Profilo antropologico di Giovanni Canestrini

Sarà che le scimmie ai giardini di Trento non si sono mai viste. Ma quel busto di Giovanni Canestrini incoronato d’alloro da parte di un allegro cercopiteco, così come lo raffigura una rivista clericale all’inizio di questo secolo, non può non colpire. Eccolo qui, pare dire l’offensiva illustrazione di “Fede e Lavoro”, anno 1901, questi sono i rispettosi omaggi che merita il vostro luminare. Un accademico che negli ambienti conservatori dell’epoca si era guadagnato, appunto, l’epiteto di professor Scimmia, mentre ai suoi discepoli toccava quello di “scimioni canestrinizanti”.
Darwin “Io avevo abbozzato questo capitolo prima di aver letto un pregevole lavoro di Canestrini, al quale devo molto”.
Erano anni difficili. Per le scienze, per la filosofia, per la libertà di pensiero. E lo scienziato Giovanni Canestrini, traduttore nel 1864 dell’opera di Charles Darwin L’origine delle specie, riassumeva nella sua persona quanto di più censurabile allora si potesse immaginare. Senza contare che la sua antropologia si prestò volentieri all’irredentismo, cercando di provare – anche su basi antropometriche – l’italianità del Trentino, allora sotto l’Austria. Canestrini era nato a Revò, in Val di Non, nel 1835. Si era laureato in scienze naturali (allora considerate una sezione di Filosofia) all’Università di Vienna, nel 1860, ma già da studente affiancava come assistente il titolare della cattedra di Zoologia. Tornato in Italia, insegnò storia naturale al Liceo di Genova e poi Zoologia, Anatomia e Fisiologia comparate all’Università di Padova. Fondò la Società dei naturalisti di Modena, e nel 1871, la Società veneto-trentina di scienze naturali. Sempre a Padova, Giovanni Canestrini istituì un laboratorio di Batteriologia e uno di Antropologia, ottenendo - con circa duecento pubblicazioni scientifiche al suo attivo - la libera docenza anche in queste materie.
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Il naturalista Giovanni Canestrini (Revò 1835 – Padova 1900).

Nessun aspetto del mondo animale gli era sconosciuto: Canestrini fu autore di un fortunato manuale di apicoltura e nello stesso tempo del primo manuale italiano di antropologia (per le edizioni Hoepli, nel 1878). Non c’è da stupirsene. Quest’ultima disciplina, ai suoi tempi s’intendeva come storia naturale dell’uomo; se vogliamo, una sorta di monografia zoologica del genere umano. Certo, se lo scienziato si fosse fermato alla batteriologia avrebbe avuto meno problemi. Invece osò di più. Perché, coerentemente con i principi della nuova teoria evoluzionista si cimentò - come fece lo stesso Darwin - in approfondite ricerche sulla paleontologia umana. In questa stagione scientifica si stava facendo largo anche il concetto di atavismo, cioè la ricomparsa in un individuo di caratteristiche anatomiche o funzionali di suoi remoti antenati. Tipico, l’esempio degli individui completamente coperte di pelo (ipertricosi) o delle donne barbute che allora si esibivano nei circhi. Anche gli organi rudimentali come l’estremità della nostra colonna vertebrale vengono interpretati dal Canestrini in chiave evoluzionistica: il coccige (giustamente) è un abbozzo di coda. Nell’opera di paleontologia umana pubblicata da Charles Darwin nel 1871, cioè cinque anni dopo l’uscita del libro l’Origine dell’uomo dell’antropologo trentino, approposito di organi rudimentrali lo scienziato inglese ammette: “Io avevo abbozzato questo capitolo prima di aver letto un pregevole lavoro, Caratteri rudimentali in ordine all’origine dell’uomo, di G. Canestrini, al quale devo molto”.
“Chi applica leggermente le vedute naturalistiche alle società umane arriva a conclusioni che possono indurci a detestare l’evoluzionismo”.
Ma tutte queste erano eresie per i propugnatori del creazionismo, che ovviamente rimanevano fedeli al dettato biblico: Adamo ed Eva, per costoro, non potevano aver avuto predecessori. Fu un gioco facile mettere alla berlina, calunniare e perseguitare il professor Scimmia. Né Darwin né Canestrini sostenevano che l’uomo deriva dalla scimmia, ma casomai che l’uno e l’altra hanno un comune antenato; intuizione oggi confermata dallo studio di un gran numero di reperti ossei e dai più autorevoli antropologi. E’ pur vero che Giovanni Canestrini nell’intento di provare la continuità naturale tra gli animali e l’uomo, finisce per esagerare. Attribuisce cioè facoltà di raziocinio a certi mammiferi, per elevarli, e scarsa intelligenza a tribù di cosiddetti selvaggi, per abbassarli al rango di “gradini intermedi” tra l’animalità e l’umanità. Su questo punto l’antropologia culturale ha poi fatto chiarezza: non esistono etnie culturalmente inferiori ad altre, l’Homo sul pianeta Terra è uno solo, ed è sapiens. Corre l’obbligo di ricordare, tuttavia, che Giovanni Canestrini, a differenza di altri suoi colleghi, come per esempio Herbert Spencer e John Lubbock, caso unico nel panorama antropologico dell’Ottocento, avvertì il pericolo del cosiddetto darwinismo sociale. Che era una perversione della teoria della sopravvivenza del più adatto, per selezione naturale, applicata non più alla biologia ma alla sociologia, cioè alle comunità degli uomini. Come a dire: se gli indios Brasiliani scompaiono è biologicamente “giusto” che sia così, perché sono più deboli. Si capisce che da questa teoria a quella nazista della “razza eletta”, il passo era (e purtroppo sarebbe poi stato) breve. Nei suoi scritti Per l'evoluzione, pubblicati nel 1894, Giovanni Canestrini metteva in guardia proprio da questo errore: “Chi applica leggermente le vedute naturalistiche alle società umane arriva a conclusioni che possono indurci a detestare l’evoluzionismo”.



Bibliografia:


Duccio Canestrini, “Freaks. Antropologia dell’anomalia”. In Annali del Museo civico di Rovereto, vol. 14, 1998.
Fabietti, U. (a cura di) 1980. Alle origini dell’antropologia. Boringhieri, Torino.
AA.VV., L’antropologia italiana, un secolo di storia, Laterza, Bari 1985.
Giuliano Pancaldi, Darwin in Italia, Il Mulino, Bologna 1983.