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Il settimo sacramento nasce a Trento, con il Concilio.
Così come lo si interpreta oggi - in Chiesa, con i testimoni e l'anello
nuziale - il matrimonio è un'istituzione figlia del consesso voluto da
Bernardo Clesio. «Prima - chiarisce Silvana Seidel Menchi dell'Università di
Pisa - il matrimonio era più che altro gestito in famiglia, nella sfera
privata; dopo è passato sotto il controllo del clero, nella sfera pubblica».
Tutto sommato, dunque, è ancora giovane, ha appena cinque secoli. Solo che
adesso pare superato. Tanto superato che Stato e Chiesa, almeno in Italia,
sembrano non avere più interessi sovrapposti nella sua «amministrazione».
Ma, avverte Diego Quaglioni, docente di storia del diritto
a Trento (che assieme a Seidel Menchi ha firmato quattro volumi editi da il
Mulino sull'argomento: «I tribunali del matrimonio», «Trasgressioni»,
«Coniugi nemici» e «Matrimoni in dubbio»), intervenendo al confronto
organizzato dalla Fondazione Kessler e coordinato a Gian Enrico Rusconi,
«l'impressione è che siano i laici a non sapere cosa farsene di questa
eredità, anche rituale, del matrimonio». Un'eredità oggi, un patrimonio in
passato. Quando sul rito e sul suo valore «legale» Stato e Chiesa si
scontrarono e il primo, almeno fino ai Patti Lateranensi e al referendum sul
divorzio, cedette alle pressioni del Vaticano dichiarandolo comunque
«indissolubile» e trasformandolo in un contratto anomalo. Tanto anomalo che
per secoli rappresenta una concentrazione di potere sulla quale lo Stato
lascia (quasi) carta bianca alla Chiesa, perché gli interessi coincidono. Il
matrimonio è il nucleo sul quale si basa l'educazione dei figli. Ed è il
nucleo all'interno del quale avviene la procreazione che, per interessi
spirituali (l'una) ed economici (l'altro), viene incentivata e sostenuta.
Figli legittimi (più che naturali) erano nell'interesse comune. Oggi che si
parla anche di altro e che le richieste per ampliare l'interpretazione del
matrimonio si succedono, le visioni non sono più sovrapposte.
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Paradossalmente, almeno nei tribunali, lo Stato è perfino
meno tollerante della Chiesa: «È una sconvolgente ipocrisia - taglia corto la
sociologa Chiara Saraceno , che insegna sia a Torino sia a Berlino - perché
alla Sacra Rota si ottiene lo scioglimento in due anni con le motivazioni più
assurde, mentre per lo Stato ne servono almeno tre. Non possono restituire la
verginità - sottolinea tagliente - ma poco ci manca». Secondo la Saraceno, il
matrimonio è cambiato: non è mai stato una formula universale del
riconoscimento della coppia, bensì un'attribuzione della paternità; ma adesso
è un rito di conferma e non più di passaggio. Vale a dire che non è più il
momento in cui, soprattutto la donna, ottiene l'autorizzazione ad avere una
propria vita sessuale. Già nel nord Italia la convivenza precede un
matrimonio su quattro. Andrea Zanotti, presidente della Fondazione, prevede
un'irreversibile separazione fra gli interessi di Stato e Chiesa sul
matrimonio, anche perché la tecnica ha individuato diverse scorciatoie per la
sessualità («il 70% di Internet è pornografia», rileva). E la procreazione
può venire garantita anche attraverso altri sistemi, estranei alla coppia e
perfino all'atto sessuale. Ormai il 50% dei matrimoni scoppiano ed un quarto
del totale non resiste nemmeno otto mesi. Il quesito di Zanotti riguarda
l'atteggiamento che la Chiesa terrà: «Seguirà le ragioni della maggioranza -
si chiede pubblicamente - oppure difenderà una scelta teologica alta?».
Per Saraceno il problema quasi non si pone: «Se in Italia
non esistesse la pensione di reversibilità, che in altri stati non c'è, non
si porrebbe nemmeno il problema del riconoscimento delle coppie di fatto».
MATTIA ECCHELI
Da L’Adige del
18 marzo 2008
www.ladige.it
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