La cultura materiale

La cultura materiale non è da intendere come se fosse contrapposta a una cultura spirituale. Nel buon artigianato, per esempio, c’è sempre dello “spirito”. Con questa espressione si definisce piuttosto l’insieme degli artefatti di una società: sia quelli connessi alle attività di sussistenza, sia quelli prodotti a scopo artistico o rituale. Se gli usi tradizionali di produzione e di trasformazione della natura corrispondono a tecniche apprese, ebbene, queste tecniche sono un patrimonio di cultura materiale.
Una civiltà del legno che ha prodotto manufatti ingegnosi come mulini, mantici e segherie
La storia evolutiva dell’uomo trentino è legata anzitutto alla foresta. Pastori disboscatori, prima che agricoltori, i trentini hanno elaborato in particolare una civiltà del legno che ha prodotto manufatti ingegnosi come mulini, mantici e segherie. C’è poi tutta un’attrezzatura minuta per “aggredire” il bosco e la terra, con strumenti in ferro prodotti dalle fucine. Questi vecchi attrezzi hanno dato luogo a una metafora indimenticabile, quella delle Alpi come soffitta dell’Europa, dove si sono accumulati gli oggetti artigianali, accantonati con l’arrivo dell’industria.
In questa parte del sito dedicata alle nostre tradizioni si visiteranno alcune manifestazioni della cultura materiale, bene inteso, senza farne altrettanti simboli di identità. Di fronte a queste icone del passato, è infatti facile provare un certo imbarazzo: abbiamo ormai più confidenza con il modem che con la zangola; ma mentre il primo ci consente l’accesso (per quanto virtuale) all’intero pianeta pieno di vita, la seconda rinvia a un piccolo mondo antico, quello dei nonni, che sembra sparito nel nulla. Con i vecchi arnesi se ne sono andate anche le parole desuete; un intero repertorio di termini relativi a una tecnologia sorpassata è stato mandato in pensione, e inghiottito dall’oblio. Nessuno sa più cosa sono i vebli, le stanghe del carro, mentre tutti sanno cosa sono le scocche laterali della Twingo.
Discorsi triti? Interessi antiquari? Non tutti e non sempre. Il saper abitare, per esempio, era ed è fondamentale. Ce ne rendiamo conto quando scorgiamo un edificio rurale sul rovescio della valle, stranamente baciato dall’unico, ultimo raggio di sole: era tutto calcolato! Ecco allora che l’architettura tradizionale, i suoi volumi e i suoi orientamenti, possono incuriosirci ancora. Così come la cultura dell’abbigliamento (che si tratti di vestiti, abiti o costumi, tre “bucce” diverse) e quella dell’acconciatura femminile, passano attraverso simboli che superano l’aspetto funzionale e comunicano posizioni sociali. Quante sono le vecchiette trentine che portano i capelli sciolti sulle spalle? Quasi nessuna. Come mai? In verità “tutta la testa”, dai baffi agli orecchini, come afferma l’etnologo Jean Cuisenier, “è uno sterminato sistema di comunicazione”. E anche questa è cultura materiale.
il Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina è oggi il più completo, il meglio organizzato e il più ricco museo europeo di cultura materiale della montagna alpina
Passando all’alimentazione, non si può ignorare la nostra cultura del vino, per allargare poi il discorso a un’antropologia della cucina tipica. Tenendo ben presente, tuttavia, che la cucina tradizionale non è di per sé “naturale”, ma corrisponde anch’essa a un ordine che l’uomo impone alla natura. Nonostante il noto detto popolare trentino “Quel che no strangola ‘ngrassa”, che fa pensare a maniere spicce, in tempi di miseria, il cibo è sempre stato lavorato (perlopiù dalle donne, che mangiavano in piedi) e dunque “culturalizzato”. Questo vale tanto per la quotidiana polenta, che poi è di origine americana, quanto per la cacciagione nostrana. Senza dimenticare quel monumento dell’alimentazione contadina che è il maiale (el rugànt, nella maggior parte dei dialetti trentini) e gli usi relativi alla sua macellazione. Tornare alla cucina del passato? Impossibile, nonostante l’infuriare di mangiate rustiche, sagre e revival: gli ingredienti, le condizioni materiali, i gusti sono cambiati. Ma ci si può ispirare.
La cultura materiale ci porta inevitabilmente ai mestieri antichi (cui Renzo Francescotti ha dedicato un libro fondamentale, Il mestiere dei padri. Trenta storie di famiglie trentine col mestiere nel sangue, U.C.T. 1983) e al museo etnografico di S. Michele all’Adige (MUCGT). Fondato nel 1968 dall’etnografo e artista Giuseppe Sebesta, il Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina è oggi il più completo, il meglio organizzato e il più ricco museo europeo di cultura materiale della montagna alpina. Per quanto poco noto ai trentini stessi, dall’elenco delle sue sezioni se ne capisce il valore, oggi confortato (qualcuno ritiene sfidato) dal progetto provinciale degli ecomusei dedicati alle tradizioni locali, che in futuro costelleranno il territorio.