"Quando
fecero il sacro Concilio di Trento benedissero le piante, le pietre e gli animali, e da allora in poi non parlarono più né piante, né pietre, né animali". Questa sorta di benedizione che - secondo una tradizione orale cimbra - fa ammutolire la natura, è la stessa che in Trentino ha cacciato le
streghe sulle cime dei monti. Ma è anche una liberazione dalla ritualità "pagana" e dalle prodigiose risorse dell'irrazionale che ha impoverito la nostra comunità. Tant'è vero che oggi si tentano recuperi, più o meno riusciti.
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Tigli "sacri" all'ingresso di un piccolo cimitero di paese.
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La cristianità, con la chiesa al centro del paese e l'alto campanile "totemico", ha indubbiamente marcato il territorio. Lo ha disseminato di capitelli, chiesette campestri e rupestri, edicole sacre, vie crucis, croci nei campi e sulle vette. Incontrare questi segni di devozione significa sapere che non sei il solo a portare il peso dei giorni, che qualcuno ha camminato prima di te su ripidi sentieri e strade polverose. Un tempo, quando si andava a piedi, il viandante sostava al capitello e naturalmente ne approfittava per tirare fiato. La cristianità ha dovuto fare i conti e scendere a patti con credenze millenarie, tanto radicate che ancora ci s'inciampa. Le croci di ferro all'inizio della Val Marcia, nel Bleggio superiore, proteggono dalle tempeste. Le croci nei campi allontanano magicamente calamità e spiriti avversi. La croce di Padergnone fu eretta a protezione delle nuove viti americane, a prova di fillossera. Non è raro che i capitelli sorgano dove in passato un'epidemia colpì il bestiame. Antichi santuari trentini sono stati sovrapposti a luoghi dove si officiavano
culti della vegetazione (Madonna del Lares presso Tione, Madonna del Feles presso Bosentino, Madonna del Pez a Levico, Madonna dell'Uva a Piazzo di Segonzano). In molti paesi del Trentino - non di rado nei pressi degli attuali cimiteri - si svolgevano assemblee all'ombra di querce, olmi o tigli centenari. Gli ospizi, i lebbrosari, i romitori, i santuari che dettero vita alle processioni rogatorie e ai pellegrinaggi, sono eretti in luoghi speciali, già scelti per la cerimonialità precristiana.
Lo spazio mitizzato, i luoghi ancestrali, le leggende, i numi tutelari non sono del tutto scomparsi. Ecco allora i tesori nascosti, i bronzi
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Nano da giardino.
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colmi di monete d'oro, le caverne stregate, gli spiriti dei morti da placare (come si faceva a Castione, con un'offerta di castagne). Ecco le fate pietrificate, le acque miracolose, gli antichi allineamenti di sassi, l'impronta "magica" delle marmitte dei giganti.
La
toponomastica trentina abbonda di forre, grotte e cuspidi montane dette delle
strie. Altri esseri del folklore hanno lasciato traccia nell'immaginario e sul territorio, come le anguane, anche dette
aguane

, dublane, zubiane, vivane o bregostane. Più una varietà di esseri boschivi antropomorfi, che sono chiamati Salvanèl, Om Selvàdeg, Om pelós, Béatric, o semplicemente "orco". Sono residui, briciole di figure che un tempo avevano integrità e grande importanza.
Una ricerca sui nani da giardino (ricchissime le zone di Molveno, Baselga di Piné, Valli di Fiemme e di Fassa) condotta dal sociologo Bruno Sanguanini, ha dimostrato che questi nanetti decorativi - per quanto di fattezze disneyane - sono ancora percepiti come intermediari simbolici tra l'uomo e la natura.
Bibliografia:
AAVV.,
La religiosità nella storia del Trentino, a cura di Silvia Vernaccini, volume monografico di Postergiovani, Trento 1995.
Bruna Dal Lago e Elmar Locher,
Leggende e racconti del Trentino-Alto Adige: vagabonde fantasie, miti e incantesimi erranti tra valli, boschi e castelli misteriosi, Newton Compton, Roma 1990.
Bruno Sanguanini,
Nanetti & giardini in Italia, Cluep, Padova 2001.
Per saperne di più
La Società degli Alpinisti Tridentini e le croci in montagna, intervista di Andrea Tomasi a Bruno Angelini, "l'Adige", 13 luglio 02.