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Cammini
per la strada del tuo paese. Passi la banca, la scuola, la chiesa, il
supermercato o la famiglia cooperativa, vedi il campo sportivo, la caserma dei vigili
del fuoco, e così via. Ti riconosci in questi punti di riferimento? Forse sì, forse no. Alzi
lo sguardo sulle montagne, rassicuranti e incombenti al tempo stesso. Qui vivi, questo è il
tuo ambiente naturale. Lo percepisci, anche se non lo osservi intenzionalmente.
La scoperta e la descrizione dellambiente, di elementi del paesaggio, piante, animali e persone che caratterizzano il luogo, ha sempre avuto a che vedere con lidentità del Trentino.
In passato, i tratti geografici vennero assunti non come variabili da correlare alle altre (etnografia, cultura, educazione) ma come fattori determinanti lo stato della realtà. Questo modo di intendere il ruolo esercitato dallambiente in una prospettiva, se vogliamo un po esasperata, di antropologia del territorio, diventò unideologia: lideologia del determinismo delle condizioni geografiche sulle risorse sociali prodotte dalluomo. Come dire che tu sei così perché sei nato qui. Discutibile, naturalmente. Ma questa relazione non è così semplice, né così evidente. Esistono frontiere ed elementi nascosti in grado di incrinare il mito di un mondo alpino reso omogeneo dalle condizioni ambientali. Come hanno dimostrato gli etnografi americani Eric Wolf e John Cole, iniziatori negli anni Sessanta della moderna antropologia delle Alpi, in un medesimo ecosistema alpino possono convivere due culture diversissime quanto a strategie di adattamento, per esempio nella struttura della proprietà fondiaria e nellorganizzazione della vita famigliare. Fattori notevoli, che contribuiscono a marcare unidentità. E questo il caso delle comunità di Tret, in alta val di Non, e di S. Felix: la prima italofona, la seconda tedescofona e già in provincia di Bolzano. Due paesini limitrofi, dominati dallo stesso panorama montano e insediati nella stessa valle, ma... separati da un abisso culturale. Come la mettiamo? Non soltanto la prossimità, ma luso comune delle risorse ambientali permette di condividere unidentità. Probabilmente il senso di appartenenza era più forte nel Trentino di una volta, quando gli usi civici delle comunità (la Vicinia o la Magnifica Comunità) erano più sentiti e più attivi. La proprietà collettiva di pascoli e boschi, oltre a dare vantaggi economici, promuoveva infatti unidentificazione collettiva con la comunità dappartenenza, ben prima che nascessero i municipi. In ogni contesto territoriale cè una dialettica tra estraneità e affinità. Le contrapposizioni, che spesso comportano anche antipatie o simpatie, si articolano su scale diverse. In Trentino, terra di passaggio e cerniera culturale tra il mondo italiano e quello tedesco, era inevitabile una classificazione semplice, terra terra: quelli di su e quelli di giù. Benché mai sia stata fatta una scelta di campo univoca e permanente. Altre categorie spaziali, sempre a forte componente emotiva, distinguono per esempio i paesani montanari dai
Eppure, dal punto di vista etnografico il Trentino non è omogeneo. Appare invece come un mosaico di piccole patrie, differenti nel parlare, nella forma dellabitazione rurale, in diversi aspetti della tradizione orale e della cultura materiale. Queste piccole patrie in alcuni casi sono propaggini delle civiltà rurali contermini, quella veneta a sudest, quella lombarda a sudovest, e in vario modo quella tirolese verso nordest. Senza contare la presenza di minoranze germanofone e ladine. Allinterno del mosaico trentino corrono i solchi vallivi, ciascuno con le proprie caratteristiche. Sicché si può parlare di identità di vallata, più che di identità trentina. Sin dallantichità, gli abitanti di ogni valle nellimmaginario collettivo hanno - o avevano - una loro connotazione, spesso bollata da caustici soprannomi: i cembrani magnamusse, i nativi di Vallarsa sgalmeroni. Restringendo lorizzonte, i particolarismi non scompaiono, anzi. Lo dimostrano i cosiddetti blasoni popolari, cioè gli antichi epiteti, spesso scherzosi, affibbiati ai censiti di molti Comuni, (per esempio i lovi, cioè i lupi, di Cavalese), ai residenti di piccole frazioni di uno stesso Comune (per esempio i zavatoni, cioè i rospi, di Zivignago, nel Comune di Pergine), e anche a singole famiglie. La tentazione di considerle forme di totemismo, è forte. Tra vallate, Comuni e borghi orgogliosi della propria specificità, pare dunque inevitabile il mal del campanile. Per alleggerire questa parte dedicata allidentità legata al territorio, non mancheranno casi, anche comici, di campanilismo. |