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| Uno sguardo antropologico | Home | | ![]() |
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Gli
archeologi si occupano di culture e non di gruppi etnici. Anzi, diciamo pure che
quando sentono parlare di popoli preistorici storcono il naso. Troppe sono state le
strumentalizzazioni,
le polemiche,
le cantonate sullidentità dei primi indigeni trentini.
Sicché oggi la ricerca segue vie più rigorose e si attiene ai fatti, cioè agli oggetti. Per
quanto sia poco romantico, quasi sempre questi oggetti saltano fuori dagli antichi
immondezzai. Dalle discariche, dagli scantinati o dai cimiteri. Cavare umanità dai cocci,
è un po come cavare sangue dalle rape, non è unimpresa facile.
Conviene procedere con i piedi di piombo anche quando sono le antiche scritture, a
parlarci del passato. Sono i popoli vincitori che fanno la Storia, magari inventando fatti
e leggende, o commissionando sviolinate agli scrivani. Ci sono infine i discendenti
dellumanità scomparsa. Un aspetto decisamente antropologico del lavoro dellarcheologo
riguarda proprio
il rapporto con le persone
Se la moderna etnografia è piena di equivoci, molti malintesi devono avere avuto luogo anche in passato. Il problema delle fonti è sempre stato anzitutto un problema linguistico:
Quella antica fu una società multietnica e multiculturale, più esposta a influenze di popoli lontani di quanto si creda. Etruschi, Liguri, Veneti, Germani, Cimbri, Galli, Reti, Stoni, Anauni, Sinduni, Brèteni, Tulliassi, Romani, Ebrei, Ostrogoti, Longobardi, Franchi (lelenco potrebbe continuare!) tutti innestarono su questo territorio le loro abitudini, le loro credenze, le loro soluzioni pratiche. Spesso mescolandole. Se ora è impossibile distinguerle precisamente nel minestrone della Storia, si può invece individuare qualche elemento di continuità (o qualche sapore, per rispettare la metafora). Evidenziare in prospettiva antropologica leredità delle culture più antiche si può certo fare, ancorché pagando il prezzo di qualche forzatura, che forse servirà a memorizzare alcuni tratti salienti. Lalternativa è perdersi nel mare delle pubblicazioni specialistiche, sempre (troppo) caute. La psicologia e più in generale lantropologia della gente trentina nascondono ancora sorprendenti retaggi che risalgono al Paleolitico, al Mesolitico, al Neolitico e allEneolitico, oltre a quelli ascrivibili alla retitudine e alla romanità. Filo conduttore e punto di riferimento costante, è naturalmente il rapporto che tutte queste genti ebbero
Il rapporto tra archeologi e contadini non è mai stato splendido. Chi fruga la terra per estrarne vestigia del passato, anziché per coltivarla, è ovviamente guardato con fastidio e con sospetto. Di qui, forse, linsorgere delle numerose leggende sulla maledizione degli antichi defunti contro i violatori delle tombe. Ma è anche vero che, intravvisto il business, nonesi, lagarini e cembrani per nominare solo qualche realtà valligiana in passato hanno collaborato, vendendo antichi reperti a carrettate. E anche questa è una bella storia, che rimane tutta da fare. A volte, infine, si ha davvero limpressione di comprendere qualcosa degli antichi abitanti del Trentino smettendo di leggere, o di cliccare con il mouse, e ri-esplorando invece il territorio. Apprezzando la magia di certi luoghi Bibliografia: Franco Marzatico, La preistoria trentina nel quadro dello sviluppo culturale dellarco alpino orientale, in Storia del Trentino, a cura di Lia de Finis, Associazione Culturale Antonio Rosmini, Trento 1994. Willy Dondio, La regione atesina nella preistoria, Edition Raetia, Bolzano 1995. Bernardo Bagolini, Il Trentino nella preistoria del mondo alpino, Temi, Trento 1980. Aldo Gorfer, Aldilà della Storia, Temi, Trento1980. Franco La Cecla, Il malinteso, Laterza, Bari 1997. |