|
Un nuovo modello culturale si è diffuso negli ultimi anni. Consiste nel frequentare la montagna con discrezione. Questo modello, che supera altri modi più impattanti e aggressivi, assegna alla qualità dell’ambiente naturale una priorità assoluta: sopra le mode e sopra gli interessi particolari.
In passato, uno sviluppo infrastrutturale poco ponderato ha inferto all’ecosistema ferite profonde. Da allora, le valli alpine non sono immuni da rumori e inquinamento. Viabilità, edilizia e turismo di massa hanno segnato il
paesaggio trentino degli ultimi quarant’anni. Il congestionamento delle località turistiche più note ha un effetto boomerang. Per controbilanciare tutto ciò nasce un desiderio di salvaguardia e ripristino. Che si è concretizzato, per esempio, attraverso la creazione dei
parchi
naturali.
Alcuni problemi come il sovraffollamento di vie ferrate, piste da sci, sentieri promiscui per camminatori e mountain bikers, insieme alla penuria d’acqua (donde certe perplessità nei confronti dei campi di golf e della neve artificiale) hanno costretto la comunità trentina a riflettere sull’uso ricreativo del territorio, e sul tipo di turismo più desiderabile. Scartando un turismo di consumo, “usa e getta”, rimane quello più compatibile: il turismo naturalistico e culturale.
Si tratta di un importante cambiamento che presuppone un’etica: dello svago e dell’accoglienza. La Società degli Alpinisti Tridentini, in particolare, ha avuto il merito di diffondere questa visione più rispettosa della montagna, che non può non contagiare anche i visitatori stagionali. Si va insomma affermando l’esigenza di ripensare l’offerta turistica, operando anzitutto nel rispetto dell’ambiente, con soluzioni meno grandiose e sfarzose, ma più a misura d’uomo. C’è chi propone, addirittura, la riscoperta degli impianti di risalita di un tempo, come gli slittoni, le manovie, gli skilift con i pali in legno: tutti investimenti meno rilevanti di quelli necessari agli impianti dell’ultima generazione, e meno impattanti dal punto di vista ambientale. Non è un’utopia passatista. E’ piuttosto un ritorno al futuro: una volta tramontata la civiltà del turismo veloce.
Dall’Ottocento in poi, strade e mezzi di trasporto sembrano fornire il grado di civiltà raggiunto, fatta salva la Svizzera (un paese abbastanza civile!) che ha scelto di non costruire strade alpine. Fino agli anni Settanta troviamo manifesti pubblicitari del Trentino che promuovono il “rombo dei motori sulle strade dolomitiche”. Poi la sensibilità cambia, si comincia a pensare di regolare il traffico automobilistico sui passi dolomitici, dal mondo tedescofono e anglosassone ci raggiunge la nuova filosofia
car free, quella progressiva liberazione dall’auto che, per la montagna, sarà un toccasana.
In sintesi si potrebbe dire che siamo passati da un turismo difficile a un turismo veloce, per poi riscoprire i piaceri di un turismo più lento. Un turismo permeabile rispetto alla realtà locale, dove c’è comunicazione tra le persone, e il giusto apprezzamento di risorse che nessuno ha interesse a dilapidare. L’Atto di indirizzo sul turismo della provincia autonoma di Trento si attiene ai principi indicati nella Convenzione per la protezione delle Alpi (Cipra), dove si fa riferimento allo sviluppo sostenibile del turismo. Uno sviluppo basato sulla valorizzazione del patrimonio naturale.
|