Autentici trofei

Buona parte dell’esperienza turistica è riconducibile a una ricerca di autenticità.
Turista dell'800
Un turista intenditore dell'Ottocento valuta la qualità di un oggetto ricordo artigianale.

Era così ai tempi del Grand Tour settecentesco, lo è ancora nell’era della vacanze di massa. Se molte cose negli ultimi secoli sono cambiate, rimane il fatto che partire e tornare non basta: bisogna raccontare l’avventura, mostrare di averla vissuta, esibire dei souvenir. Nascono così piccoli “reliquiari” personali, tra le mura domestiche. Scagli la prima pietra (fermacarte) chi non è mai stato tentato da una semisfera di plastica trasparente che racchiude un paesaggio, o un monumento. Il fatto che basti girarla per provocare una nevicata… non è poco.
Il viaggio nel mondo degli oggetti ricordo si svolge lungo una strada poco battuta. E’ un cammino sorvegliato da simboli bizzarri, in parte ancora da scoprire e da interpretare. La via è costellata di piccoli mostri (dal latino monstrum, stranezza mostrata) che servono per ricordare. I souvenir sono dolci trappole, che ci fanno affondare in un mare di suggestioni. Come dimostrano le mini videocamere di plastica colorata, vendute nei chioschi come souvenir, è il meccanismo stesso della replicazione della realtà che misteriosamente ci affascina. 
Messa da parte la psicologia, l’aspetto antropologico dei souvenir turistici ha a che vedere con l’identità locale. L’oggetto ricordo, perlomeno quello di prima generazione rispetto alla successiva produzione industriale, è comunemente inteso come una parte per il tutto. E’ infatti un’espressione di cultura materiale che contribuisce alla definizione del profilo identitario degli autoctoni. Che ne siano consapevoli, o meno.
Rigattieri, antiquari, mercatini dell’usato, cantine e soffitte, in Trentino, sono pieni di oggetti legati a usanze e mestieri del passato. Il sociologo Piergiorgio Rauzi li ha chiamati “oggetti afasici”, cose mute, che non parlano più. Qualche esempio? Ferri da stiro a carbone, campanacci, macinini, fusi, zangole. Il motivo per cui non parlano è perché non hanno più una funzione. 
Accanto a una produzione kitsch globalizzata, sono proprio questi oggetti, oggi, a plasmare le forme del ricordo. Per quanto misconosciuti, stilizzati o miniaturizzati, il loro significato ha evidentemente ancora la carica necessaria per attirare l’attenzione del turista. Che come abbiamo visto, ha un antico bisogno di portasi a scasa lo “scalpo” della cultura visitata. E allora buona caccia. Ma occhio all’etichetta.



cineprese Bibliografia
Duccio Canestrini, Trofei di viaggio, Bollati Boringhieri, Torino 2001.

Per saperne di più
Per un'antropologia dei souvenir. Indagine ricognitiva sugli oggetti ricordo del basso Trentino, di Duccio Canestrini. Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina, SM Annali di San Michele n.9-10/1996-97.