L’umanità scomparsa

Gli archeologi si occupano di culture e non di gruppi etnici. Anzi, diciamo pure che quando sentono parlare di popoli preistorici storcono il naso. Troppe sono state le strumentalizzazioni, le polemiche, le cantonate sull’identità dei primi indigeni trentini. Sicché oggi la ricerca segue vie più rigorose e si attiene ai fatti, cioè agli oggetti. Per quanto sia poco romantico, quasi sempre questi oggetti saltano fuori dagli antichi immondezzai. Dalle discariche, dagli scantinati o dai cimiteri. Cavare umanità dai cocci, è un po’ come cavare sangue dalle rape, non è un’impresa facile. Conviene procedere con i piedi di piombo anche quando sono le antiche scritture, a parlarci del passato. Sono i popoli vincitori che fanno la Storia, magari inventando fatti e leggende, o commissionando sviolinate agli scrivani. Ci sono infine i discendenti dell’umanità scomparsa. Un aspetto decisamente antropologico del lavoro dell’archeologo riguarda proprio il rapporto con le persone video. che oggi vivono nei luoghi dove migliaia di anni fa vissero i loro antenati. Non a caso, gli stessi luoghi.
Se la moderna etnografia è piena di equivoci, molti malintesi devono avere avuto luogo anche in passato. Il problema delle fonti è sempre stato anzitutto un problema linguistico:
Quella antica fu una società multietnica e multiculturale, più esposta a influenze di popoli lontani di quanto si creda
domande malposte o mal tradotte ricevevano risposte incongrue. Per esempio, la parola canguro deriva da kangarù, la risposta che un aborigeno diede al primo inglese che lo interrogò sullo strano animale che saltellava: nella lingua degli aborigeni australiani kangarù significa semplicemente “non capisco”. Stabilire un codice di comunicazione con un popolo di cui si ignora la lingua è pressoché impossibile. Ve l’immaginate un “ragioniere” Romano a colloquio con un “barbaro” Isarcus o Benacensis? C’è grande margine d’errore, dunque, in una disciplina necessariamete piena di dubbi, di ipotesi, di incerti limiti territoriali. Del resto, per rimanere alla romanizzazione e all’attendibilità delle fonti, se ancora oggi chiedete a un romano dov’è Trento forse vi dirà che è vicino a Trieste. Né mancano i trabocchetti o le sfide alla verità scientifica. Ne sanno qualcosa gli archeologi che dopo aver scavato il riparo Gabàn hanno dovuto difendere un reperto straordinario dall’accusa di falsità.
Quella antica fu una società multietnica e multiculturale, più esposta a influenze di popoli lontani di quanto si creda. Etruschi, Liguri, Veneti, Germani, Cimbri, Galli, Reti, Stoni, Anauni, Sinduni, Brèteni, Tulliassi, Romani, Ebrei, Ostrogoti, Longobardi, Franchi (l’elenco potrebbe continuare!) tutti innestarono su questo territorio le loro abitudini, le loro credenze, le loro soluzioni pratiche. Spesso mescolandole. Se ora è impossibile distinguerle precisamente nel minestrone della Storia, si può invece individuare qualche elemento di continuità (o qualche sapore, per rispettare la metafora). Evidenziare in prospettiva antropologica l’eredità delle culture più antiche si può certo fare, ancorché pagando il prezzo di qualche forzatura, che forse servirà a memorizzare alcuni tratti salienti. L’alternativa è perdersi nel mare delle pubblicazioni specialistiche, sempre (troppo) caute.
La psicologia e più in generale l’antropologia della gente trentina nascondono ancora sorprendenti retaggi che risalgono al Paleolitico, al Mesolitico, al Neolitico e all’Eneolitico, oltre a quelli ascrivibili alla retitudine e alla romanità. Filo conduttore e punto di riferimento costante, è naturalmente il rapporto che tutte queste genti ebbero
Filo conduttore e punto di riferimento costante il rapporto che tutte queste genti ebbero con l’ambiente
con l’ambiente, con il suo fascino naturale, con le sue risorse. Se invece dovessimo individuare, di primo acchito, un elemento di discontinuità rispetto al passato sarebbe quello relativo al sacrificio. Se c’è una cosa che in Trentino abbiamo perso, è proprio il significato dello spreco rituale, che invece molti tra i nostri antenati praticavano religiosamente. Lo facevano deponendo spade nel letto dei torrenti, fracassando vasi preziosi e sacrificando alle divinità delle vette animali e primizie vegetali. Tutti comportamenti quasi incomprensibili per noi, uomini economici, cultori della “roba”.
Il rapporto tra archeologi e contadini non è mai stato splendido. Chi fruga la terra per estrarne vestigia del passato, anziché per coltivarla, è ovviamente guardato con fastidio e con sospetto. Di qui, forse, l’insorgere delle numerose leggende sulla “maledizione” degli antichi defunti contro i violatori delle tombe. Ma è anche vero che, intravvisto il business, nonesi, lagarini e cembrani – per nominare solo qualche realtà valligiana – in passato hanno “collaborato”, vendendo antichi reperti a carrettate. E anche questa è una bella storia, che rimane tutta da fare. A volte, infine, si ha davvero l’impressione di comprendere qualcosa degli antichi abitanti del Trentino smettendo di leggere, o di cliccare con il mouse, e ri-esplorando invece il territorio. Apprezzando la magia di certi luoghi video. Guardando le nuvole, i monti, camminando nei boschi. Perché gli incerti dello stare, dell’andare, del sapere, alla fine, sono ancora gli stessi.



Bibliografia:

Franco Marzatico, “La preistoria trentina nel quadro dello sviluppo culturale dell’arco alpino orientale”, in Storia del Trentino, a cura di Lia de Finis, Associazione Culturale “Antonio Rosmini”, Trento 1994.
Willy Dondio, La regione atesina nella preistoria, Edition Raetia, Bolzano 1995.
Bernardo Bagolini, Il Trentino nella preistoria del mondo alpino, Temi, Trento 1980.
Aldo Gorfer, Aldilà della Storia, Temi, Trento1980.
Franco La Cecla, Il malinteso, Laterza, Bari 1997.