I
tre parchi naturali del Trentino -
Adamello Brenta,
Paneveggio Pale di San Martino e
Stelvio - con le altre aree soggette a tutela ambientale costituiscono il 17 per cento del territorio trentino: 103 mila ettari su un totale di 605.000. Le
Riserve Naturali sono quattro: Tre Cime del Bondone, Cornapiana, Campobrun e Scanuppia, cui va aggiunta una sessantina di piccole oasi naturali che tutelano luoghi di straordinaria ricchezza biologica, chiamati
biotopi.
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"Da sempre l’uomo alpino ha operato una sorta di regia della natura, gestendo l’ambiente come più conveniva". Vignetta di Rudi Patauner.
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Secondo il
Wwf e
Italia Nostra la situazione trentina è allarmante: con l’apertura di strade forestali dentro i parchi, le concessioni di caccia e la pianificazione di nuovi impianti di risalita si tradirebbero i destini delle aree protette. I parchi sono laboratori di ricerca, aree formative di coscienza ambientale, in crescita anche sul piano economico. Ma non possono e non devono competere con l’industria dello sci, perché sono tutt’altra cosa.
È difficile trovare un amministratore che dichiari la sua contrarietà alla tutela della natura, ma è nei fatti che si vede la politica. Quando la tutela viene presentata come se fosse in contrasto con lo
sviluppo, c’è puzza di bruciato. Chi ha detto che la conservazione intelligente non porta sviluppo?
Dal punto di vista dell’occupazione, le aree protette del Trentino danno lavoro a circa 120 dipendenti. I parchi e le riserve naturali non accontentano tutti, questo non è un segreto. Oltre agli "sviluppisti", loro antagoniste sono attività tradizionali come la caccia. Si tratta di trovare soluzioni adeguate tra il conservazionismo nostalgico e lo sfruttamento predatorio. Da sempre l’uomo alpino ha operato una sorta di regia della natura, gestendo l’ambiente come più conveniva. La protezione della natura, o quantomeno del
bosco, in Trentino è una tradizione secolare connessa a un uso saggio e prudente delle risorse ambientali, nell’interesse della
collettività.
Eppure, sopravvive una
mentalità mesolitica di sfruttamento immediato della natura. E incalzano le pressioni dei diversi interessi privati. Se le popolazioni locali, radicate sul territorio, hanno un rapporto problematico con una tutela che cala dall’alto, la soluzione sta nell’educazione delle giovani generazioni. Il parco è risorsa, non soltanto limite.
E’ in atto un lento ma progressivo cambiamento di mentalità tra le comunità native delle zone tutelate: in poche parole, dall’ostilità alla partecipazione. Un sondaggio effettuato dall’Accademia europea di Bolzano ha rilevato che il 95 per cento degli intervistati nella parte trentina del Parco Nazionale dello Stelvio alla domanda "Ritiene opportuna la protezione di zone particolari?" ha risposto sì. Il 34 per cento, tuttavia, auspica una "zonizzazione più adatta". Come dire che proteggere va bene, ma bisogna rivedere come e dove.
La sfida è superare gli interessi particolari e maturare una sensibilità che corrisponda a una nuova cultura: non di accaparramento, ma di rispetto per un ambiente solo apparentemente improduttivo.
Per saperne di più
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Park condicio". Il mito dell’ambientalista urbano e dell’indigeno "ecologo nato". Stralcio di un intervento pubblicato sul Bollettino della sezione trentina di Italia Nostra, novembre 1995.
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Il bracconaggio? E’ un disvalore", da "Airone", marzo 1995.