Le minoranze

Per usare un’immagine cara all’etnografo Giuseppe Sebesta, fondatore del Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina, i popoli si sovrappongono “come colate laviche di un vulcano”. Scavando, se va bene, si possono scoprire le diverse stratificazioni,
Lingua ed etnicità, pur essendo collegate, non sono la stessa cosa
e le loro identità: fuse, stravolte o ancora intatte. In ogni caso, quando si parla di minoranze, è importante distinguere tra minoranze linguistiche e quelle etniche. Lingua ed etnicità, pur essendo collegate, non sono la stessa cosa. Una lingua può continuare a diffondersi dove altri segnali etnici sono andati perduti, così come, viceversa, una parlata locale può estinguersi mentre nella comunità resistono tratti culturali d’interesse etnografico. Tutto ciò premesso, le minoranze riconosciute e tutelate in Trentino dallo Statuto di Autonomia e da specifiche leggi della Provincia, sono tre: i Cimbri, i Mòcheni e i Ladini. In sintesi, ecco le loro caratteristiche.

Cimbri
Sono i discendenti di popolazioni di lingua tedesca provenienti dalla Baviera e dal Tirolo settentrionale, scesi nei periodi di carestia che seguirono l’anno Mille; Quelle genti approdarono prima nell’area dei Sette Comuni Vicentini, poi si insediarono nell’area trentina degli Altipiani di Folgaria e Lavarone e nella Lessinia veronese (i cosiddetti Tredici Comuni). Una curiosità: il loro nome deriva dall’errata credenza, diffusa in passato, che tale popolo corrispondesse a quello degli antichi Cimbri, sconfitti dal condottiero romano Mario, nel 101 avanti Cristo. La lingua dei Cimbri, il Taucias Gareida, è un antico dialetto tedesco, che certi trentini chiamano spregiativamente slambròt. In cimbro la luna, maano, è di genere maschile, proprio come nel tedesco Mond. Sparito ovunque (anche a causa di persecuzioni) ormai si parla soltanto a Luserna, cinquecento abitanti, epicentro della cultura cimbra in Trentino.

Mòcheni
I Mòcheni (Bernstoler sarebbe il loro vero nome) abitano la valle del Fersina, che da Pergine si inoltra verso la catena del Lagorai. Un migliaio di persone, qui, parla un antico idioma tedesco. I loro antenati giunsero dal Tirolo e dalla Carinzia nel XIII secolo. Bravi coltivatori e allevatori, si adattarono perfettamente all’ambiente. Due secoli dopo furono raggiunti da un’altra ondata migratoria di genti tedescofone, proveniente dalla Boemia, dalla Baviera e dalla Svevia, ma di tutt’altra cultura: erano minatori, Knappen, attirati dai metalli (argento, rame e ferro) di cui era ricca la valle. Quei “canopi” non si integrarono con i Bernstoler, ma entrarono nel loro folklore, tramandato da racconti fiabeschi. Esauriti i filoni minerari già nel Settecento, per i Mòcheni inizia l’era delle peregrinazioni stagionali: girano per l’Europa come venditori ambulanti (Kromer) e conoscono il mondo. E’ così che i “cromeri” mòcheni porteranno nuove linfe culturali alla loro comunità, tradizionalmente povera, chiusa e a tutt’oggi refrattaria al turismo di massa.

Ladini
Una minoranza che ha saputo conservare tenacemente idioma e tradizioni. La zona ladinofona si concentra attorno al massiccio del Sella, dal quale si dipartono a raggiera le quattro vallate della Ladinia dolomitica: la val Badia verso nord (con la laterale val Marebbe), la val Gardena verso ovest, la val di Fassa in direzione sud e la valle di Livinallongo verso est. La peculiarità linguistica del gruppo ladino (8.000 i parlanti in Trentino) è oggetto di approfonditi studi e di appassionanti dibattiti. Certamente altri trentini riconoscono nella propria parlata locale comuni radici, pur senza sentirsi minoranza. A detta di alcuni studiosi, il ladino non sarebbe una lingua, ma un dialetto retoromanzo, diverso dal ladino friulano e da quello del cantone svizzero dei Grigioni. A maggior ragione, la ladinità – intesa in senso strettamente etnico – sarebbe una sorta di “invenzione”. Dal canto loro, i ladini trentini rivendicano con forza un’identità etnicolinguistica fortemente percepita, che viene rispettata e gratificata dall’amministrazione provinciale.
Il caso del Ladini si presta a qualche riflessione, forse provocatoria ma salutare, sulle minoranze in Trentino. Tra sociologi e antropologi ferve infatti il dibattito sulla costruzione artificiosa e sulla preservazione “in ambiente sterile” di culture e identità etniche. Così il sociologo Enzo Rutigliano dalle colonne del
Le minoranze riconosciute e tutelate in Trentino dallo Statuto di Autonomia
l quotidiano locale l’Adige si è chiesto: “Ma una cultura che sopravvive grazie ad agevolazioni e leggi speciali è ancora una cultura, o diventa folklore?”. Si tratta di una problematizzazione spinosa ma forse necessaria, cui fa eco quella dell’antropologo Giovanni Kezich: “Garantito a tutti il diritto sacrosanto di parlare come sanno e come vogliono, è lecito chiedersi: vale la pena trasformare le lingue care e semiclandestine dell’infanzia e degli affetti locali, in altrettante materie d’esame, per rompere la testa una volta di più agli scolari? Vale la pena trasformare questi antichi parlari in lingue di carta bollata, buone per il tribunale e le USL?”.

Aldilà degli approcci storici e linguistici, e aldilà dell’importante folklore legato alle antiche tradizioni, ecco allora emergere domande nuove e necessarie: qual è il contributo culturale delle minoranze trentine alla società civile? Dove sta il valore/lezione del loro essere minoranze nella modernità? Solo in questa prospettiva di ricerca troveremo risposte soddisfacenti al “chi siamo”. In questo caso, al “chi sono”.