ll caso chador: "in mia tribù no foulard"
Duccio Canestrini (l’Adige, 21 giugno 1998).

Chador nelle scuole del Trentino: sì, no, forse. Fortunatamente non siamo ancora a un "aut aut", come invece è già accaduto altrove. Siamo in tempo per avviare questo dibattito, mantenendolo ricco di necessari distinguo. Ho un amico algerino - musulmano laico (ebbene, sì, è possibile) - che odia l’idea del velo, poiché la sente come una colonizzazione culturale che viene dall’Iran. Così come vi sono donne che senza il velo si sentirebbero nude. E allora, come la mettiamo?
Per cominciare sarebbe bene non tirare in ballo tutto l’islam ogni volta che si parla di un fazzoletto. Su questo, per esempio, si appunta la critica ai media di Stefano Allevi, curatore di un’antologia che s’intitola L’Occidente di fronte all’islam: "L’islam decisamente fa notizia. Nel bene, ma soprattutto nel male, come vuole la logica del giornalismo. Se ne parla, ma si ha la sensazione che il profluvio di parole non vada di pari passo con la diffusione della conoscenza (...) il problema del velo islamico (a proposito, si chiama higiab, non chador, che è parola persiana e non araba) tocca l’Occidente, con le sue angosce, con le sue paure, con i suoi fantasmi". Cautela, quindi. E, se possibile, sdrammatizziamo. Già chiamarlo foulard, come si usa nella pubblicistica francese, mi pare un passo avanti. Viceversa il rischio è quello di incamminarsi sulla via delle polarizzazioni, degli antagonismi irriducibili, dello scontro tra civiltà. Da una parte noi che diciamo: "Qui essere la mia tribù e in mia tribù fare cosi", dall’altra i crudeli saraceni che pretendono di buttare giù il Duomo per fare una moschea. Non ci siamo.
Questo non per dire che il tema non sia serio. Anzi, probabilmente le scaramucce sul velo non sono che avvisaglie di una problematica che si farà sempre più importante, anche da noi. Del resto, la controversia sullo chador a scuola è stata definita da Amy Gutmann della Princeton University "un caso che porta in superficie uno dei conflitti più profondi connaturati alle società multiculturali". Ma credo che esista un’altra via per parlare di questo "velo" che separa la luna musulmana dalla croce cristiana. Anzitutto bisogna guardare fuori, il mondo, come in Trentino non si è molto abituati a fare. Guardarsi in giro per vedere come hanno affrontato il problema altrove. Quello della Francia, per esempio, è un caso interessante. Nel 1989 tre ragazzine musulmane si presentarono nella scuola di Creil velate secondo l’uso dei fondamentalisti islamici. Una legge francese del 1937 proibisce l’ostentazione di simboli religiosi nelle scuole pubbliche. Il preside, un cattolico di origine caraibica, chiese perciò alle ragazze di togliersi lo chador. Quando queste rifiutarono, furono espulse dalla scuola. Il caso fece nascere un dibattito accesissimo e trasversale, sia rispetto agli schieramenti politici, sia rispetto all’appartenenza di genere.
Vediamo le diverse posizioni. La destra si scagliò contro la colonizzazione islamica della società francese. I socialisti si spaccarono: chi a favore della legge del 1937, chi contro. All’opposizione la stessa signora Mitterrand, la quale sostenne che la tolleranza religiosa doveva avere priorità sull’insegnamento dell’uguaglianza civile tra i sessi. Al contrario Gisèle Halimi, attivista antirazzista, stigmatizzò come umiliante lo chador e spezzò una lancla per un’educazione a valori di equità tra i sessi. Partì un ricorso, e il Consiglio di Stato diede ragione ai sostenitori della legittimità del foulard: semaforo verde per i fondamentalisti. Ma nel 1994, a sorpresa, il governo francese rovesciò tale pronunciamento e proibì che gli allievi delle scuole pubbliche ostentassero simboli religiosi. Da notare che rimasero discutibilmente leciti il crocefisso al collo e la "papalina" ebraica, in quanto "simboli non ostentati".
E’ vero, serpeggiava la paura in quel confronto. Paura che il "caso chador" preludesse a tempi bui, che aprisse la strada a ulteriori rivendicazioni, come le scuole separate per maschi e femmine. O, peggio, alle mutilazioni sessuali. In un saggio intitolato Diritti dell’uomo e società multiculturali il giurista Giuseppe Giliberti osserva che "il relativismo culturale è un concetto che va preso ... con molto relativismo. Negli ultimi anni, in nome di un rispetto dell’altro, c’è stato persino chi ha sostenuto che anche pratiche terribili come l’infibulazione (la "saldatura" delle labbra vaginali) essendo tradizioni, vanno rispettate. Si è teorizzata, e in qualche caso praticata, l’infibulazione umanitaria, igienica, l’infibulazione della USL. Non ci si rende pienamente conto che in questo modo nelle società occidentali si creerebbero più sistemi normativi, diritti e doveri differenziati su base etnica, né più né meno che l’apartheid".
Cosa fare dunque quando i diritti fondamentali della persona e il rispetto dell’identità individuale e di gruppo sembrano confliggere con il principio di uguaglianza? Esiste un compromesso onorevole? Esistono limiti al particolarismo separatista cosi come all’universalismo? A occhio, sono tutte domande difficili che ci dovrebbero impegnare di più. Anche nelle scuole. Un’educazione civica non può ignorare le culture particolari, e un’educazione multiculturale non può perdere di vista i principi universali (costati sangue e sudore, su questo ha ragione Enzo Rutigliano). Le scuole pubbliche hanno la bellissima responsabilità di insegnare la storia dei diritti dell’uomo (ma lo fanno?) e i principi della tolleranza religiosa. Su questa responsabilità, credo, siamo tutti d’accordo, cristiani e musulmani. Certo, rimane la domanda cruciale: fino a quale punto può la scuola insegnare e predicare la tolleranza religiosa senza sacrificare l’uguaglianza civica e il rispetto tra uomini e donne? Ma, intanto, il concetto di limite è opportuno. E non è etereo, ambiguo o teorico. Limiti all’esercizio di pratiche religiose, del resto, esistono già: i sacrifici umani, per esempio da noi sono illegali; e così - rimanendo nel cruento - vi sono stati in Italia processi a genitori testimoni di Geova che per motivi religiosi hanno negato trasfusioni di sangue ai figli.
Tornando a bomba - e senza pretendere di insegnare agli insegnanti - la scuola può tollerare lo chador senza però avallare la segregazione basata sul sesso e la subordinazione della donna (di cui il vestito è il simbolo) fuori dalla scuola. Ma la scuola può assumersi questo incarico a patto di non buttare fuori le ragazzine velate, com’è accaduto in Francia. Sarebbe un’occasione mancata. Tra le reazioni al "caso chador", quella che esprimeva meglio l’intento democratico di integrare particolarismo e universalismo provenne da una "femminista araba di cultura musulmana", Souad Benani, che affermò: "Crediamo che l’integralismo sia pericoloso in tutte le sue forme, e che il foulard sia oppressivo. Ma non deve essere usato come pretesto per escludere le ragazzine di tredici anni dalle scuole quando sono proprio queste scuole di antica tradizione che dovrebbero offrire loro l’opportunità di imparare, di crescere e di fare le loro scelte". Prima delle risposte definitive, dunque, va cercato il tempo dell’impegno comune. Non credo che la scuola debba avere soltanto il compito passivo di accettare o di rifiutare lo chador. Dovrebbe attivarsi, ripensarci, rilanciarsi. Alla luce di un’idea di democrazia non solo storica, acquisita e statica, ma dinamica, che sappia cioè mettersi in discussione e crescere anch’essa mentre cresce la complessità del mondo."