I Reti e la retitudine

I Reti erano un popolo nativo dell’area alpina centro-orientale. Erano bravi artigiani (la Seconda Età del Ferro coincide praticamente con la loro cultura) e pacifici montanari, che scendevano fino alla pianura veronese per barattare oggetti e bestiame. Di certo i Reti ebbero contatti con gli Etruschi, dai quali impararono l’alfabeto, e con i Celti. Etnicamente, però, sono da considerare indigeni alpini video.
I tratti caratteristici del loro orizzonte culturale sono le abitazioni, la ceramica, i monili, armi e zappe particolari e l’arte di decorare lamine di bronzo, a sbalzo. I reperti
Il vino retico era noto apprezzato persino dagli imperatori romani
collegati alle pratiche religiose dei Reti si riferiscono a divinità mediterranee e orientali, tra cui la dea Reitia e il dio dell’agricoltura Saturno. Posto che i Reti non fossero una classe sacerdotale, come vuole un’affascinante teoria, l’ethnos retico era assai più vasto della regione romana poi chiamata Rezia. In effetti non si sa moltissimo dei Reti, anche perché gli scrittori romani non erano interessati ai loro usi e ai costumi, quanto piuttosto al loro vino. Già nel II secolo avanti Cristo Catone Quinto ne loda la qualità, e sappiamo che il vino retico era noto apprezzato persino dagli imperatori romani. Su un frammento di brocca in bronzo del V secolo a. C. trovata a Sanzeno, in Val di Non, è raffigurata una scena erotica, che è stata interpretata come un accoppiamento rituale dionisiaco: i Reti assegnavano al succo d’uva fermentato e ai suoi effetti liberatori un valore trascendente. Anche per loro, insomma, nel vino stava la Verità.
I Reti (44 KBytes)

Il buon vino dei Reti era noto a Roma ed era apprezzato persino dagli imperatori romani. Ma chi beveva e chi si dava alla cultura? Forse, mentre gli uomini brindavano, le donne scrivevano...

Gli elementi di continuità tra la cultura dei Reti e la nostra vanno ricercati soprattutto nel rapporto con l’ambiente, con gli spazi coltivati e con la montagna, dove i Reti conducevano il
I pascoli, i campi e i monti, erano di proprietà comune; le comunità montane si riunivano in assemblee per trattare i loro affari e per eleggere i capitribù
bestiame all’alpeggio. Sempre in montagna, praticavano spettacolari cremazioni e roghi votivi – con sacrifici di animali e di vasellame – che ricordano i roghi accesi a tutt’oggi sulle vette, in Alto Adige. I pascoli, i campi e i monti, erano di proprietà comune; le comunità montane si riunivano in assemblee per trattare i loro affari e per eleggere i capitribù. Tutti questi princìpi saranno poi assimilati dalle Carte di Regola dei liberi comuni tridentini. Ma è forse nell’edilizia che si trovano le analogie più sorprendenti: l’ubicazione degli antichi villaggi retici, l’orientamento e la forma delle case – quadrangolari, a modulo unifamigliare, con vani a schiera – ricordano quelli di molti moderni borghi montani.
Come suonasse la lingua indoeuropea dei Reti nessuno ce lo può dire, ma è lecito supporre che risentisse al contempo di influenze germaniche e, poi, latine. Un altro elemento culturale della retitudine, che il Trentino ha ereditato in pieno, è proprio questo duplice orientamento verso il polo danubiano e quello padano: tra la terra dei Teutoni e quella dei limoni.



Bibliografia:

I Reti (atti del simposio di Castello di Stenico, Trento 1993), a cura di Gianni Ciurletti e Franco Marzatico, Trento, 1999.
Elisabeth Walde Psenner, I bronzetti figurati antichi del Trentino, a cura di Gianni Ciurletti, Trento, 1983.