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“E’ nata una nuova forma di lusso e dispendio imposta dalla moda”, si legge nell’annuario della Società degli Alpinisti Tridentini del 1885. In viaggio, “richiede agi e comodi eguali, se non superiori” a quelli che si godono tra le pareti domestiche. La nuova moda era il turismo, un fenomeno del quale la SAT, in queste righe, dà un’originalissima definizione. Il 1885 è anche l’anno in cui lo scrittore Alphonse Daudet pubblica in Francia
Tartarino sulle Alpi, una divertente caricatura romanzesca della nuova moda e dei suoi seguaci.
L’escursionismo alpinistico era una bella novità. Normalmente, non ci si sognava neppure di lasciare il proprio paese per andare a vedere le montagne, considerate ancora orribili. Le persone che disponevano di mezzi economici e tempo libero si interessavano alle monete antiche, ai quadri del Rinascimento, alle pietre preziose. Scalare una montagna, poi, era considerata pura follia, semplicemente non aveva senso.
L’estate i signori andavano in villeggiatura ai freschi. Un esodo stagionale che per diversi secoli distinse lo stile di vita degli aristocratici. Ad avventurarsi tra i monti dell’arco alpino, invece, erano pochi cacciatori di camosci e cercatori di cristalli, o coraggiosi scienziati come Dolomieu che, a fine Settecento, fece diversi viaggi di studio nelle “sue” Dolomiti.
A quell’epoca i filosofi erano convinti che le vallate alpine celassero piccoli
Eden incontaminati dai vizi della civiltà. Il turismo di esplorazione delle vette inviolate (si diceva così, come se la montagna, quasi fosse
nemica, prima o poi bisognasse combatterla o violarla) in Trentino inizia nella seconda metà dell’Ottocento. Cominciando dal gruppo del Brenta, le mete montane diventano rifugio della nuova borghesia, in fuga dai clamori e dal congestionamento delle città. Lo scrittore inglese Leslie Stephen (padre di Virginia Woolf) è il primo a rivendicare la legittimità di un un turismo alpinistico inteso come libera attività, svincolata da scopi utili o giustificazioni scientifiche. Una concezione giocosa della montagna, ancora in atto e mai del tutto digerita.
Nel frattempo, l’impero tedesco aveva concesso le ferie pagate ai funzionari, seguito dall’Austria, poi da Francia e Inghilterra. Un passo cruciale, insieme alla meccanizzazione dei trasporti, per l’affermazione della nuova moda. Nel 1875 Enea Bignami, autore della prima guida turistica del lago di Garda, annota che “il biglietto circolare delle vie ferrate ha giovato immensamente alle società degli alberghi”. Il biglietto circolare è un biglietto ferroviario di andata e ritorno, che autorizza a compiere un
tour, cioè a fare, come si diceva allora, tourismo.
L’ospitalità – dapprima caritatevole, poi a pagamento – è qualcosa che lega fortemente il viandante all’indigeno. Nel corso degli anni, con la nascita di una cultura dell’ospitalità, il viaggiatore che all’inizio viene sistemato nel fienile, sale letteralmente dalle stalle alle stelle, passando per il letto personale dei suoi ospiti. I quali sloggiano volentieri. La nuova moda turistica è una manna. Le popolazioni locali vivono un’agiatezza insperata che porta alla diminuzione dell’analfabetismo, alla scomparsa della pellagra e al calo dell’emigrazione dai borghi più poveri.
I principali poli d’attrazione turistica furono e a tutt’oggi rimangono tre: il polo alpino, il polo termale (precursore di quella
wellness oggi tanto ricercata) e il polo lacustre delle stazioni climatiche e balneari: Arco per un turismo di cura e aristocratico, Riva del Garda per un turismo più mondano e borghese.
Nel 1899 la rivista rivana “il Baldo”, commentando la costruzione dell’Hotel Benaco e del Grand Hotel Imperiale del Sole, osserva: “Siamo in un periodo, diremo quasi, di furore edilizio”. Ben altri furori sono in arrivo, a partire da quelli bellici, che per due volte calpesteranno la neonata “industria dei forestieri”.
A tutt’oggi i turisti fuggono dalle grigie e rumorose città, in cerca di tranquillità tra le valli del Trentino. Da questo punto di vista, non è cambiato molto. Ma chi coltiva aspettative inadeguate rischia di esportare la fretta, i consumi e i tumulti urbani che ha lasciato. Un paradosso che risale agli albori del fenomeno turistico. La nuova moda ha preso definitivamente piede: non resta che divulgarne il bon ton.
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