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Sarà il primo prelato a ricevere, dalle mani del
preside Roberto Toniatti, il diploma di laurea d'onore. Mercoledì 12 aprile a monsignor Iginio Rogger verrà conferito il
titolo di «dottore in Giurisprudenza». Quella che si terrà nella sede della
facoltà di via Verdi sarà una cerimonia di grande importanza per
l'Università, per la Chiesa e per la società trentina. Ottantasette anni ad
agosto, il teologo, direttore del Museo diocesano, e per 22 anni direttore
dell'Istituto superiore di scienze religiose, è fra gli intellettuali di
maggiore rilievo. All'attività di ricerca di Iginio Rogger si deve la «svolta
del Simonino»: nel 1965 la diocesi pose fine al culto del piccolo che perse
la vita a soli 28 mesi. E proprio a quell'episodio, e al processo sommario
che ne seguì, lo studioso dedicherà la lectio
magistralis del 12 aprile («In margine al caso Simonino di Trento-
Aspetti istituzionali e morali della questione»). Era il giovedì santo del
marzo 1475, quando il cadavere del bimbo venne trovato nella roggia del
ghetto ebraico, nell'area tra vicolo del Vò e via Manci. Il dito venne subito
puntato contro gli ebrei trentini. Si aprì una pagina oscura: un processo
indiziario, che si reggeva sul pregiudizio. Su iniziativa del principe
vescovo Giovanni Hinderbach - autorità ecclesiastica e civile, considerata
antisemita (l'odio nei confronti degli ebrei era diffuso a tutti i livelli) -
partì un'inchiesta a senso unico, volta a dimostrare il coinvolgimento
dell'intera comunità ebraica. Si parò di «omicidio rituale». La condanna,
nonostante la ferma opposizione del commissario pontificio inviato da Roma
che riteneva più plausibile l'ipotesi di colpevolezza del sarto Roper (si era
parlato anche di semplice disgrazia), arrivò puntuale: con poche eccezioni,
tutti i maschi della comunità vennero giustiziati. «Ma l'anno successivo ci
fu anche un secondo processo a Vienna - racconta monsignor Rogger -. Si
trattò di un procedimento analogo, che portò alla condanna delle donne della
comunità e di tutti coloro che, secondo il teorema dell'accusa, erano stati
complici». Nacque, dal basso, il «culto del San Simonino», accreditato di
vari miracoli, e continuato fino alla seconda metà del Novecento. Il 28
ottobre 1965 venne pubblicato un decreto a firma del dell'arcivescovo
Alessandro Maria Gottardi: «Nessun documento da parte della Santa Sede dava
riconoscimento canonico all'incidente». La salma venne rimossa dalla chiesa
di San Pietro e seppellita in un luogo segreto, per evitare che qualcuno continuasse
a praticare il culto. «Quel corpo - dice Rogger - l'ho collocato io, con le
mie mani, nella tomba. Lo feci dopo le necessarie indagini radioscopiche che
accertarono la sua età e le sue condizioni al momento della morte». Tutti i
dettagli di quell'episodio sono su un registro della diocesi, tenuto sotto
chiave.
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«Quando decidemmo di rimuovere il corpo i trentini, i
fedeli trentini, furono molto ragionevoli. La gente apprezzò il fatto che non
puntammo sul problema dell'antisemitismo: ci eravamo basati su una
metodologia storico-scientifica, che dimostrava che le cose andarono
diversamente. Il rischio era che i fedeli dicessero: "Ecco, ci tocca
rinunciare al nostro santo per fare piacere agli ebrei". Non fu così e
la comunità ebraica di lì a poco tempo tolse la scomunica gettata sulla città
di Trento». Il prelato spiega che, salvo qualche sparuto gruppo di fedeli,
nessuno adora più il Simonino. «In realtà lo scorso anno ricevetti una
"lettera sospetta". Un uomo annunciava la sua partenza dalla
Svizzera. Assieme ad altre dieci persone sarebbe venuto a Trento. Avrebbe
voluto incontrarmi per parlare della "faccenda di San Simonino"».
Un tentativo di carpire notizie, anche sulla collocazione della salma. «Io lo
rinviai alla bibliografia scientifica».
Mercoledì 12, alle 10.30, davanti al rettore Davide Bassi,
al preside Roberto Toniatti e al professor Diego Quaglioni - che leggerà la laudatio - monsignor Rogger tornerà
sul caso Simonino: un caso storico, sociologico e giuridico, viste le
commistioni dell'epoca fra autorità giudiziaria ed ecclesiastica. «Ho scelto
di dedicare la lectio a questo
argomento perché sono passati 40 anni dall'abolizione del culto e per
ricordare anche la figura di Paul Willehad Eckert, il padre domenicano che
compì lo studio decisivo che portò all'abolizione delle pratiche di
adorazione».
di ANDREA TOMASI
Da L’Adige del 2
aprile 2006
www.ladige.it
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