Le integrazioni possibili

Esistono diverse formule di integrazione, tutte percorribili, poche universali. L'immigrazione non è un fenomeno omogeneo, la provenienza geografica e i gruppi sociali di origine sono variabili importanti. Gli studi sulla interculturalità dimostrano che l'integrazione può essere superficiale o profonda. La cosiddetta interculturalità soft, per esempio, si limita alla curiosità per le cose esotiche, portate nelle città dagli immigrati, siano essi abiti, profumi, musica, cibi e stili di vita. Secondo il sociologo Marco Martiniello "Nel campo del cibo, più una città è ricca di ristoranti dove si servono specialità di altri paesi, più essa può dirsi multiculturale". Le mescolanze e le cene etniche dove si incrociano il gusto e la solidarietà fanno quindi parte di questo approccio, tecnicamente superficiale. Replica l'antropologa Alessandra Guigoni: "In questo caso si tratta di un multiculturalismo easy, in quanto sembra piuttosto facile accettare o comprendere la bontà di un piatto di sushi o di gulash o di tamales, piuttosto che il chador o le mutilazioni sessuali o altre pratiche notoriamente oggetto di dibattiti serrati nel mondo occidentale".

Ghizlane Amrani, barista trentina originaria del Marocco, posa per la copertina del periodico "Trentino mese".
Più profonda, ma anche più problematica, è la cosiddetta interculturalità hard, che sottopone alla prova del confronto i simboli stessi delle rispettive identità, ben oltre le mangiate, i folklorismi e gli stereotipi. Nei casi estremi, però, si arriva a propugnare una multiculturalità che prevede diversi diritti e diversi doveri a seconda dell'etnia in questione, mettendo in forse la tradizionale uguaglianza di tutti davanti alla legge.
Vi sono forme di integrazione appariscenti, come quella dei calciatori stranieri, e forme più discrete. Alla prima categoria appartiene il caso della barista e aspirante modella marocchina Ghizlane Amrani, che sulla copertina di "Trentino mese" nel 2001, ostenta una T-shirt con la scritta "I love polenta e crauti". Anche William Hatzi, togolese, direttore della programmazione di un'azienda roveretana e Christopher Ezeifedi, nigeriano, direttore di un import export a Villa Lagarina hanno suscitato, per le loro posizioni, l'interesse della stampa.
Meno appariscente e più "normale" è il caso della comunità marocchina della valle di Non, i cui rappresentanti maschi lavorano perlopiù nei magazzini della frutta. A Cles ha sede la Associazione dei marocchini immigrati nel Trentino. Antonio Rapanà, responsabile del coordinamento immigrati della Cgil, ha scritto: "Mi pare estremamente positivo il tentativo di questa associazione di creare un dialogo aperto con la comunità italiana delle valli di Non e di Sole. Tra l'altro è fondamentale il ruolo che in questa esperienza svolgono le donne straniere, che, ben oltre le facili immagini di subalternità e di invisibilità, offrono un contributo di straordinaria importanza nel ripensare la loro cultura nell'incontro con la nostra cultura e la nostra storia".
Va detto, infine, che oggi gli antropologi preferiscono parlare di connessioni tra culture e persone, più che di integrazione. Persone che rimangono distanti per mentalità e stili di vita, ma che - nel migliore dei casi - stabiliscono relazioni sociali parziali, pacifiche e accettabili.



Bibliografia:

Jean-Loup Amselle, Connessioni. Antropologia dell'universalità delle culture, Bollati Boringhieri, Torino 2001.
Martiniello Marco, Le società multietniche, Il Mulino, Bologna 2000.