Da dove veniamo

I primi graditi visitatori del Trentino risalgono al periodo interglaciale Riss-Würm, sicuramente a più di 35.000 anni fa. Così attestano i reperti archeologici più antichi, cioè alcune pietre scheggiate nello stile dei neandertaliani. Ghiacciato, impervio e acquitrinoso a valle, fu dura rendere il Trentino un luogo ospitale. Soprattutto se si pensa che gli esploratori si fecero largo tra le foreste con asce di pietra. Poi quegli uomini scomparvero. Al loro posto, negli stessi territori, in tutta Europa si diffuse Homo sapiens sapiens, forse in seguito al primo genocidio della storia umana. Chiunque fossero i nostri misteriosi antenati erano già escursionisti montanari. I loro manufatti più antichi - punte di selce - non si trovano a valle ma sulle catene montuose del Baldo e del Bondone.
I trasferimenti e gli insediamenti in Trentino poterono iniziare soltanto dopo che il clima si fece più mite. Gli abitanti arrivarono da sud, circa 15.000 anni fa, quando la lingua del ghiacciaio atesino si ritirò, abbandonando la valle dell’Adige. Incalzando il margine del disgelo, facevano turismo di gruppo, quasi sempre venatorio:
piccole bande che dalla pianura si spingevano fino nel cuore dell’attuale Trentino a caccia di cervi
erano piccole bande che dalla pianura e dalle prealpi meridionali e orientali si spingevano fino nel cuore dell’attuale Trentino a caccia di cervi. All’inizio praticavano il campeggio libero, riparandosi sotto le rocce o nelle caverne. Erano trogloditi, insomma, ma questo non significa che non avessero forme di cultura e di spiritualità. Poi si diedero al campeggio organizzato: i loro bivacchi estivi, un focolare qui, un riparo là, si trasformarono in residenze permanenti. Alla lunga, apprezzate le qualità del territorio, quegli avventurieri ne divennero anche coltivatori e di fatto diventarono i primi “indigeni”.
Stringi stringi, tutte le culture sono risposte adattive all’ambiente. I pionieri preistorici seppero adattarsi con fantasia, costruendo palafitte come a Ledro e a Fiavé, o arroccandosi su dossi facilmente difendibili, i “castellieri”. Più si scava più la preistoria trentina si allunga. Ogni nuova scoperta, come quella della donna di Mezzocorona, obbliga la paletnologia a crescere. Ma le testimonianze di cultura materiale sono piene di trabocchetti: lo scrittore francese Albert Camus, in un racconto, inventò un personaggio che si divertiva a infilare strani oggetti nelle tombe antiche, per confondere gli archeologi. Senza arrivare a presupporre tanta malizia, l’attribuzione di reperti a popoli storicamente determinati è sempre problematica. Lo dimostrano le conchiglie marine trovate in diversi siti archeologici del Trentino e il caso dell’ambra gialla, proveniente dal mar Baltico, trovata a Fiavé. Il commercio con altri popoli esiteva anche allora.
Ma che gente era, che lingua parlava, in quali divinità credeva, come organizzavano la vita famigliare e sociale i nostri remoti antenati? Da chi discendono i Trentini? Quella antica fu una società multietnica. Si è parlato di una mescolanza di Veneti, Etruschi, Cimbri, Galli. Di certo questi ultimi - che erano celti – influenzarono gli indigeni Reti, combattutti a più riprese dagli invasori romani. Le tribù retiche costituirono probabilmente i primi gruppi etnici del trentino. Ciascuno, con il tempo, sviluppò una propria identità di valle, destinata a durare nei secoli.
I Reti erano gente tranquilla. Come si può dirlo? Si sono trovate poche armi. Vivevano di pastorizia, estraevano e lavoravano abilmente i metalli, conoscevano la scrittura, adoravano il dio Sole, c’è chi sostiene che avessero come animale “totemico” la marmotta. A Doss Castel di Fai della Paganella costruirono anche le prime case a schiera del Trentino, strapiombanti sulla Valle dell’Adige. I Romani li chiamarono “barbari” e razziatori, e li trattarono da briganti. In realtà quando le loro terre furono invase, i reti combatterono guerriglie da veri partigiani.
Con la conquista romana, ad opera di Druso e Tiberio, quindici anni prima di Cristo, inizia la storia ufficiale del Trentino, cioè quella basata su documenti.
Dietro il discorso sull'identità c'è tutta un'archeologia politica
Naturalmente, documenti scritti dai vincitori. La conquista del Trentino fu lenta e occasionalmente cruenta. Chi non veniva ucciso subito era fatto prigioniero, schiavizzato e costretto a giocare la propria vita nei circhi. Coloni militaristi, ottimi giuristi e ingegneri, tattici e burocrati nello stesso tempo, i romani si insediarono a valle, scegliendo e amministrando i luoghi migliori, come il municipio di Tridentum. Lentamente - qualcuno sostiene pacificamente - si integrarono.
Il dibattito storiografico e diciamo pure la polemica sulle origini dei trentini è di antica data. L’identificazione etnica della popolazione indigena preromana è sempre stato un tema caldo, con i relativi “sponsor” delle due scuole: la scuola meridionalista e quella germanista. La romanità è stata esaltata come matrice dell’italianità, in contrapposizione alla cultura tirolese. Dietro il discorso sull’identità, insomma, c’è tutta un’archeologia politica, che piega da una parte o dall’altra la storia, in maniera strumentale. Con esisti drammatici o comici, secondo i casi.
Dopo essersi elegantemente scannati per questioni ideologiche, oggi i paletnologi studiano le culture e non più le etnie. Sicché anche le contrapposizioni “tribali” sono (o dovrebbero essere) superate. Rimane il bisogno di radici, che tutti i popoli hanno. Vere o false che siano. A costo di ricercarle nel mito.