Biblioteche e linee-guida: tempo di bilanci
di Roberto Antolini- biblioteca del MART
"Grazie agli strumenti
derivanti dall'Autonomia speciale si è venuto gradualmente a configurare [in
Trentino] un sistema culturale ricco ed effervescente": così recitano le linee
guida nella premessa (p.3), e l'affermazione mi trova pienamente concorde,
soprattutto sulla fondamentale importanza storica per lo strutturarsi di un
moderno campo culturale in Trentino della attribuzione alla Provincia di Trento
di una autonomia pressoché completa in fatto di cultura fin dallo statuto di
autonomia speciale del 1972, con il non secondario corollario dei finanziamenti
amplissimi che la cosa comportava.
Negli anni '70, dopo il boom economico e lo sviluppo delle
comunicazioni di massa, le strutture culturali tradizionali si presentavano
ampiamente svuotate. Ed ecco quindi che la messa in circolo di massicci flussi
finanziari destinati alla cultura scompaginava le carte, aprendo una nuova fase
costituente per la cultura trentina, e finendo per mettere in moto una
modernizzazione culturale spinta dall'alto a colpi di offerte e contributi.
La classe dirigente democristiana del periodo si è quindi
potuta muovere su un campo pressoché vergine, con grande disponibilità di
risorse, facendo riferimento alle nuove domande emergenti dalla "società dello
spettacolo", domande che però da noi stavano appena germogliando sottoterra,
arrivando nel nostro caso ad esprimersi prima una consistente offerta di natura
politico-burocratica - incardinata sul nuovo strumento di un apposito
assessorato provinciale alla cultura - che la matura domanda di una politica
culturale moderna.
Questa inversione di tempi fra l'offerta e la domanda mi pare
abbia caratterizzato tutta la fase degli anni '70-'80-'90, ed il fatto che ci
troviamo oggi qui a discutere per la prima volta così organicamente di un
riordino della disciplina delle attività culturali significa forse invece
proprio il fatto che questa fase si è ormai esaurita, anche nella consapevolezza
politico-burocratica, stretta fra la realtà recente di una penuria delle risorse
prodotta dalla crisi fiscale dello stato e le richieste ormai consolidate, ma
spesso passivamente, di una domanda nata in questo modo assistito e verticistico,
a volte con qualche cortocircuito di ruolo fra promotori ed utenti, anche per la
dimensione comunque quantitativamente ridotta del nostro campo culturale (i
400.000 abitanti del Trentino fanno 1 o 2 quartieri di una metropoli come Roma).
Anche la rete diffusa delle biblioteche è nata in Trentino sotto la buona stella
di questa ricca autonomia provinciale, verso la metà degli anni '70.
Naturalmente di biblioteche tradizionali ce n'erano già. Ma
negli anni '70, quando il Trentino si trova gratificato dell'autonomia speciale,
c'è anche qui montante l'onda lunga della scolarizzazione e della cultura di
massa.
Si sta affacciando insomma un consumatore medio diffuso, di
tipo post-scolastico, e ad un target di questo tipo fa naturalmente riferimento
il progetto di politica bibliotecaria che negli anni '70 prende il via
all'interno del più ampio orizzonte della politica culturale trentina.
La prima legge provinciale sulle biblioteche è del 1977, ma già da alcuni anni
prima la provincia ha cominciato a spingere per l'apertura di nuove biblioteche
comunali : "una biblioteca per ogni comune" è lo slogan entusiastico di questa
fase. L'idea è quella di disseminare il Trentino, anche e soprattutto quello
periferico, di piccole biblioteche di pubblica lettura ad un solo bibliotecario,
in grado di servire un'utenza scolastica ma anche un lettore "medio",
consumatore soprattutto di narrativa, ma con curiosità di tipo manualistico,
saggistico, per quotidiani e riviste a larga diffusione, ecc. Insomma un tipo di
biblioteca che stava fra la biblioteca parrocchiale e le public libray
anglosassoni, con qualche sotteso fine educativo a fianco di quelli dello svago
e dell'informazione, finestra (moderatamente)aperta sul mondo contemporaneo.
Queste biblioteche nasceranno "comunali", ma con fortissimo
sostegno finanziario provinciale: nei primi anni, la copertura provinciale delle
spese arriverà al 70% dello stipendio del personale e al 100% degli acquisti
librari e delle attività culturali che in questa prima fase sono demandate
direttamente alla biblioteca, invitata a funzionare come "centro culturale" del
comune. Fra la fine degli anni '70 e anni '80 queste biblioteche si diffondono
capillarmente per le valli trentine, cominciando a creare una certa abitudine
alla lettura (o quantomeno questa possibilità) anche in posti nei quali i libri
erano sempre scarseggiati, ed insieme ai libri ci sono le "attività culturali"
ed una prima apertura alla multimedialità: dischi e videocassette.
Agli inizi degli anni '80 poi un passaggio fondamentale, che
interesserà prima le grosse biblioteche di conservazione e specialistiche, e poi
si diffonderà omogeneamente su tutta la rete portando le biblioteche trentine
definitivamente nel campo delle public library, facendo prevalere la vocazione
informativa a quella formativa: parte sempre dal centro, e sempre con grande
impegno di risorse, una informatizzazione partecipata, che collegando in un
unico catalogo condiviso on-line tutte le biblioteche (il Catalogo Bibliografico
Trentino, CBT), e rendendo possibile lo scambio fra biblioteche dei volumi
cercati dagli utenti, rafforza incredibilmente il potere informativo di quello
che ormai è - ma purtroppo dal solo punto di vista del catalogo - un organico
sistema bibliotecario.
In questo caso la provincia realizza un intervento esemplare
di coordinamento e cooperazione: il CBT è un ufficio della PAT, e si appoggia a
strutture provinciali come la rete telepat che in quegli anni entrava in
funzione per una serie di servizi sul territorio, ma realizza una perfetta
collaborazione con i vari tipi di entità alle quali le biblioteche fanno capo:
enti pubblici soprattutto, ma anche enti ecclesiastici, soggetti di diritto
privato (come la SAT) ecc.
L'effetto di questa collaborazione è la fornitura di un servizio al pubblico
attestato omogeneamente su ottimi livelli qualitativi. Grazie a questo progetto
(dall'inizio costruito, e diretto con grande intelligenza fin circa alla metà
degli anni '90, dalla funzionaria provinciale Luisa Pedrini, poi inopinatamente
spostata a dirigere gli asili nido) le biblioteche trentine sono state negli
anni '80 e '90 le meglio funzionanti d'Italia, con una organizzazione capillare
che grazie alla rete del catalogo collettivo era in grado di mettere a
disposizione l'intero scibile umano fin nella più estrema periferia, realizzando
concretamente un diritto alla cultura diffuso.
Quando poi (fine anni '90) a disposizione degli utenti arriva anche internet, le
biblioteche trentine diventano davvero degli efficaci serbatoi informativi,
offrendo a chiunque possibilità di accesso ad una alfabetizzazione informatica
di base. Un esempio positivamente realizzato di quel metodo di lavoro che le
linee guida si propongono di "potenziare": "un costante coordinamento dei
diversi soggetti che operano creando un sistema a rete che possa valorizzare nel
loro insieme il territorio ed i soggetti che in esso operano" (p. 9).
Negli ultimi anni però questo sistema ha mostrato segni di
difficoltà, per un indebolimento di quel "centro" costituito dagli uffici
provinciali che si occupano di biblioteche: un centro sempre più affannato nella
rincorsa delle scadenze amministrative, e quindi sempre meno in condizione di
funzionare da vero cervello del sistema. Difficoltà precipitate al momento del
trasferimento dei dati del catalogo collettivo dal vecchio programma DOBIS/LIBIS
- che funzionava ottimamente, ma che ripiegato su sé stesso rischiava di restare
tagliato fuori dall'evoluzione tecnologica - al nuovo programma scelto AMICUS/LIBRIVISION,
che adottato ancora incompleto, mentre di alcuni moduli doveva ancora venir
terminata la scrittura, ed evidentemente non testato abbastanza sulla rete
trentina, ha portato al risultato di aumentare i costi peggiorando il servizio.
Credo sia l'effetto delle difficoltà del "centro"
provinciale, non adeguatamente sostenuto nel suo lavoro, ad espletare quella
funzione di "programmazione, coordinamento, evaluation" di cui parlano le
linee-guida (a p.25). Perché, anche tenendo conto che - come sempre dicono le
linee-guida - "l'evoluzione normativa in atto a livello comunitario e nazionale"
conduce a "processi di responsabilizzazione dei governi locali" (cioè a
potenziare in questo campo il ruolo dei comuni), rimane ineliminabile una forte
funzione centrale della PAT per tutte le questioni strategiche che si pongono
oltre l'orizzonte del singolo comune, come le scelte tecnologiche coordinate. In
questo campo fondamentale è la cura per gli aspetti generali che sono i
prerequisiti necessari perché poi i singoli soggetti operanti sul territorio
possano sviluppare un proficuo coordinamento, evitando di operare scelte fra di
loro contrastanti destinate a produrre farraginosità a livello di sistema.
La provincia è insomma chiamata a svolgere una necessaria operazione di
intelligenza complessiva.
Credo che questo dovrebbe essere il metodo per affrontare i problemi posti dalle
linee-guida: quelli di una razionalizzazione del sistema della cultura che
realizzi economie senza tagliare servizi. Nel nostro campo
(biblioteche)indubbiamente è venuto il momento di riverificare quanto fatto fino
ad ora, interrogandosi sul tipo di organizzazione bibliotecaria che è più utile
nel Trentino d'oggi. Perché mentre con il catalogo collettivo è andata
positivamente avanti l'evoluzione del servizio, dal punto di vista
amministrativo invece la tipologia è rimasta in fondo ancora quella di quando si
era partiti: se non siamo ad "una biblioteca per ogni comune" siamo comunque ad
una sequenza di (in genere) piccole biblioteche comunali appoggiate solo
catalograficamente ad alcuni nodi specialistici di ampie dimensioni, senza però
una vera ragione comune.
E qui indubbiamente il problema è quello di sviluppare, come
dicono le linee-guida "una forte azione di incentivazione verso le gestioni
associate del servizio...facendo anche rete con gli altri soggetti culturali
presenti in provincia"(p.17), ma a patto che una serie di problemi generali come
quelli degli strumenti informatici, o della messa a disposizione delle varie
specializzazioni ad una fruizione comune, vengano appunto - come si diceva -
affrontati adeguatamente a livello centrale, proprio su questa base dando la
possibilità di costruire poi quei "distretti culturali" di cui si parla (p.9) e
dei quali le biblioteche dovrebbero poter funzionare come spina dorsale,
offrendo alle attività che si sviluppano sul territorio un loro specifico
contributo: strutture informative, competenze, memoria.
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