Il
vocabolo dialettale trentino
termen deriva dal latino
terminus, la pietra di confine appoggiata o infitta nel terreno. Il motivo per cui gli elementi che segnano i confini di un territorio sono pietre, è semplice: devono durare. Ci sono pietre naturali come i massi erratici sui quali venivano scolpite
croci, date o scritte, e stele di pietra calcarea scolpite e poi trasportate in loco. Ci sono pietre pubbliche, cioè confini tra comuni e paesi, e pietre private che segnano i limiti tra i singoli campi. Quasi tutte sono state poste o investite di funzione dopo discussioni, patti e controversie. La
comunità agricola, che ha il compito di produrre il cibo dalla terra, ha provveduto a delimitare le proprietà fondiarie con segni evidenti. Le pietre di confine tra i campi, da noi, hanno molte storie da raccontare: alcune sono finite in tribunale, altre rimarranno per sempre nel folklore. Tradizionalmente, le pietre di confine sono sacre e guai a chi le sposta. Le pietre di confine esprimono una sintonia con l'ordine cosmico, non possono essere rimosse, la loro importanza è tremenda. Cancellare o occultare questi segni può avere effetti drammatici: sin dall'antichità le pene erano severissime. Sotto il regno di Numa Pompilio, per esempio, chiunque, arando, avesse abbattuto un segno di confine era sacrificato agli dèi degli inferi, insieme alle sue bestie.
Le leggende sugli spostamenti dei
termeni sono molto diffuse nell'area tedescofona del Trentino-Alto Adige (in Sudtirolo sono note come
Marchegger-Sagen). Nel corpus di fiabe e di leggende raccolte da Hugo de Rossi in Val di Fassa si trova questo racconto: "Un uomo che abitava sull'alpe di Vigo durante la notte spostò tutti i cippi di confine per ingrandire le sue proprietà. Ma appena terminato il lavoro l'uomo prese fuoco, fu trasportato fino a Vael dove esplose in mille pezzi".
E ancora: "A mezzanotte un uomo si recò nel prato di sua proprietà, tolse tutti i cippi di confine e li ripiantò un metro più in là nella proprietà del vicino, guadagnando così un bel po' di prato. Aveva appena finito quando arrivò il diavolo e gli disse: vengo per ordine di Dio per comunicarti che morirai entro l'anno", cosa che accadde puntualmente.
A spostare e a nascondere i sacri
termeni ci hanno pensato le intemperie, i sedimenti, gli
smottamenti
e gli sbancamenti. Il tempo e la storia ne hanno sepolti molti. Un gruppo di appassionati ricercatori di Tione ora li recupera, studiando vecchie mappe catastali e scavando pazientemente. A volte occorre fare affidamento sulla memoria dei vecchi. Era infatti usanza, un tempo, sculacciare i bambini sul posto dove veniva stabilito un confine, proprio perché non ne dimenticassero l'ubicazione.
Bibliografia:
Piero Zanini,
Significati del confine. I limiti naturali, storici, mentali, Bruno Mondadori, Milano 1997.
Ulrike Kindl (a cura di),
Hugo de Rossi di S. Giuliana, Fiabe e leggende della Val di Fassa, Istitut cultural Ladin, 1984.