Identità e cultura

Esce una precisa identità trentina dal monitoraggio della nostra cultura? Proviamo a chiederlo all’arte contemporanea. Ma l’arte è invenzione o è una categoria culturale? Domanda difficile. Forse si tratta di intendersi circa il rapporto che esiste tra la tradizione e l’innovazione.
Alla base della distinzione occidentale fra arte e non-arte c’è l’esclusione di storie e manufatti d’uso giornaliero, utilizzati per fini pratici. Ma una distinzione di questo tipo raramente si riscontra in altre culture. La maggior parte degli antropologi considera per esempio gli abili incisori del legno come veri e propri artisti. L’arte è una forma di comportamento esplorativo che permette agli esseri
Esiste dunque una “quota di identità” nella cultura e più specificamente nell’arte contemporanea trentina?
umani di sperimentare forme ritenute nuove, in un determinato contesto. Del resto, è la ripetizione di elementi tradizionali che spiega la maggior parte delle differenze tra le produzioni artistiche delle diverse culture. Dalla fine del XIX secolo, però, i grandi nomi dell’arte sono stati quelli di coloro che rompevano con la tradizione, introducevano nuove regole formali e, almeno per un certo tempo, producevano lavori incomprensibili a una gran parte della popolazione. I moderni parametri di giudizio estetico considerano dunque l’originalità più importante della intelligibilità, al punto che un’opera d’arte facilmente comprensibile può, proprio per questo, essere valutata negativamente.
Gli artisti sono forze che si muovono tra la natura - la loro naturale creatività – e la cultura. Certo non vengono “plasmati” dal loro habitat, ma in qualche modo, ovviamente, ne scaturiscono. Benché l’arte non abbia alcun dovere di interpretare l’appartenenza a un territorio, fatalmente accade che ne venga influenzata. L’arte informa e definisce lo spirito del luogo. L’arte che fiorisce in un determinato luogo, prende e dà. Quello tra arte e territorio è un rapporto che si declina in forme diverse. La più immediata e frequentata (ma anche quella più a rischio di banalità) è la forma semplicemente descrittiva.
Esiste dunque una “quota di identità” nella cultura e più specificamente nell’arte contemporanea trentina? A questa domanda, che non ha risposte preconcette, si cercherà di rispondere con un monitoraggio delle diverse forme di espressione artistiche locali. Certo nella moderna architettura trentina, per esempio, coesitono elementi di continuità, di innovazione e di rottura rispetto ai modelli del passato. Ancora più evidente è il legame con la tradizione di certa narrativa contemporanea, più o meno consapevolmente alle prese con stili di vita tradizionali, benché sottoposti allo “stress” della modernità.
Complessi bandistici e fanfare, dal canto loro, sono tenacemente legati alla tradizione, e così i cori di montagna, che trasformano paesaggi, memorie e tradizioni
Acceso dibattito pubblico sulla poesia vernacolare trentina
in armonie, spesso struggenti. Altrettante espressioni di “realtà di popolo”, se vogliamo, sono le rappresentazioni delle numerose compagnie filodrammatiche locali. Nelle loro pièce teatrali ricorre, per esempio, la spettacolarizzazione del contrasto tra i veci e i zoveni, tra un passato che pare depositario di ogni valore e uno stile di vita che pare, invece, averli persi tutti.
Meno percorso è il sentiero della fotografia artistica e del cinema, forme espressive innovative, ma non per questo necessariamente lontane dalla rappresentazione di una realtà particolare. Se la fotografia d’arte in Trentino conta diversi appassionati, non così la cinematografia, per varie ragioni. Ma oggi che il rapporto con la ripresa filmica della realtà è facilitato dai mezzi elettronici digitali, la produzione video, anche amatoriale, è tutta da esplorare. Intanto è da segnalare l’interessante (e unico!) film dedicato dal regista Francesco Dalbosco all’identità della città di Trento, intitolato emblematicamente “Stato di quiete”.
In questa sottosezione è finalmente possibile rintracciare anche i diversi interventi a stampa che negli anni scorsi diedero vita a un acceso dibattito pubblico sulla poesia vernacolare trentina. Da una parte stanno i versificatori ispirati dalla nostalgia di un immaginario Trentino Felix, e caparbiamente attaccati ai modi del passato rurale. Dall’altra stanno i critici, che denunciano gli esiti stucchevoli e gli orizzonti limitati della “poetica del pontesel”, cioè del balconcino, preferibilmente fiorito. Il confronto è ancora aperto.