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La riforma del comparto culturale in Trentino: riflessioni
Le Linee guida per il
riordino della disciplina delle attività culturali nella Provincia autonoma di
Trento, presentato alla Giunta provinciale dall’Assessore Margherita Cogo lo
scorso marzo, propongono, dopo molti anni dallo statuto di autonomia della
Provincia, un ripensamento globale sul comparto della cultura. Tale progetto,
reso opportuno dai rapidi cambiamenti avvicendatisi in tempi recenti nel
panorama sociale ed economico, oltreché culturale, rappresenta per il Trentino
un'occasione importante, densa di conseguenze per il futuro della sua vita
civile. Il documento offre pertanto numerosi spunti di riflessione sul tema
delicato e complesso delle attuali politiche in materia di beni e attività
culturali, e inoltre consente, anche tramite il Forum di discussione aperto alla
cittadinanza, il confronto in un pubblico dibattito.
Per una migliore comprensione dei propositi riformatori è stata condotta una
lettura comparata tra le Linee guida, il Programma del Presidente
Lorenzo Dellai per la XIII legislatura e il Documento di attuazione
2004-2006 del programma di sviluppo provinciale.
Il progetto assessorile rinvia infatti esplicitamente al dettato del programma
di legislatura del Presidente, che consente di leggere, nei vari capitoli in cui
si articola, un disegno di ampio respiro. Tale disegno, comprendendo la riforma
del sistema scolastico, quella degli enti di ricerca e questa delle attività del
settore culturale, riguarda l’intero sistema delle conoscenze pubbliche.
Il documento sottolinea al suo avvio la necessità e l'urgenza (pensiero del
tutto condivisibile) di razionalizzare la gestione del comparto cultura al fine
di ottimizzarne le risorse e di migliorarne la proposta, tanto più in una
situazione sempre più caratterizzata dalla contrazione delle disponibilità
economiche; altrettanto comprensibile è l'esigenza da parte dell'Amministrazione
di governare le differenziate e crescenti iniziative dei soggetti locali, non
prioritariamente addetti, come musei e istituti di ricerca, alla produzione
culturale.
Proprio per questo riteniamo importante, in quanto preliminare ad ogni
considerazione, chiarire il ruolo della cultura nella vita civile della
collettività, definendo in tal senso le finalità della gestione pubblica. Su
questo doppio fronte di valutazione (finalità e strumenti di attuazione) si sono
applicate negli ultimi anni prestigiose istituzioni, come l'International
Council of Museums, e numerose realtà regionali italiane, producendo un
patrimonio prezioso di ricerche, valutazioni e progetti, nel campo degli
standard, dei modelli gestionali, dei profili professionali, della formazione,
della sussidiarietà, della terminologia tecnica. Si prospetta ora per la
Provincia la possibilità di collocarsi all'interno di questo dibattito
internazionale e nazionale, mettendo virtuosamente a frutto, come in molte
situazioni ha fatto, il privilegio dell'autonomia.
Si auspica pertanto che, nello spirito del confronto promosso dal progetto di
riforma, siano coinvolte, nella fase di ricerca che precede la formulazione
della proposta legislativa, accanto alle necessarie competenze specialistiche
nel campo della economia e della gestione di recente individuate (Delibera della
Giunta provinciale 30.04.2004), alcune delle figure di riferimento che a livello
nazionale hanno contribuito e lavorato ad animare tale dibattito.
In questo contesto, che ormai da anni implica la considerazione del
coinvolgimento dei privati nel settore culturale, non è forse superfluo chiarire
alcuni principi fondamentali cui ricondurre ogni azione in questo senso
orientata: una distinzione di campo, innanzi tutto, e una valutazione di
competenze e di limiti.
E' infatti indiscutibile che le priorità della gestione pubblica della cultura
riguardino specificamente lo sviluppo civile della collettività, e quelle
dell'impresa privata siano invece rivolte principalmente al profitto; è inoltre
evidente come tali due finalità siano fra loro ben distinte. Si chiariscono a
questo punto le qualità e i limiti dei due diversi comparti. La gestione
pubblica è portatrice insostituibile di valori, saperi e professionalità
finalizzati alla tutela del cittadino, visto come proprietario e destinatario
del patrimonio culturale materiale, e di quel bene immateriale e inalienabile
sommamente prezioso, che è il significato civile insito nel patrimonio stesso,
non barattabile con le logiche del profitto. Questa prerogativa preziosa è
tuttavia spesso appesantita nelle sue applicazioni da posizioni asfittiche,
anti-tecnologiche e inefficienti. La gestione privata ha di contro affinato
competenze e strumenti di efficienza e di economicità, individuando tuttavia il
cittadino come cliente e la cultura come risorsa economica da far fruttare, pur
nella sua peculiarità, al pari di altre: la tendenza evidente sarebbe ad esempio
di vedere penalizzate le attività poco redditizie, indipendentemente dal loro
valore culturale e civile, con spostamenti di risorse in favore di eventi
temporanei ad alto rendimento.
A tale proposito resta illuminante la sentenza della corte costituzionale
151/186 e le indicazioni ad essa correlate del Presidente della Repubblica
italiana, che ha recentemente dichiarato: "La doverosa economicità della
gestione dei beni culturali, la sua efficienza, non sono l’obiettivo della
promozione della cultura, ma un mezzo utile per la loro conservazione e
fruizione" (Ciampi, 5 maggio 2003).
E' a questo punto importante, relativamente al coinvolgimento del privato, non
confondere ruoli ed intenti e precisare settori e compiti, condizioni, regole, e
soggetti: tenendo conto che si tratta di un settore già avvantaggiato dal
consistente indotto determinato dall'attrazione suscitata dal patrimonio
culturale, e pertanto potenzialmente disponibile ad essere stimolato a varie
forme di mecenatismo.
Un altro tema di riflessione riguarda il panorama della conoscenza, come
fondamento della conservazione del patrimonio e dello sviluppo civile della
collettività, nel suo duplice aspetto di ricerca e di educazione. Si esprime a
questo proposito l'auspicio che nella predisposizione del testo legislativo il
richiamo alla ricerca divenga centrale: ricerca che nella cultura italiana e
internazionale è inscindibilmente legata sia al concetto della tutela -
"Conoscere per conservare" è da molti decenni il principio fondante del pensiero
e dell'azione statale sul patrimonio - che alla definizione della missione dei
musei, di tutti i musei a prescindere dalla loro dimensione, da tempo codificata
dall'ICOM - "Il museo è un'istituzione permanente, senza scopo di lucro, al
servizio della società e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che raccoglie,
conserva, studia, comunica ed espone le testimonianze materiali dell'uomo e del
suo ambiente ai fini di studio, educativi e di diletto" (International
Council of Museums, art.2 dello Statuto); ricerca che, anche nel pensiero
economico più avanzato, e nei moniti dei più alti rappresentanti di settori
apparentemente diversi da questo, costituisce il motore irrinunciabile del
progresso.
Alcune garanzie per lo sviluppo della ricerca - la sua continuità nel tempo,
l'acquisizione di adeguati strumenti, la presenza diffusa di luoghi e servizi
deputati - possono risultare insomma apparentemente dispendiose, e tuttavia ci
sembrano imprescindibili per quell'avanzamento sociale ed economico auspicato
proprio dalle Linee guida.
Altrettanto valga per la concezione di ‘educazione al patrimonio’, da non
ricondurre riduttivamente al termine di "didattica", limitandola ad alcune
azioni ed istituzioni, ma da inserire compiutamente in un piano globale di
promozione e sviluppo del territorio e della collettività, secondo l’interazione
profonda fra istituzioni di tutela, di valorizzazione, di ricerca e contesto
cittadino.
A questo si connette la riflessione relativa all'intero quadro delle istituzioni
culturali. Sarebbe fondamentale che il panorama delle riforme in corso di
definizione postulasse l’aggregazione virtuosa tra enti pubblici di tutela,
università e altri enti di ricerca, considerando le istituzioni museali nel
complesso unitario e inscindibile della cultura e delle istituzioni che se ne
occupano, al fine di sottrarsi a quel processo di disgregazione osservato con
preoccupazione da illustri intellettuali, primo fra tutti Salvatore Settis. Si
confida dunque che l’accento posto sul ruolo del Servizio attività culturali si
fondi su questi riferimenti vitali e su una visione complessiva del bene storico
artistico, architettonico, archeologico, ambientale, cui il prospettato sistema
di rete potrebbe essere di utile supporto tramite il positivo compito del
coordinamento, evitando le strettoie controproducenti del controllo.
Una considerazione infine riguarda la distinzione delle istituzioni culturali e
museali, (postulata dal Documento di attuazione 2004-2006, che si pone in
continuità e coerenza con le Linee guida ), tra "punte di eccellenza" (il
"Centro della Scienza" e il Mart), e istituzioni "orientate alla dimensione
locale": tale distinzione, così come appare prospettata, non rischia di
sottrarre ai musei "non eccellenti", esistenti e futuri (si pensa in particolare
al nascente museo archeologico), quell'autonomia intellettuale, quell'avanzamento
metodologico, quel ruolo educativo e quel confronto nazionale e internazionale
che soli garantiscono l'autenticità, la libertà e lo sviluppo della cultura?
Lia Camerlengo, Castello del
Buonconsiglio
Lucia Cella, Servizio Università e Ricerca scientifica
Paola Pettenella, MART
Emanuela Rollandini, storica dell'arte
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