Siamo un bosco misto

Noi e loro. Ma loro chi? Abitanti di regioni confinanti, nativi con diverse identità di valle, nomadi e seminomadi, stranieri di passaggio, eserciti di conquista, lavoratori stagionali, minoranze linguistiche, nuovi residenti. Per dirla, un po’ semplicisticamente, nel nostro dialetto: quei da ’nzò e quei da ‘nsu (quelli da "giù" e quelli da "su"). Umanamente, il Trentino è sempre stato una mescolanza di genti.
Il mito di una cultura unica, integra, autarchica e monolitica, è un falso mito.
Se le persone fossero alberi, il Trentino sarebbe un bosco misto. Un bosco dove arrivano e attecchiscono semi portati dal vento. Anzi, portati da ventate diverse. Folate calde e fredde, venti di guerra e di pace.
L’immigrazione di merci e di persone è un fenomeno ineluttabile della nostra epoca e tocca tutto il mondo, non soltanto il Trentino. La società multietnica in Trentino è già una realtà. Non è un fenomeno transitorio, non passerà. Né siamo più alla fase iniziale. Secondo i dati dell’Osservatorio provinciale sull’immigrazione, nel 2000 gli stranieri "extracomunitari" residenti erano più di quattordicimila, il doppio rispetto a dieci anni fa. Attualmente il paese da cui proviene il maggior numero di immigrati è il Marocco (circa il 20 per cento) seguito dall’Albania (circa il 12 per cento) e dai paesi della ex Yugoslavia.
Le previsioni dei flussi migratori calcolano la presenza di 20 mila stranieri in Trentino nel 2007, e di 30 mila nel 2017 (cioè il cinque per cento della popolazione, contro l’attuale tre per cento).
La copertina del numero monografico della rivista della scuola trentina Didascalie, dedicata all’inserimento dei bambini immigrati, febbraio-marzo 2000.
Questa mescolanza di persone può creare qualche difficoltà, ma anche grandi opportunità dal punto di vista sociale, economico e culturale. A patto però che si stabilisca un confronto aperto, con un dialogo capace di superare paure e incomprensioni.
Se la globalizzazione rischia di appiattire ogni differenza, la cieca difesa dell’identità locale rischia di sconfinare nella xenofobia. In questo scenario è necessario agire per una integrazione degli ospiti che hanno culture diverse. Di fatto, il processo di inserimento nella nostra comunità è già avanzato, in senso positivo. Tra le persone allogene c’è gente che lavora, studia, si diverte, produce, consuma.
Oggi la manodopera straniera corrisponde al 15 per cento del totale degli avviamenti al lavoro nella nostra provincia, mentre nel terziario costituisce i due terzi dei nuovi occupati. Non tutti sanno che circa seicento donne dell’Est europeo stanno sostituendo l’ente pubblico nell’assistenza agli anziani e ai disabili. Infermiere sudamericane lavorano all’ospedale Santa Chiara di Trento, infermiere indiane all’ospedale S. Camillo. Alexander Biba, panettiere albanese, lavora dalle due di notte alle nove del mattino a Ciré di Pergine. "Preparo il pane per i trentini", dice, "Così quando si alzano lo trovano caldo".
Ma è nel mondo della scuola che si gioca la scommessa più grande. Oggi frequentano le nostre scuole circa 2500 studenti stranieri - appartenenti a un centinaio di etnie diverse - pari al 3,5 per cento dell’intera popolazione scolastica trentina. Le associazioni studentesche come l’A.S.I.A (Associazione studentesca italo-asiatica) organizzano feste multiculturali. L’Università promuove gli scambi interculturali. Il centro provinciale Millevoci di Trento coordina un importante lavoro di mediazione culturale, per facilitare l’integrazione degli scolari immigrati.
"Us and them", appunto, come cantavano i Pink Floyd. Noi e loro. Perché, alla fine, siamo tutti ordinary men, gente normale.



Bibliografia:

Giovanni Sartori, Pluralismo, Multiculturalismo e estranei, Rizzoli, Milano, 2000.
Duccio Demetrio (a cura di), Nel tempo della pluralità. Educazione interculturale in discussione e ricerca, La Nuova Italia, Firenze 1997


Per saperne di più
Pierangelo Giovanetti, "Senza immigrati, Trentino in ginocchio" (l’Adige 15 febbraio 2001).