La gestione dei conflitti tra culture

Così come è assurdo negare la possibilità di una convivenza serena e civile con persone che provengono da altri paesi, sarebbe sbagliato darla per scontata, facendo le cose troppo semplici. I conflitti non si risolvono da soli, né passano con il tempo. Posto che i problemi d'incontro e di integrazione tra diverse culture esistono - anche a causa di molti luoghi comuni - si tratta di rimboccarsi le maniche per cercare di risolverli. Negli Stati Uniti, dove molti onesti italiani hanno sofferto del pregiudizievole stereotipo culturale pizza-mafia-mandolino, da decenni si lavora per una integrazione "funzionale". Sono anche nate apposite figure professionali, nelle scuole e all'interno delle aziende, che si occupano di mediazione culturale. Questo non significa che tutti i problemi siano risolti, anzi. Nessuna società risolve tutte le controversie che nascono al suo interno; non accadrebbe neppure se fosse una società composta da individui clonati. Perciò non ha senso ipotizzare percentuali di tolleranza con la calcolatrice in mano. Nessuno ha mai stabilito il coefficiente ottimale di braccia abbronzate in una comunità. Le diversità, i nodi culturali e i contrasti si possono gestire, con impegno comune.
Vignetta di Massimo Bucchi, pubblicata da "la Repubblica" il 22 luglio 2000.
Anzitutto occorre imparare a mettersi nei panni degli altri, e tenere presente che nessuno emigra per divertimento. Sul piano dei diritti dell'uomo, gli indigeni in quanto tali, di qualunque luogo del mondo, non hanno maggiori diritti dei forestieri. Diverso e molto controverso è il campo delle usanze, che in ogni caso devono essere rispettate, dagli uni e dagli altri. Fondamentale è trovare terreni comuni, anche in senso simbolico. Analogie, mitologie, vissuti, ritualità che possano essere comparati e compresi.
Copertina del catalogo della rassegna internazionale di grafica umoristica "Umoristi a Marostica" intitolata Straniero, a cura di Liliana Contin e Piero Zanotto, Gruppo Grafico Marosticense, 2001. Disegno di Marilena Nardi.
Le cose possono essere complicate, come nel caso del foulard indossato a scuola dalle studentesse islamiche. Ma anche molto semplici. Per quanto riguarda i musulmani, per esempio, sul luogo di lavoro la conflittualità si azzera quando viene data loro la possibilità di pregare, di evitare alcuni alimenti, e di andare in ferie alla Mecca. Dopo tutto non è gran cosa. Come ha rilevato Adel Jabbar, sociologo dell'immigrazione, la diversità è un problema minore della precarietà. Mentre la diversità è accettabile, la frustrazione che deriva da aspettative deluse, la miseria e la delinquenza generano conflitti assai più difficili da gestire.
In Trentino ci si occupa di mediazione culturale, soprattutto a livello scolastico.
Il Centro interculturale Millevoci, con la Sovrintendenza Scolastica della Provincia di Trento e il Progetto Formazione del Forum trentino per la Pace, promuove un corso di formazione di mediatori intitolato "Un ponte fra le culture".
foto di Piero Cavagna.
La figura metaforica del ponte sta a significare la potenzialità di connessione tra sponde opposte. I diplomati del Centro Millevoci facilitano l'inserimento nella società dei bambini stranieri, evitano un loro sradicamento rapido dalla cultura d'origine e sanno ricavare dalla presenza e dal confronto fra le diverse culture buoni motivi per ripensare la propria identità.
"Educare all'Interculturalità" è invece il titolo di una serie di incontri per adulti che si inseriscono nel quadro dei corsi locali che l'Università della Pace di Rovereto organizza sulla nonviolenza, la diplomazia popolare, la solidarietà globale, rivolgendosi al mondo del lavoro, della scuola, dell'associazionismo.




Bibliografia:

Leila Ziglio e Gabriel Mokoi Mokoi (a cura di), Un ponte fra le culture, Millevoci - Centro provinciale di documentazione e laboratorio per un'educazione interculturale, Trento 2000.


Per saperne di più
Enzo Rutigliano, Lo chador a scuola? Una pretesa inaccettabile, l'Adige 14 giugno 1998.
Duccio Canestrini, Il caso chador: in mia tribù no foulard, l'Adige, 21 giugno 1998.