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Si
chiamano Lopez, Spinoza, Fernandez. Vengono dal Cile, dal Paraguay, dall'Uruguay. Prendono dai 3 milioni e mezzo ad oltre 5 milioni al mese per fare quello che i trentini non vogliono più fare: i camionisti. All'Arcese di Arco, colosso internazionale degli autotrasporti, 200 miliardi di fatturato e centinaia di tir sempre in viaggio su tutte le rotte d'Europa, sono 650 i camionisti assunti. Di loro, nemmeno la metà è italiano. Gli altri sono spagnoli, slovacchi, slavi, maghrebini, sudamericani.
"Ci siamo rivolti anche al Sud d'Italia, offrendo il 3 più uno, tre settimane di lavoro più una a casa dalla famiglia in Calabria o in Campania", racconta Claudio Collotta, direttore del personale del gruppo. "Il sindacato ci ha risposto di no. Sostengono che è una flessibilità inaccettabile. E così siamo costretti ad assumere cileni, che vengono e si trasferiscono in Trentino. Italiani disposti a guidare i tir non ne troviamo da tempo. Cosa dobbiamo fare, allora? Chiudere l'azienda?".
Panettieri, camionisti, infermieri, cuochi, camerieri, cavatori del porfido, muratori, addetti della nettezza urbana e operai delle segherie. Tutte professioni che in Trentino appartengono ormai agli extracomunitari. La manodopera straniera corrisponde al 15% del totale degli avviamenti di lavoro in provincia di Trento, addirittura in settori come il terziario i due terzi dei nuovi occupati sono di extracomunitari. Sono gli stessi imprenditori a confermarlo: interi settori vitali dell'economia trentina, dal turismo al commercio alla sanità, sopravvivono oggi solo grazie alla presenza degli immigrati.
Paolo Gentili, 40 anni, è il titolare e fondatore della Tecnoimpianti di Cirè di Pergine, piccola azienda familiare di costruzioni in acciaio inox. Realizza impianti per l'industria alimentare e allestisce cantine enologiche con brevetti particolari.
"L'anno scorso abbiamo rinunciato a commesse per 2 miliardi - racconta-. Sono alla ricerca spasmodica di almeno una decina di carpentieri, saldatori, tornitori. Ho già assunto dei cecoslovacchi. E ne avrei bisogno di altri. Trentini non ne trovo. Senza immigrati dovrei rispondere: no grazie, non raccolgo più ordini. Perché non so come realizzarli".
La Tecnoimpianti ha 35 dipendenti. "Con i cecoslovacchi mi sono trovato bene. Ne vorrei altri. Ma il numero di extracomunitari è chiuso. E poi per la regolarizzazione ci vogliono anche sei mesi. Non so come faremo".
Per la prossima estate, quando il Trentino sarà invaso da milioni di turisti, è già partita la caccia a cuochi e camerieri. saranno migliaia anche quest'anno, soprattutto slavi, cechi, slovacchi, croati. "Da qui a giugno sono pronto ad assumere 60 autisti", avverte Collotta dell'Arcese di Arco. E la titolare Paola Arcese precisa: "È evidente che assumeremmo italiani, se ne trovassimo. Non abbiamo alcuna preclusione per i giovani del Sud. Solo che non vogliono venire. O chiedono rimborsi così alti e fuori mercato per venire a lavorare in Trentino, che diventano insostenibili economicamente".
Il gruppo di Arco lavora per i maggiori complessi industriali italiani, a cominciare dalla Fiat e dalle aziende ad essa collegate, Magneti Marelli, Iveco, Siemens, Bosch. La presenza di immigrati al suo interno è ormai consolidata. "La comunità cilena che lavora da noi supera ormai la quarantina di persone. Qui stanno bene, sono inseriti sul territorio", racconta Paola Arcese. "Lavorano un anno, un anno e mezzo senza far ferie, e poi tornano in Sudamerica. Fanno due mesi di ferie, e poi sono di ritorno". La maggior parte ha la famiglia in Trentino. Abitano nel Basso Sarca, ma anche a Mori, Rovereto, in val di Non e in val di Sole.
Ma vi è anche chi viene a lavorare per 3-4 anni, mette i soldi da parte e ritorna poi al paese d'origine. Un po' come succedeva con i trentini che emigravano in Svizzera o in Belgio, e con i soldi risparmiati se ne tornavano dopo qualche anno per costruirsi la casa, o aprire un albergo. "C'è addirittura chi si compra un camion usato, e se lo porta in Sudamerica, per svolgere lì l'attività di camionista -conferma Arcese-. O chi si mette da parte 100-150 milioni, per tornare in Cile dove quella resta una bella cifra, e lanciarsi in qualche nuova attività".
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