Raccontare
è un bisogno primordiale delluomo. Dalla barzelletta al mito, questo fatto
antropologico ha dato i frutti più disparati. Prima di parlare dei diversi generi delle
tradizioni orali in Trentino, occorre fare tre considerazioni: la prima sul dialetto, la
seconda sulla laconicità della nostra gente, la terza sullurgenza della documentazione. I
dialetti del Trentino sono molti e diversi, le parlate locali corrispondono ad aree
influenzate a loro volta dalle culture confinanti, esterne alla regione. Sono anche in
mutazione: il passato remoto, per esempio, da noi si è estinto da un paio di secoli. Per
molte ragioni, librido italiano-dialetto prende sempre più piede, il sale e il sonno, di
genere femminile, in bocca ai giovani sono diventate parole transessuali, per omologazione
al maiuscolo italiano. Un progetto dellUniversità di Trento e finanziato dalla Provincia
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Esiste un problema di etnografia urgente, di fonti orali da intervistare, prima
che su preziose testimonianze scenda il buio
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prevede la creazione, a breve, di un Archivio lessicale dei dialetti trentini: una banca
dati delle parlate vernacolari trentine, per conservarne la fonetica.
Quanto alla nostra laconicità di montanari... cè poco da dire! La chiusura dei modi più
che dellanimo, il parlare duro e impacciato, già per il folklorista Angelico Prati
stavano nella natura degli indigeni. Nel proverbio
Vardarse da laqua, dal vent e da
quei che parla lent, si esplicitano del resto i valori di una rapidità e di unessenzialità
che mettono in cattiva luce chi goda della comunicazione rilassata. I trentini parlano senza
aprire troppo la bocca né le vocali, covando un tradizionale sospetto per le parole.
Detto ciò, esiste un problema di etnografia urgente, di fonti orali da intervistare, prima
che su preziose testimonianze scenda il buio. Ha infatti ragione chi afferma che ogni vecchio
che muore è una biblioteca che brucia. Per iniziativa del Dipartimento Istruzione, Formazione
professionale e Cultura della Provincia di Trento, che ha inserito le tradizioni orali nel
catalogo dei beni culturali, è nato così lArchivio Provinciale per la Tradizione Orale
(
APTO),
con un laboratorio informatizzato che si propone di dare organicità alle raccolte
basate sulle fonti orali già esistenti e di promuovere nuove campagne di ricerca. Lidea è
quella di salvaguardare il nostro patrimonio di memoria storica e sociale, prima che sia
troppo tardi.
Le forme della tradizione orale sono le fiabe, le leggende, le filastrocche, i proverbi,
gli indovinelli, le ninnenanne, e naturalmente anche i canti. La raccolta di fonti orali
in campo etnomusicologico - di cui si occupa da anni Renato Morelli - è anzi il primo nucleo
dellAPTO. Di gioia o di dolore, il canto è lespressione più spontanea del ciclo della vita,
ma al contempo segue dettami culturali. Nei canti dinfanzia o militari, damore o di lavoro,
satirici o augurali, cè sempre tradizione. Ma come nella società moderna cambiano i rituali
di passaggio che riguardano lindividuo, così
si trasformano
le tradizioni orali. Nascono
nuove leggende urbane o valligiane, per esempio quella degli zingari che rapirebbero i
bambini nei supermercati Orvea. Nascono nuovi eroi, cari ai nostri figli, come quelli delle
fiabe televisive giapponesi. Nascono addirittura nuovi generi, che derivano da pratiche
sociali comuni. E stato osservato che la località balneare egiziana di Sharm el Sheik è un
luogo di trentinità ormai affermata. Ebbene i racconti delle vacanze, che solitamente seguono
un preciso cliché, sono un esempio di nuova narrazione di gesta. Abbandonata ogni utopia di
purezza, la tradizione orale, necessariamente meticcia, continua.