La discesa dei montanari: irreversibile o passeggera?

Un po’ come le frane, i montanari smottano a valle. Una discesa che qualcuno giudica ineluttabile. L’entità di questo esodo dalla montagna verso la città è problematica. Negli ultimi quattro decenni il centro di Trento è cresciuto di oltre venti volte. I residenti di molte frazioni montane sono in prevalenza anziani. Le ragazze, soprattutto, scappano. Gran parte delle aree di montagna ha ormai carattere di marginalità. Legambiente e Confcommercio nel 2002 hanno tracciato una mappa delle località che rischiano di scomparire in Italia: su duemilaottocentrotrenta, 43 sono trentine (l’Alto Adige nella mappa è invece rappresentato da un solo comune). Le caratteristiche di queste zone a rischio sono: basso reddito, calo demografico, mancanza di servizi e di esercizi pubblici. Coltivare in quota, dove la meccanizzazione è scarsa, diventa troppo faticoso. Per quanto riguarda i "fattori di spinta" bisogna dire che nelle aree di montagna le condizioni climatiche sono più difficili e le stagioni sono più brevi. Oltre a ciò la lontananza dai mercati sfavorisce la commercializzazione dei prodotti.
Un piccolo borgo abbandonato, in via di ristrutturazione.
Esistono poi dei fattori pull, come le trasformazioni economiche, l’industria e l’artigianato che attirano manodopera nelle vicinanze dei centri urbani. Le colture indubbiamente più redditizie (vigneti e frutteti) sono concentrate a valle.
C’è, o meglio c’era, anche un problema culturale, di prestigio sociale legato alla residenza. A valle si trovano gli spazi della socialità e le strutture per passare il tempo libero. A monte, solo il lavoro a contatto con la natura, la rarefazione dei rapporti sociali, il ritiro. Con la cultura dell’industrializzazione si è andata formando la convinzione che il contadino fosse un cittadino di serie B, nel complesso un povero svantaggiato.
Un’immagine che oggi è completamente cambiata.
È possibile che i villaggi nascano, vivano e muoiano come ogni essere vivente. Ma lo spopolamento dei borghi montani è una triste conseguenza delle difficoltà connesse alla lontananza e alla ripidità.
Non è detto però che si tratti di scelte irreversibili. Indubbiamente la montagna va ripensata e riabitata. Esistono, in questo senso, segnali di controtendenza. La viabilità oggi consente pendolarismi un tempo impensabili.
L’agriturismo in Trentino cresce del 20 per cento l’anno, l’agricoltura biologica del 30 per cento. Già si registra qualche caso di ripopolamento, talvolta da parte di piccole colonie di nuovi arrivati, cosiddetti "neorurali", spesso telelavoratori. Iron, nelle Giudicarie, che negli anni Settanta era il paese simbolo dell’abbandono dei monti, oggi conta una piccola comunità di residenti e si è parzialmente ripopolato. Va da sé, per recuperare i vecchi masi occorrono più incentivi e meno lungaggini burocratiche, su questo tutti concordano. Infatti, si tratta di uno degli obiettivi dei patti territoriali del Trentino.


Bibliografia
Aldo Gorfer e Falvio Faganello, Solo il vento bussa alla porta, Saturnia, Trento 1970. Walter Nicoletti, "Addio montagna, vado a vivere in città", Il Trentino, n° 249, aprile 2002. Daniela Poletti, "Un paese che non vuole morire" (Rover di Capriana), Il Trentino, n° 249, aprile 2002.

Per saperne di più
La Carta di Anguana (2002) per uno sviluppo sostenibile della montagna, contro lo spopolamento.