono dunque varie "prove" di politiche per i distretti su quello reale. Tutto questo è avvenuto perlopiù in modo occasionale, spesso forzando un quadro normativo frammentario, disegnato con preoccupazioni diverse e, soprattutto, senza una chiara finalizzazione e un adeguato apporto di risorse.

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Quali i contenuti per una politica dei distretti

Un nodo particolarmente controverso delle politiche per i distretti riguarda i contenuti. Le politiche per i distretti si giocano su più fronti: la formazione di base e quella professionale, le aree industriali, le strade, l’immagine e il marketing territoriale, i consorzi per il credito e per la promozione, gli interventi sui sistemi di qualità, la ricerca, la diffusione delle applicazioni informatiche e telematiche, la regolazione dei mercati delle utilities. In alcuni distretti sono stati molto importanti anche gli eventi progettati (o subiti; per esempio una crisi o una minaccia esterna) per rafforzare l’identità e il senso di appartenenza locale.
Ci si nasconderebbe dietro ad un dito se si pensasse che una politica dei distretti si può fare con una legge che, in venti o trenta articoli, mette in fila tutti i possibili interventi finalizzati a tonificare i distretti e definisce procedure semplici e lineari per un fronte di interventi tanto ampio. Una buona politica per i distretti si sostiene su tutto l’insieme delle azioni che a livello locale possono rafforzare la competitività delle imprese: dal programma dei corsi degli Istituti Professionali alle aree attrezzate per le imprese, dai consorzi per la ricerca alla collaborazione con le università, dagli accordi sindacali ai laboratori per la certificazione, dalle campagne promozionali allo sviluppo di applicazioni telematiche di filiera.
La politica per i distretti è, per sua natura, una politica quadro. Il fatto importante non sta nel definire un certo numero di strumenti e di beneficiari ma nelle modalità di intervento; una politica per i distretti è fondamentalmente una politica centrata sui territori, secondo un approccio "bottom up"; è una applicazione sistematica e generalizzata a tutti i campi di intervento del principio di sussidiarietà.
E' bene chiarire che la politica per i distretti non è una politica di nuovi incentivi per le imprese, leggi come la 488/92, nonostante la consistente dotazione di risorse, hanno inevitabilmente un impatto frazionario sul sistema delle imprese.

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Il contesto è così importante ?

I vantaggi competitivi riconducibili ai legami territoriali, all'interdipendenza, ai mercati delle professioni e all'accoppiata "identità-visibilità" generati dalla localizzazione di tante attività in una stessa area non riguardano solo le imprese dei settori manifatturieri (i distretti industriali).
La prima estensione della parola distretto rispetto alla accezione iniziale è stata effettuata per i giacimenti enogastronomici: lardo di Colonnata, cipolle di Tropea, pane di Altamura, pasticcerie di Ragusa, tartufi delle Langhe, prosciutti di cinti senesi.
Di lì a poco sono arrivati i distretti culturali. "Le aree urbane che si specializzano in quanto contengono la più alta concentrazione di attività e luoghi per l'arte e lo spettacolo". Su questa falsariga si muove il rapporto sui distretti turistici che Giuseppe De Rita ha illustrato. Il rapporto, realizzato da ACI e Censis, ha censito 299 distretti turistici (96 marini, 37 artistico culturali, 137 montani, 29 integrati) dove complessivamente vivono 22,4 milioni di italiani e operano 16.600 ristoranti e 24.300 alberghi. Anche se vi sono certamente sovrapposizioni, per capire l’estensione del fenomeno distretto a questi numeri dobbiamo aggiunge buona parte dei 199 "distretti industriali" tracciati dall’Istat nel 1996. In questo secondo (solo in ordine espositivo) gruppo di distretti risiedono circa 14 milioni di italiani. In pratica, a patto di intendersi sui significati delle parole utilizzate, più dei due terzi degli italiani vivono (o vivrebbero) in distretti industriali, culturali o turistici, e questa potrebbe essere ancora una stima per difetto.
Poco prima il fenomeno dei distretti turistici era stato analizzato nel rapporto annuale Istat: "l’intero territorio che va da Bellaria, Igea Marina sino a Cattolica" si sottolinea "è un complesso di oltre 5.000 tra esercizi e locali, caratterizzati da un’organizzazione continuata e a rete che consente al turista di fruire di un’offerta personalizzata, tagliata ad opera del distretto sulle esigenze della singola domanda". In alta stagione il distretto di Rimini impiega 40.000 persone (25.000 in più rispetto alla bassa stagione!) con una netta prevalenza di lavoro femminile (65 a 35); "la spiaggia è la risorsa più significativa".
Il processi di "distrettualizzazione" hanno lambito, praticamente, tutto il Paese ma non sono ancora conclusi. La Regione Toscana, infatti, si accinge a istituire i "distretti rurali", una nuova categoria (che non sarà certo l'ultima) il cui riferimento ideale è costituito dal Chianti. La Lombardia ha inventato i "meta distretti"; la nuova definizione consentirà, forse, di comprendervi anche l’insieme di servizi dedicati alla moda (dalle riviste di settore alle associazioni di categoria, dalle agenzie di PR alle show rooms) che hanno scelto come sede Milano. La prima mappa dei distretti tracciata dagli esperti della Regione Veneto copriva praticamente l’80% del territorio regionale. Tra le new entries in questo inventario un po' lasco, ricordiamo ancora i successi dell’Etna Valley, del cluster servizi multimediali a Roma e del polo dell’elettronica di Genova.
Al di là delle classificazioni, quello che sta effettivamente emergendo è il ruolo del contesto che avvolge le imprese come pilastro portante dello sviluppo del nostro paese, sia nel Centro Nord che nel Sud.

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Un po’ di storia per capire

La scoperta del settore culturale come un potenziale settore trainante dello sviluppo economico locale può essere attribuita al Greater London Council che, negli anni settanta elaborò la prima vera e propria strategia per lo sviluppo di questo settore realizzando, a partire da questa, un insieme di interventi infrastrutturali che, dalla realizzazione del South Bank Centre alla nuova sede della Tate Gallery, si sono sviluppati durante tutti questi decenni. Il settore culturale era inteso in una accezione ampia, che comprendeva: i beni culturali; lo spettacolo dal vivo; la produzione d'arte contemporanea; la fotografia; il cinema; l'industria multimediale; la moda, il design, gli spazi pubblici urbani (parchi, piazze, eccetera) e, in alcuni casi lo sport.
Una forte integrazione tra le attività del settore culturale e quelle dei settori connessi (turismo, in primo luogo, ma non solo) costituisce il cardine della strategia. Una sua specificità, che caratterizzerà poi tutte le sue concrete applicazioni, risiede nel fatto che l'integrazione viene perseguita attraverso una "specializzazione territoriale": ovvero, parti della città diventano luogo privilegiato per l'insediamento di musei, di spazi espositivi, di teatri, di studi di artisti di gallerie d'arte, di sale di concerto eccetera.

La specializzazione territoriale è ritenuta necessaria per due ragioni. Da un lato avrebbe facilitato i processi di integrazione intersettoriale in quanto, per effetto della realizzazione di una "massa critica" nell'offerta dei servizi, si sarebbero create economie esterne che avrebbero potuto favorire l'insediamento delle attività sussidiarie e di nuove attività culturali e potenziato nello stesso tempo, gli impatti economici del processo di valorizzazione. Dall'altro, avrebbe favorito il perseguimento di un ulteriore obiettivo: la rifunzionalizzazione di aree urbane degradate e in crisi. le aree urbane, che si specializzano in quanto contengono la più alta concentrazione di attività e luoghi per l'arte e lo spettacolo, sono note nella letteratura come cultural district. Il distretto culturale è, quindi, una zona della città che diviene luogo privilegiato di insediamento di attività della filiera produttiva culturale intesa in senso ampio. L'idea della specializzazione territoriale, o del distretto culturale, è stata in realtà mutuata da alcune concrete esperienze: le rive gauche o l'area di Montmartre a Parigi; Soho e il West End a Londra; Grenwich Village e Soho a New York.La specializzazione territoriale è stata però in questi casi il risultato di un processo simbiotico che si è realizzato nel tempo e che ha dato la possibilità a queste aree di elaborare una loro propria storia in termini sia spaziali che socioeconomici e politici. La teoria del distretto culturale ritiene che queste situazioni, date alcune condizioni, siano riproducibili. La strategia del Greater London Council ha fatto scuola. Sia in Gran Bretagna sia in altre città dell'Europa e del Nord America sono state elaborate e sperimentate specifiche strategie per la nascita di distretti culturali ai fini di sviluppo, ma sopratutto, con lo scopo di rivitalizzare le aree urbane in crisi o con un patrimonio edilizio sottoutilizzato.

Alcuni esempi possono chiarire il contenuto e la portata di questa strategia. Un'esemplare strategia di intervento nella direzione di una forte integrazione tra industria culturale ed industria turistica fu elaborata a Glasgow al principio degli anni Ottanta. Nel 1987, con il contributo finanziario sia del settore pubblico che di quello privato, ebbero inizio le prime realizzazioni. Su iniziativa del Glasgow District Council fu creata una società mista, La Glasgow Action, per dare attuazione a una strategia che prevedeva una crescita dell'immagine della città e della sua industria turistica fondata su: a)il miglioramento ambientale del centro urbano; b9 l'incremento dell'offerta culturale. Glasgow Action iniziò la sua attività creando un distretto culturale attraverso la rivitalizzazione di un'area centrale: la Merchan City. Altri interventi furono realizzati in altre parti della città storica in collaborazione con le istituzioni locali: in prima fila sempre il Glasgow District Council e il Greater Glasgow Tourist Board. Le istituzioni culturali di maggiore prestigio già operanti nella città (la Scotish Opera, Ballet and Orchestra, e il Citizens Theatre) furono individuate come le risorse, gli asset patrimoniali, su cui basare questo diverso modello di sviluppo. Queste risorse furono incrementate negli anni successivi con l'apertura di nuove gallerie (la Burrel Collection) e con la creazione di un festival annuale (il Mayfest). Fu dato inizio a una vigorosa campagna di marketing urbano basata sulla promozione del patrimonio e delle attività culturali della città. Contemporaneamente fu realizzato un centro espositivo e per congressi di rilevanza nazionale e fu creata una fitta rete di rapporti con le "associazioni di artisti" per animare culturalmente, specialmente nei mesi estivi, la città. Insieme a queste associazioni furono realizzati festival internazionali di musica (dal jazz al folk), danza e teatro di strada. Tutte queste iniziative vennero realizzate sulla base di un programma triennale. Una società no profit creata negli anni Settanta, la Workshop and Artist Studio Provision Scotland Ltd., ha contributo allo sviluppo di questa centralità urbana offrendo agli artisti (pittori, scultori, designer) e agli artigiani specializzati (oreficeria artistica, lavori su vetro eccetera) sia accomodation (studi e abitazioni a prezzi contenuti e con contratti temporanei) che servizi di supporto (marketing, commercializzazione, servizi espositivi eccetera). Questa società è attualmente titolare di circa 500 gallerie sparse in tutta la Scozia comprese le zone rurali e il supporto è fondamentale per l'affermarsi di giovani artisti. Sulla base di questo insieme coordinato di attività fu possibile rivitalizzare un'area urbana in declino e sviluppare un'industria turistica in grado di accrescere in modo significativo il reddito e l'occupazione della città. La strategia di intervento, elaborata per Glasgow, costituisce, con le opportune modificazioni, il "modello" di riferimento che verrà attivato in molte altre città, anche fuori dei confini del Regno Unito. Il "modello Glasgow" è stato successivamente applicato ad altre grandi città in crisi come Liverpool, Sheffield o Manchester. La strategia elaborata e attuata a Manchester merita una breve illustrazione perché presenta alcune significative specificità. In primo luogo, attraverso la nascita di un'industria culturale si voleva compensare il declino dell'industria tessile locale che, alla fine degli anni Ottanta, dava ancora occupazione a circa 24mila addetti. In secondo luogo, nella riconversione produttiva si attribuiva grande peso all'industria televisiva. Anche in questa città si è operato attraverso un mix di strumenti: attrezzatura, facilities per gli artisti, sostegno ai produttori e creazione di un'agenzia (Arts About Manchester) per la promozione delle attività culturali. Complessivamente, attraverso l'integrazione tra l'industria culturale e l'industria turistica, all'inizio degli anni Novanta, sono stati creati circa 22mila posti di lavoro: 10mila nel settore culturale e 12mila in quello turistico. Il modello dello sviluppo di un'industria culturale, spazialmente concentrata nella forma del distretto culturale, è stato perseguito anche in molte città del Nord America come Toronto, Boston o Baltimora. La creazione di un distretto culturale nella downtown di Boston presenta un'ulteriore specificità. In questa città, per sostenere la creazione di un distretto culturale, si è fatto ricorso ad uno strumento di tipo urbanistico assimilabile al nostro piano di recupero. Nelle norme tecniche del piano si prevedeva, infatti, un "bonus" - in termini di indici di densità insediativa, di modificazioni di destinazioni d'uso eccetera - che era direttamente proporzionale alla quota di spazio che il privato destinava a "servizi collettivi" di natura culturale: spazi espositivi, botteghe per artisti e artigiani eccetera. Il piano fu preceduto da un'analisi di impatto economico, nella cui redazione fu coinvolta la comunità locale, e da un piano di sviluppo culturale. Per la redazione di quest'ultimo piano fu creato un ufficio ad hoc: l'Offcie of the Arts and Humanities. La realizzazione del piano di recupero fu certamente favorita dal fatto che la gran parte delle proprietà dell'area faceva capo a poche società immobiliari, ma la creazione di un distretto culturale ha provocato nel tempo significativi benefici economici per i privati poiché, attraverso la crescita della domanda soprattutto di residenti, sono aumentati in modo consistente i valori immobiliari dell'area.

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Cosa succede in Italia

Di seguito, stralci di interviste o di opinioni che eminenti responsabili del Ministero per beni e le attività culturali, ricercatoti e promotori di progetti hanno rilasciato:

Gianfranco Imperatori, presidente dell’associazione Civita.

La nostra è un'associazione nazionale; è nata nel Lazio ma sviluppa la sua attività in tutto il territorio nazionale. L'esperienza che Civita ha avuto in dieci anni nell'obiettivo di concorrere alla valorizzazione dei beni culturali, ha prodotto molti risultati sul piano degli eventi, delle mostre e delle gestioni. Però abbiamo al tempo stesso verificato che questi risultati, seppur pregevoli, erano risultati molto episodici, non legati l'un l'altro. Quindi, nella consapevolezza che il patrimonio culturale del nostro Paese (e quando parlo di patrimonio culturale lo intendo in un'accezione molto vasta, che non si limita soltanto al patrimonio artistico, ma riguarda il design, il cinema, l'enogastronomia, la musica, ecc.) richiede una sistematicità d'intervento; è cioè necessario cominciare a vedere le cose in modo integrato, non come una sommatoria di episodi. Da qui è nata l'idea dei distretti culturali, territori omogenei che non richiedono necessariamente un'adesione ai confini amministrativi (tipo province o comuni). Si tratta piuttosto di un'area da definire, nella quale c'è una materia prima - che è la cultura - che può essere il motore di uno sviluppo; progettare questa complessa area in maniera integrata significa uscire dagli episodi ed entrare nel sistema. Questo modello è essenzialmente anglosassone: noi l'abbiamo analizzato, comparato, in qualche modo interpretato. Lo stiamo portando nel nostro Paese anche nella consapevolezza che alcuni Paesi anglosassoni - l'Inghilterra in modo particolare - lo hanno applicato alla loro cultura che, francamente, risulta essere meno ricca della nostra. La sensibilità, poi, viene man mano che c'è qualcuno che provoca su queste situazioni, e noi riteniamo di essere stati un'agente provocatore. E oggi questa sensibilità è cresciuta; non è abbastanza sviluppata quanto necessario perché ci sia un'accelerazione su questo terreno, ma siamo soddisfatti del processo che è avvenuto.

Il ruolo è questo: credo che oggi la tipologia dello sviluppo stia cambiando. E' più immateriale che materiale (gli inglesi direbbero è più softwar che hardwar). Se questo è vero, è chiaro che tutti dobbiamo ripensare alla tipologia dello sviluppo, attribuendo alla cultura un ruolo fondamentale. Il ruolo degli enti locali? Se è vero che cambia il modello di sviluppo ciascuno, secondo le proprie responsabilità, dovrebbe ripensare a cosa vuole fare "da grande"! Certamente non tutti i territori italiani possono avere la cultura come motore di sviluppo...tuttavia ce ne sono tantissimi: Civita ne ha inventariati 100 di potenziali distretti culturali... se ne partono soltanto un 20% abbiamo avuto un bel successo! Il senso di responsabilità di questi enti locali sta quindi nel capire che sul patrimonio culturale si fonda il loro futuro. Occorre rendersi conto che può nascere l'impresa culturale. Siamo in pieno capitalismo culturale (così ci viene suggerito anche da studiosi): dobbiamo quindi applicare gli stessi concetti dell'impresa, adattandoli ad un diverso contesto. E' chiaro che un distretto culturale è diverso da un distretto minerario...ma le tecnologie sono le stesse, i processi sono gli stessi. In genere tutti i privati rincorrono il grande progetto per la maggiore visibilità che a questo si accompagna. Noi riteniamo tuttavia che ci sia spazio per tutti, e quindi anche per realtà più piccole. D'altronde...non sempre si può fare Pompei o il Colosseo! Alcuni musei che noi gestiamo sperimentano una partnership pubblico-privata; così come per i musei, credo che questo modello possa essere applicato anche per i distretti culturali, nelle forme che non abbiamo ancora immaginato. Ma... perché no? Tutto il futuro è legato ad una collaborazione diversa tra pubblico e privato, quindi non vedo perché non ci possano essere società miste in cui il Comune abbia una sorta di golden share - cioè una sorta di capacità d'indirizzo - senza tuttavia entrare nella gestione del bene culturale. Noto rappresenta, insieme a Viterbo, un esempio di distretto culturale su cui stiamo lavorando. In passato ci si era occupati di queste due realtà in termini episodici: noi abbiamo suggerito l'impostazione del distretto e ormai Noto parla in termini di distretto. Io ritengo che anche le grandi città debbano arrivare al concetto di distretto culturale. Ho partecipato di recente ad un convegno organizzato dall'associazione industriali di Firenze dove la stessa associazione degli industriali ha ritenuto di dover sottoporre al Comune di Firenze un'ipotesi di distretto culturale. Non vedo perché anche Roma non debba passare da "episodio" a "sistema". Noi vogliamo aumentare la ricchezza del nostro Paese, che ha bisogno di una migliore offerta turistica, e il distretto culturale serve proprio ad aumentare l'offerta turistica del nostro Paese. Per intenderci: è inutile promuovere il teatro greco di Siracusa, se poi non esiste una superstrada che colleghi Catania a Siracusa. Le infrastrutture sono fondamentali e servono anche all'integrazione dei turismi: io ho calcolato che la Sicilia ha nove tipologie di turismo (tradizionale, balneare, congressuale, religioso, della terza età, sportivo, ecc.); se si riesce ad integrare questi nove turismi in Sicilia ci si va da aprile a novembre.

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Linee guida per la progettazione e costruzione di un Distretto Culturale realizzate dal professor Pietro Valentini (Università La Sapienza, Roma)

Il professor Valentini ha spiegato che con questa definizione va inteso un sistema, territorialmente delimitato, di relazioni che integra il processo di valorizzazione delle dotazioni culturali, sia materiali che immateriali, con le infrastrutture e con gli altri settori produttivi che a quel processo sono connesse. L'obiettivo è, da un lato, quello di rendere più efficace il processo di produzione di cultura e, dall'altro, di ottimizzarne su scala sociale gli impatti economici e sociali. Del distretto - ha precisato Valentini - è configurabile un modello generale (a sua volta origine di un'articolata serie di subsistemi) teso a raccordare la valorizzazione dell'asseto culturale di uno specifico territorio con i processi di valorizzazione delle altre risorse, come i beni ambientali, le manifestazioni culturali e i prodotti della cultura materiale e immateriale della stessa area. Fanno parte inoltre del distretto non solo i beni culturali oggetto del processo di valorizzazione e le altre risorse del territorio (dal patrimonio storico ambientale a tutte le espressioni culturali), ma anche le imprese, sia come fornitrici degli input richiesti dal processo di valorizzazione (ad esempio le imprese utilizzate in scavi archeologici o nei restauri), sia come produttrici di servizi, sia come utilizzatrici degli output del processo di valorizzazione (imprese multimediali). Tra gli altri soggetti del distretto Valentini aggiunge anche le infrastrutture territoriali necessarie al processo e le altre dotazioni territoriali (teatri, impianti sportivi e simili) i cui livelli di attività possono essere sostenuti da quelli del processo di valorizzazione e viceversa; un processo da intendere come fase di produzione di oggetti e servizi, come una "scatola nera" in cui si introducono input e da cui escono output, e dotato di una propria struttura, una filiera produttiva che dalla ricerca prosegue verso i servizi di progettazione, i settori delle costruzioni, della chimica, della meccanica di precisione, dell'informatica, dell'artigianato, dell'editoria e della comunicazione in generale. Illustrando filosofia e struttura dei distretti, il professor Valentini ha fatto cenno alle esperienze internazionali di forte integrazione tra il settore culturale e quelli ad esso connessi (turismo in primo luogo, ma non solo), perseguita attraverso una specializzazione territoriale in virtù della quale parti della città diventano luogo privilegiato per l'insediamento di musei, spazi espositivi, teatri, studi di artisti, gallerie d'arte, sale di concerto eccetera. In questo senso le esperienze più concrete ed interessanti sono individuabili nella rive gauche o l'area di Montmartre a Parigi, Soho e West End a Londra; Greenwich Village e Soho a New York. Ma esempi di sviluppo locale sostenuto dall'industria culturale sono ben visibilio anche in centri dell'Europa continentale con Rotterdam o Bilbao. Ovviamente la costituzione dei distretti presuppone una strategia di gestione, il cui responsabile deve tenere conto della presenza di diversi attori del territorio come i rappresentanti del sistema istituzionale, le forze politiche, i gruppi di pressione, le forze sociali ed imprenditoriali. Va poi debitamente considerata la specificità dei casi di proprietà collettiva dei beni (sia essa pubblica o privata), dove insieme al decisore tecnico, responsabile dell'effettiva gestione del processo di valorizzazione, interviene il decisore politico che definisce gli obiettivi più generali del processo medesimo. Insomma, una pluralità di decisioni che dà origine ad un sistema di elevato grado di complessità; per questo la costituzione di un distretto in grado anche di sorreggere una propria "economia" presuppone che intorno a questo obiettivo si coaguli un forte consenso, coinvolgendo i soggetti più attivi sin dalla fase di progettazione e definizione.

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Intervista a Giuliano Urbani

Il patrimonio culturale italiano rappresenta un vero e proprio vantaggio competitivo per il nostro turismo. Non ci sono solo città d’arte, ma quello che è ineguagliabile in Italia è la presenza ovunque nelle vicinanze di spiagge, montagne e città d’affari, di importanti vestigia culturali da visitare. Per questo motivo come ministero stiamo lavorando molto per migliorare la fase di gestione e valorizzazione, introducendo criteri di gestione privatistica. Vogliamo rendere i musei più accoglienti, più attraenti per i visitatori, naturalmente più integrati con il territorio. L’obiettivo a cui stiamo lavorando con due ministeri, Attività Produttive e Infrastrutture, è la creazione di distretti culturali muniti di city card, di programmi, di eventi, coordinati a infrastrutture di mezzi di trasporto adeguati Il binomio turismo e cultura ha esempi di eccellenza in tutti i settori. Naturalmente c’è molto ancora da fare, basta pensare a una questione elementare. L’Italia dispone di una scarsa e comunque vetusta segnaletica monumentale. Ho scoperto al mio arrivo al ministero che non esisteva nemmeno un ufficio che si occupasse di stimolare gli enti locali ad apporre targhe commemorative di artisti, letterati nei luoghi in cui nacquero, vissero o esercitarono.

Se parliamo da un punto di vista statistico, i luoghi più visitati dagli stranieri sono i Musei Vaticani, il Colosseo, Pompei e gli Uffizi. Quello che però dobbiamo valorizzare meglio anche a fini turistici è il tessuto incredibile di musei (ne abbiamo oltre tremila, di cui poco meno di trecento statali), castelli, luoghi archeologici, centri storici diffusi su tutto il territorio e non localizzati solo in alcune città. E non dimentichiamoci di due elementi che rendono l’offerta turistica italiana unica: il paesaggio e le grandi tradizioni artigianali ed eno-gastronomiche. Come dicevo, bisogna dare vita ai distretti tutistico-culturali per valorizzare il territorio. Non è un processo che si possa realizzare in maniera dirigistica da Roma: occorre invece saper coinvolgere le realtà delle Regioni e degli Enti locali, il mondo dell’associativismo, del volontariato, le fondazioni bancarie ed anche le sempre più numerose realtà imprenditoriali che operano nel settore della gestione dei beni culturali. Per favorire queste collaborazioni, disponiamo oggi di due strumenti giuridici fondamentali, le fondazioni e le società per la gestione dei beni culturali, enti a cui il ministero può concedere l’uso di beni culturali da gestire e da valorizzare. Inoltre per far scoprire l’Italia delle cento città, delle quasi centomila chiese, dei ventiduemila centri storici è importante avere una maggiore cura dell’illuminazione artistica. Sto pensando a un piano nazionale dell’illuminazione artistica, perché siamo veramente indietro, e perché tutti gli indicatori dimostrano che le frequenze artistiche dei luoghi illuminati crescono molto. Potremmo dire che tutta l’Italia non è sufficientemente valorizzata. Ad esempio Pompei, che pure ha molti visitatori, non ha un albergo nelle vicinanze e le altre infrastrutture di trasporto sono insufficienti. L’eliminazione di queste carenze, che sono molto diffuse al Sud, è un preciso indirizzo di questo governo per favorire lo sviluppo economico del Mezzogiorno. Rispetto all’estero, anche la lirica, che pure è tanto apprezzata e richiesta all’estero, non è sufficientemente usata come veicolo di promozione del nostro paese.

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I "sistemi culturali locali" in Sicilia prof. Maurizio Carta (Università di Palermo)

Al tema della valorizzazione del patrimonio culturale si è aggiunta la dimensione strategica delle politiche di rete, attraverso l’individuazione, nel territorio regionale, di "sistemi culturali locali" e della loro capacità di costituire distretti culturali. "Si tratta - afferma il professore Carta - di aree di specializzazione territoriale, in cui è identificabile una identità culturale comune e un sistema di azioni che consentono al patrimonio culturale di interagire con i servizi ad esso correlati, di costituire risorsa per la progettualità locale e di attivare politiche di rete". Lavorare per lo sviluppo regionale in un’ottica di distretto culturale significa individuare come i diversi soggetti che agiscono nel campo della cultura siano capaci di lavorare insieme e disegnare una geografia di luoghi, nel territorio regionale, che hanno già attivato politiche integrate di valorizzazione del patrimonio culturale e che attendono figure professionali qualificate per il loro sviluppo, la loro promozione ed evoluzione. La prima fase della ricerca si è conclusa alla fine del 2001 con la redazione di un Rapporto finale sui distretti culturali, il quale fornisce una prima ipotesi di specializzazione territoriale per lo sviluppo regionale, che non si alimenta solo del valore del patrimonio culturale territoriale e che non è soltanto fornitura di servizi culturali: è anche azione di soggetti, attivazione di relazioni, promozione di economie, realizzazione di progetti e potenziamento della formazione. La strategia proposta si basa su una forte integrazione tra le attività del settore culturale e quelle dei settori connessi: innanzitutto il turismo, ma anche la comunicazione museale, l'educazione scolastica e universitaria, la formazione professionale, la produzione specializzata o l'artigianato. L’integrazione è garantita dall’azione del distretto, il quale genera la "specializzazione territoriale": parti del territorio diventano luogo privilegiato per l’insediamento di specifici musei e visitors centres, per la concentrazione di luoghi di animazione culturale, per la diffusione di itinerari culturali, enogastronomici, naturalistici, etc. "La specializzazione territoriale - spiega il professore Carta - appare rilevante per due ragioni: da un lato, facilita i processi di integrazione intersettoriale in quanto, per effetto della realizzazione di una "massa critica" nell’offerta di servizi, si vengono a creare economie esterne che favoriscono l’insediamento delle attività sussidiarie e di nuove attività culturali e potenziano nello stesso tempo, gli impatti economici del processo di valorizzazione. Dall’altro lato, la specializzazione favorisce il perseguimento della rifunzionalizzazione e la rivitalizzazione di aree territoriali degradate e in crisi, che attraverso la messa in valore delle loro risorse di eccellenza culturale possono tornare a competere nel panorama regionale o sovraregionale".

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