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Nelle stalle computerizzate dove si pratica la fecondazione artificiale non è raro trovare l’icona di S. Antonio abate, con il suo fedele porchetto. Viviamo due dimensioni sincroniche - non soltanto nel campo del turismo - dove l’innovazione si affianca alla
tradizione. Le prenotazioni via internet e le
webcam, che trasmettono immagini in diretta da postazioni montane, rappresentano novità tecnologiche; ma cambiano anche il modo di andare alla montagna. Se per un verso è utile sapere che tempo ci aspetta, per l’altro viene a mancare la sorpresa: il turismo d’oggi è sempre più garanzia, certezza, rassicurazione. Se vogliamo, è una sorta di congiura contro l’imprevisto.
Nell’immaginario collettivo la montagna è silenzioso paradiso, cura per i mali della civiltà. Ma questo immaginario a volte cozza con gli effetti del nostro comune desiderio di salirci. L’adeguamento a certi standard di ospitalità, per esempio, è una delle sfide della modernizzazione. Il caso dei rifugi alpini è emblematico: qui il comfort può essere al contempo un gradito servizio, ma anche una perdita in termini di fedeltà allo spirito del luogo. La sfida sta nel trovare un onorevole compromesso.
Più difficile pare conciliare l’idea di montagna lunapark, con l’idea di montagna rifugio dei valori. Negli ultimi anni l’aspetto ludico del turismo montano ha comportato la nascita di iniziative, come l’organizzazione di rumorosi spettacoli in quota, criticate dallo zoccolo duro della tradizione alpinistica trentina. La quale comincia a lamentare una disneyzzazione di certa offerta turistica.
La natura è bella: può essere attrezzata e migliorata? Ecco un quesito (un po’ provocatorio, ma estremamente attuale) che sorge spontaneo di fronte a certi artifizi ad uso turistico che rendono la natura qualcosa di più di se stessa: una ipernatura. Neve artificiale, passerelle tra i biotopi, un tratto dell’alveo del torrente Noce modificato per facilitare la discesa agli appassionati di kayak. Tutto si può fare, naturalmente. Compreso pensarci sopra.
Una sorta di rivoluzione culturale ha trasformato la ripidità dei declivi da handicap a risorsa. La
pendenza del territorio, che ha plasmato la nostra cultura, un tempo significava soprattutto fatica. Oggi è occasione di gioco. Scivolare lungo superfici levigate o inclinate è diventato uno stile di vita positivo. Ma rimanere in superficie è anche una metafora…
Alla fine, il problema da risolvere è quello della quantità opposta alla qualità del contatto turistico. Perché la quadratura del cerchio, con la formula quantità della qualità, non esiste. La maggiore sfida della modernità, in campo turistico, è dunque equilbrare quantità e qualità. Rendere compatibile l’innovazione e la vitalità delle tradizioni. Riportare l’uomo, che naturalmente sta cambiando, al centro del gioco.
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