Qual
è la nostra cultura? Sta forse nelle origini? Guardiamoci in faccia. I trentini (e gli italiani bianchi, in generale) secondo l’antropologia fisica appartengono al
tipo fisico caucasoide. In altri termini, i nostri tratti somatici sono caratteristici delle popolazioni originarie del Caucaso.
Consideriamo ora l’Italia: questo paese prende il nome dagli antichi popoli Italici, che parlavano falisco, siculo, umbro. Quanto agli indigeni trentini, nel
Mesolitico vennero dalla pianura Padana e si mescolarono con i Germanici. Dopo i Galli e i
Reti, giunsero i
Romani, che assimilarono le piccole tribù locali di Sinduni, di Tulliassi
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Vignetta di Rudi Patauner
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e di Anauni. Poi, passati i Goti, fu la volta dei Longobardi, dei Franchi e di altre culture che non entrano necessariamente nei libri di storia. Soprattutto se non si fecero la guerra.
Ragioniamo un po’ sulla religione cristiana, nettamente maggioritaria: Cristo era un palestinese che parlava aramaico, il messia dei cattolici trentini è quindi un “extracomunitario” mediorientale. Pensiamo alla nostra bella Europa: porta il nome di un personaggio mitologico, figlia del re fenicio Agenore e andata in sposa a un dio greco.
Il simbolo della nostra provincia, che giganteggia in via Romagnosi, a Trento, è un’aquila nera originaria della Boemia. Qualunque sia la nostra cultura, non è una monocultura, non è una sola, non è
pura. Di più. Secondo l’antropologo Giovanni Kezich, è per avere imparato la convivenza, grazie a tali
mescolanze mitteleuropee, che il Trentino d’oggi gode di una buona autonomia. La storia dell’umanità è sempre stata una storia di non facili, ma feconde, contaminazioni. C’è da augurarsi che in futuro la nostra cultura e la nostra
identità non diventino tanto fragili da temere nuove influenze.